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Intorno alla Brexit si è scatenata una girandola di dimissioni che hanno messo in dubbio la stessa leadership di Theresa May. Le più rumorose sono state....


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A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm


    quelle di Boris Johnson (Ministro degli Esteri e demiurgo della Brexit) e di David Davis, vecchio conservatore capofila degli euroscettici, incaricato proprio di gestire la pratica del divorzio dall’Unione Europea

    La reazione dei mercati non è stata così negativa come si sarebbe potuto immaginare, la Sterlina si è indebolita ma non di molto. Questo può far pensare che la crisi porterà il governo ad affrontare più seriamente e in modo più coeso i negoziati nel futuro

Non più tardi di una settimana fa il gabinetto di governo britannico si è radunato in un clima gioviale nella casa di campagna del Primo Ministro. All’uscita dall’incontro tutti i ministri concordavano sull’aver finalmente trovato un accordo circa cosa esattamente significasse la Brexit. Nessuno si è dimesso, nessuno ha polemizzato. Ma non appena le auto blu (prerogativa dei ministri e di pochi altri funzionari nel Regno Unito) hanno fatto ritorno a Londra, qualcosa deve essere cambiato, e l’aria della città - in festa per l’impresa sportiva della nazionale - deve aver fatto riconsiderare a molti membri del governo la propria posizione, scatenando una girandola di dimissioni che hanno messo in dubbio la stessa leadership di Theresa May. Le più rumorose sono state quelle di Boris Johnson (Ministro degli Esteri e demiurgo della Brexit) e di David Davis, vecchio conservatore capofila degli euroscettici, incaricato proprio di gestire la pratica del divorzio dall’Unione Europea. Per il peso specifico che queste figure ricoprono, oltre che per l'importanza del loro ruolo, queste dimissioni gettano una pesante ombra sul futuro del governo di Theresa May.

Niente di nuovo sotto il sole. Più o meno dal giorno del suo insediamento era evidente che all’interno del governo non esistesse una versiona unitaria su cosa esattamente volesse dire Brexit e sul modo di procedere. La proposta elaborata dalla May - una sorta di modello norvegese con qualche spazio non meglio identificato lasciato alle trattative - alla fine non convinceva nessuno: da una parte, chi aveva votato per restare si trovava comunque di fronte a una qualche sorta di Brexit, dall’altra, chi aveva votato per il leave avrebbe difficilmente sopportato la prospettiva di dover ancora sottostare alle direttive di Bruxelles. L’intero gabinetto in pratica concordava sul fatto che il Regno Unito, per una ragione o per l’altra, avrebbe finito per perdere influenza rimanendo paradossalmente legato alle regole Ue: l’unica cosa su cui tutti si sono trovati d’accordo era che non trattavasi di un buon risultato. Ma come uscire da questa situazione? Qui sono sorti i problemi: secondo alcuni la soluzione definitiva sarebbe stata quella dell’Hard Brexit, secondo altri far finta di niente in questi anni e tornare sui propri passi, trovando un metodo costituzionale per ignorare il referendum.

Cosa succederà adesso? Probabilmente si scatenerà una sfida per la leadership all’interno del partito conservatore, un processo che potrebbe durare qualche mese. In realtà non è semplice trovare qualcuno che abbia la credibilità per sfidare Theresa May in una lotta interna che giocoforza vedrà il tema dell’uscita dalla Ue come decisivo: che Johnson abbia questo desiderio non è un mistero, ma è un personaggio molto controverso anche all’interno del proprio partito, dopo essersi esposto molto e in prima persona in molte manovre politiche spericolate (non ultima una decisiva discesa in campo pro-Brexit durante l’ultimo referendum). Michael Gove, che si era già timidamente proposto per sostituire Cameron senza grande successo, ha provato negli ultimi giorni a qualificarsi come l’uomo del dialogo tra le due anime dei conservatori. In generale la maggioranza degli eletti Tories non sembra orientata verso posizioni di Brexit dura e il governo dovrebbe reggere: un po’ perché i Tories sentono l'occupazione di number ten come il culmine naturale della propria azione politica (e sarebbe inusuale vederli lasciare), un po’ per paura di elezioni che probabilmente porterebbero alla vittoria di Jeremy Corbyn. Certamente il fatto che il governo si regga su una manciata di voti lascia aperto il campo a sorprese nel corso di una sfida per la leadership che durerà qualche settimana.

La Brexit resta sicuramente l’argomento più divisivo all’interno della politica britannica. Anche il partito laburista, se andasse al potere, avrebbe i suoi problemi. Corbyn, in fondo, non ama l'Unione Europea, che vede come un limite alla realizzazione delle politiche sociali che intende realizzare. Purtroppo una buona parte della sua base - e del suo partito, ovvero gli elettori di sinistra di Londra e del sud, coincide con lo zoccolo duro dei più accesi oppositori della Brexit.

Da parte sua l’Unione Europa non sembra interessarsi molto delle vicende interne al governo di Sua Maestà. A Bruxelles vige la convinzione che il negoziato vada svolto ai massimi livelli. Secondo l’Ue il referente è Theresa May, quindi non è cambiato granché visto che le divisioni interne delle istituzioni UK erano cosa nota. Al momento le opzioni per una marcia indietro sulla Brexit sono aumentate, ma difficilmente il campo dei remainers otterrà di più di un secondo referendum sull’accordo finale, per quanto blando esso sarà. La reazione dei mercati non è stata così negativa come si sarebbe potuto immaginare, la Sterlina si è indebolita ma non di molto. Questo può far pensare che la crisi porterà il governo ad affrontare più seriamente e in modo più coeso i negoziati nel futuro.  

Fonte: BONDWorld.it

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