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AWFI:La paura fa 90… Anzi 50 mld di euro per le banche irlandesi

Il meccanismo EFSF alla prova tra le pressioni tedesche e l’attivismo dell’ECB…

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Claudia Segre – Abax Bank – Fixed Income Area & OFP


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Nessun rally di fine anno per ora ma solo una crescente preoccupazione nell’affrontare una situazione tutta nuova per l’ECB, che cerca di evitare il rischio di contagio ad ogni costo. Mercato primario congelato tranne che sulle aste domestiche che son diventate come l’oracolo di Delfi.

Mercato secondario dominato ancora da Corporates ed EM, questi ultimi più resistenti del previsto all’istinto di “conservazione degli utili” degli investitori finali. Intanto Bernanke si avvicina ad una Festa del Ringraziamento con un tacchino farcito da polemiche sollevate da autorevoli economisti repubblicani che sollecitano un intervento dei legislatori per fermare il QE2 appena varato.

Il caso Irlanda e l’opzione IMF

Con il decennale che ha superato il livello di guardia del 9%, definito dall’IMF nell’ultimo staff position note sui 1000 bp sul CDS 5Y, il Governo anticipa il voto sui tagli alla spesa pubblica di una settimana e cerca di difendere uno status sovrano e la possibilità di tornare sul mercato nel secondo trimestre del prossimo anno ad un costo di funding accettabile.

La sostenibilità fiscale è l’obiettivo e la stabilizzazione delle banche il problema principale al centro del dibattito odierno dell’Eurogruppo e dell’Ecofin domani. Un prestito EFSF costerebbe il 5.5% su un tre anni, secondo i calcoli di Barclays, ed implicherebbe l’abbandono del totem irlandese della corporate tax agevolata, che ha fatto le fortune del Paese. Ma c’è un’altra opzione alternativa ad un meccanismo sul cui funzionamento permangono i dubbi: rivolgersi all’IMF. I fondi dell’IMF costerebbero tra il 2,5% ed il 3% e certamente non vi sarebbero interventi sulle politiche interne.

Ma tralasciare l’opzione europea vorrebbe dire intaccare il prestigio dell’ECB e quello europeo.

Ma occorre capire che l’Irlanda è nei numeri e nei fatti un caso totalmente diverso dalla Grecia e il Governo guarderà alla soluzione meno penalizzante per il Paese prima di tutto. La partita è ancora apertissima.

EFSF ed effetto contagio europeo, le paure di Trichet di una Crisi sovrana 2. Dopo la pubblicazione dei dati Eurostat sulla Grecia le tensioni europee crescono, la saga Grecia continua ed i rumours sulle opzioni di bail out su Irlanda e Portogallo pure. Ma l’EFSF è la soluzione? Un primo passo verso un Fondo Monetario Europeo o l’evidente espressione di una mancata concertazione decisionale?

È indubbio che l’intervento a gamba tesa dei tedeschi a fine ottobre che ammoniva sulla ricaduta del costo di pacchetti di salvataggio verso i bondholders di titoli governativi abbia innescato una coda della crisi sovrana che ha visto il suo apice lo scorso maggio. Il comunicato finale del vertice europeo vedeva proprio Francia e Germania sottoscrivere la necessità di affiancare al nuovo “meccanismo permanente anti-crisi” condizioni restrittive per i Governi, la possibilità di coinvolgere l’IMF ed il coinvolgimento del settore privato. A dicembre, dopo il report della Commissione Europea, sarà più chiaro come funzionerà l’EFSF ed è per questo che credo la soluzione irlandese sia da cercarsi altrove e comunque non adirà al meccanismo entro la fine dell’anno.

Il punto cruciale è chi ha il potere di attivare un meccanismo di ristrutturazione, quali saranno le procedure, i temi e le circostanze determinanti. Gli economisti di Bruegel suggeriscono che dovranno essere la Commissione Europea e la Corte di Giustizia Europea a decidere se un Paese ha raggiunto un livello insostenibile di debito e quindi definire un framework di ristrutturazione! Onde evitare che l’attuale necessità di un’autorizzazione sovrana Paese per Paese allunghi tempi e opportunità di intervento. Insomma siamo lontani da una soluzione proattiva ben oliata ed è forse questa l’altra vera preoccupazione di Trichet. Tanto tuonò che piovve… La Cina agevola gli Usa ma gli Usa non riescono a esprimere dati convincenti.

Dopo tutte le polemiche e le pressioni esercitate su più livelli verso i cinesi da parte gli Usa per un apprezzamento dello yuan, ora che la Cina sta reagendo al trade off tra crescita e inflazione agevolando gli Usa, non cambia lo stallo americano. Shangai arretra sulle attese di nuovi rialzi dei tassi conseguenti al nuovo atteggiamento anti inflazionistico del Governo. Un’azione che è avulsa dalle pressioni Usa ma legata solo alla necessità di far rientrare l’inflazione , che a ottobre è balzata al 4.4% verso il target del 3% e superiore dell’1.9% rispetto ai tassi sui depositi. Dopo l’intervento sui livelli di riserva obbligatoria altri rialzi dei tassi si rendono necessari.

Il 2011 sarà un anno cruciale nel ridimensionare ulteriormente il lending ed evitare una bolla sugli assets mentre gli FDI in ottobre superano la soglia dei 100 mld di $ a 105,20 mld, a dimostrazione che i capitali continuano a fluire copiosi verso gli EM, anche grazie alle incertezze europee e americane sulla ripresa.

Tacchino amaro per Bernanke e Obama.

Obama rientra dopo 10 gg di viaggio in India per assistere all’attacco frontale dei Repubblicani alla Fed sul QE2. In una lettera aperta al WS ed al New York Times spiegano i rischi di una reiterazione degli acquisti che porterà ad un’accelerazione dell’inflazione. Obama aveva difeso la scorsa settimana la decisione della Fed di comprare sino a 900 mld $ di titoli da qui al giugno 2011, dei quali 300 reinvestendo i rientri dai mortgages scaduti e nuovi 600 mld $. Già si sapeva che un miglioramento tra lo 0.2% e lo 0.3% sul PIL ed un 0.1% sull’occupazione non erano l’obiettivo finale ma riportare consenso dei consumatori, perlopiù investiti in azioni oramai. Ma sino ad ora l’indipendenza della Fed è stato un dogma, ed i Repubblicani sembrano non curarsene.

Intanto anche Stiglitz e Krugman, eminenti premi nobel, prendono la via dell’aggiustamento fiscale come quella maestra, prendendo le distanze dalle misure monetarie non convenzionali sino ad ora messe in atto (QE). Un Manifesto contro la Fed non si era ancora mai visto, ma i firmatari assicurano: il Congresso non vuole occuparsi della politica monetaria… Per ora. Con i prezzi delle Commodities che continuano a crescere le tensioni inflazionistiche, seguono così i rialzi dei tassi nei Paesi emergenti asiatici come dimostra oggi il rialzo coreano al quale ne seguiranno altri nell’area a breve. Ma anche gli spazi di manovra monetaria europei si stanno stringendo con un’inflazione attesa a ridosso del target del 2%. Parola d’ordine: rimettere i conti a posto o mettere in atto misure convincenti per riportare l’Europa sul percorso della crescita economica per evitare deragliamenti che aldilà dei periferici potrebbero causare sell off sui Paesi più legati all’Eurozona, ma che si guardano bene dal convertirsi all’euro, come i CE3 (Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca).

P.S.: New York resiste alla crisi occupazionale grazie alla macchina turistica, ma lo scenario è cambiato. Basta inglesi e tedeschi, ma invasione di turchi, brasiliani. Ed ora aspettano trepidanti… i cinesi. Greetings from Big Apple.


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