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Analisi Weekly Fixed Income: Paesi e Emittenti

CINA 3

Cina: Durante la settimana che vede un sostanziale rientro dell’allarme Grecia (il pacchetto di supporto trainato da Francia e Germania sembra accontentare il mercato) l’attenzione si sposta verso un big player mondiale, la Cina. Le dinamiche macro del paese hanno visto un forte fermento con un aumento dell’inflazione e conseguenti scelte di politica monetaria che hanno avuto inevitabili riflessi nei confronti degli Stati Uniti. L’inflazione su base annua attesa per l’anno 2010 si muove intorno al 4.9%, trascinata da…

Questo materiale è destinato unicamente ad Investitori Professionali


 un forte aumento dei prezzi delle case (crescono i timori di una bolla speculativa) e commodities (Alluminium Corp of China ha aumentato i prezzi per la terza volta in 5 mesi). Nelle prime 3 settimane dell’anno i new loans si sono attestati a circa $212 mld, anche grazie all’annuncio di Beijing del intenzione di trasformare la provincia meridionale dell’Hainan in una destinazione turistica che ha spinto i prezzi delle case al rialzo fino al 200%. In questo contesto andranno inquadrate le mosse dei policy maker che hanno aumentato i rendimenti sui titoli governativi in asta e hanno in due riprese imposto un giro di vite sulle riserve bancarie. A tale situazione  dobbiamo aggiungere le “indicazioni” del governo cinese circa la dismissione di asset rischiosi denominati in $ e mantenere solo debito statunitense coperto da garanzie. Le motivazioni sottostanti possono essere di natura differente: avversione al rischio, speculazione su spread oppure (come paventato da alcuni analisti) motivazioni politiche dettate dall’aumento della spesa militare per contrastare il supporto statunitense al riarmo di Taiwan. Beijing dispone infatti di circa $970 mld di debito americano, e le conseguenze di una rapida dismissione sul tasso di cambio e sulle esportazioni americane andrebbero sicuramente a deprimere la ripresa economica dei paesi occidentali. Segnaliamo che il CPI di Gennaio ha segnato 1.5%, sotto delle attese (2%-2.2%) che, con ogni probabilità, implicavano un eccessivo allarmismo degli analisti.


Ungheria: L’Ungheria, uno trai paesi dell’est europa maggiormente colpito dalla crisi ed il primo ad usufruire degli aiuti dell’IMF, ha annunciato una politica monetaria volta a frenare la costante riduzione del Pil attraverso un rafforzamento della valuta domestica. Il Pil ungherese ha infatti visto un drammatico crollo durante tutto il 2009, con un minimo della crescita a -7.5% in Giugno, il dato peggiore degli ultimi 18 anni. In un contesto di paralisi dell’industria produttiva domestica, di forte svalutazione del cambio e di elevati tassi di interesse, la banca centrale ha annunciato un buy-back di $500 mln di mortage notes in valuta locale. L’intento è infatti di aumentare il potere di acquisto del fiorino e diminuire la dipendenza dal debito in valuta straniera (il 64% del totale) aumentando così il lending domestico. Come ogni azione di politica monetaria, anche quella ungherese ha dato adito a critiche. Il rischio, per la Banca Centrale ungherese, è di acquisire una vasta maggioranza di non-performing loans e di dare credito a tassi artificialmente più bassi senza peraltro incidere sui problemi strutturali del paese. Nella settimana dell’annuncio, i mercati hanno reagito in maniera favorevole. Il consensus degli analisti prevede una riduzione del tasso di inflazione dall’attuale 6.4% al 3%. Il consensus sul Pil lo vede in aumento in zona positiva attestandosi ad un +2.7. Da notare anche il miglioramento dello spread dei CDS.


Renault: Un settore fortemente sotto pressione è sicuramente quello del mercato automobilistico europeo. I big francesi Renault e Peugeot hanno pubblicato risultati annuali molto deludenti registrando forti perdite. In particolare ci concentriamo su Renault che in data 11/02 ha pubblicato un perdita netta pari a €3.068 mld con un fatturato in calo del 10.8% annuo ma in crescita del 25 % nell’ultimo trimestre. Tali risultati hanno portato il titolo a perdere il 5.4% in una sola seduta. L’anno pessimum 2009 ha costretto Renault a focalizzare l’attenzione sull’obiettivo prioritario di un Free Cash Flow positivo, obiettivo raggiunto attraverso l’ottimizzazione delle entrate, l’allargamento del cash flow operativo lordo, l’implementazione di una rigorosa gestione del capitale circolante e la riduzione dei costi variabili e degli gli investimenti. Un aiuto non indifferente al raggiungimento dell’obiettivo di free cash flow positivo è stato dato dalle sinergie in corso con il gruppo nipponico Nissan (importo delle sinergie è stato stimato in $1.5 mld per entrambi i partner). Sottolineiamo che il numero uno di Renault, Carlos Ghosn, non ha voluto fornire obiettivi finanziari per l’anno appena iniziato, limitandosi a definire le priorità in termini di riduzione dei debiti, di sviluppo verso i paesi emergenti, Russia e India in primis, a causa della forte contrazione del mercato europeo e della necessità di sviluppare motori ecologici. Questo ultimo aspetto ha interessato anche il nostro paese. A causa della situazione delicata tra Fiat e il governo italiano, si è prospettato una eventuale conversione dell’impianto di Termini Immerese allo sviluppo di auto elettriche. L’esclusione di tale opzione è arrivata dal numero uno di Renault.

Sistema bancario europeo: SEB: La banca svedese, caratterizzata da una forte presenza negli stati del baltico, ha riportato i risultati del quarto trimestre 2009 con un utile netto che si attesta a $77mln. Tale risultato rappresenta un settimo dei profitto dell’anno precedente. Tra le motivazioni principali di tale risultato, secondo il ceo Annika Falkengren, vi sono le avversità riscontrate proprio nei paesi del bacino del baltico, colpiti in modo pesante dalla crisi globale. Una forte preoccupazione deriva anche dalla situazione Ucraina i cui CDS, misura del rischio-paese, sono intorno 970 punti di spread. Anche la contribuzione degli utili dei portafogli russi è stata rilevante, soprattutto nel mitigare l’impatto del forte aumento dei crediti deteriorati nei paesi baltici, che hanno raggiunto il 13% del totale. A questo quadro va aggiunto l’impatto delle perdite derivanti dalla valutazione al degli asset in garanzia, il cui ammontare è ovviamente inferiore rispetto alle rilevazioni pre-crisi.

Credit Suisse: La banca elvetica torna agli utili (con 6,7 miliardi di franchi svizzeri da una perdita di 8,2 miliardi del 2008) ma in maniera sensibilmente inferiore rispetto alle aspettative degli analisti. Sotto le attese anche i profitti derivanti da attività di trading. I buoni risultati ottenuti fino al terzo trimestre, dovuti in gran parte dal livello dei tassi di interesse, si perdono durante l’ultima parte dell’anno. Nel suddetto periodo i profitti calano del 55% a CHF1.92 mld. Anche le entrate derivanti dal private banking sono state al di sotto delle aspettative degli analisti. Le attività di asset management vedono un ritorno al segno positivo (+CHF159 mln da –CHF656 mln un anno prima). Secondo il CEO Brady Dougan tale risultato è stato causato da volumi più deboli, minor attività della clientela e minore volatilità.

UBS: La banca europea che ha registrato le maggiori perdite durante la credit crisis ha registrato profitti nell’ultima parte dell’anno par a CHF1.205 mln. Tale risultato rappresenta il primo ritorno al guadagno dal terzo trimestre 2008. Tale ritorno alla redditività dovrebbe segnare il primo passo nel rafforzare la fiducia della clientela limitando così perdite dirette e reputazionali. Sistema bancario americano: Standard & Poor’s ha pubblicato l’outlook delle più importanti istituzioni finanziarie americane modificandoli da “stabile” a “negativo”. Le revisioni degli outlook sono stati dettati dall’incertezza circa la possibilità che il governo USA possa fornire ulteriore supporto agli istituti e sulla possibilità che gli obbligazionisti possano beneficiare di tale prospettiva. Secondo l’agenzia di rating, che crede nella stabilizzazione dei mercati, il governo sta vagliando tutti i possibili interventi volti alla riduzione del moral hazard e del rischio sistemico associato alle grandi istituzioni finanziarie (si guardi ad esempio alla “the House bill” e “Financial Crisis Responsibility Fee”).

Bank of America: In risposta alla crisi, BofA ha migliorato la sua liquidità emettendo nuove azioni, convertendo azioni privilegiate in azioni comuni, attraverso la vendita di asset e dismettendo investimenti illiquidi. Nonostante abbia mantenuto la sua storica liquidità, i guadagni sono ancora sotto pressione e rimarranno tali fin quando lo scenario macro non si stabilizzerà. Perdita netta nell’ultimo trimestre è par a $194 mln. Attraverso un profilo di rischio più conservativo e la totale integrazione con Merrill Lynch, le aspettative sulle future performance finanziarie sono positive.

Citigroup Inc: Nonostante il miglioramento del profilo creditizio (evidenziato dall’upgrade delle emissioni di capitale ibrido), il miglioramento della liquidità, l’aumento dei depositi, una gestione più prudente volta alla dismissione degli asset non core, nell’ultimo trimestre dell’anno ha registrato una perdita netta di $1.4 mld. Sulla base di questo risultato l’agenzia di rating mostra incertezza circa la possibilità di un materiale miglioramento delle performance operative e della redditività nei prossimi 2 anni.
Goldman Sachs: Si conferma istituzione leader con risultati finanziari ottimi e confermando la posizione di leader di mercato per le attività di trading, investment banking, asset management e brokeraggio. E’ infatti tra i maggiori e più redditizi market makers in fixed-income securities, equities, currencies, e commodities. Nell’ultimo trimestre ha registrato un utile netto pari a $4.95 mld con un Roe annualizzato pari al 31.7%.

L’outlook negativo è, in questo caso, dipendente esclusivamente dalle preoccupazioni di natura legislativa americane.

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