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AXA IM – Europa a Rischio di Deflazione?

AXA IM. Come se non bastasse la pandemia da Covid19, gli ultimi dati sull’inflazione in Eurozona (indice HICP -0.3% su base annua) suscitano preoccupazione tra gli operatori di mercato e i policymakers di Francoforte.


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A cura di Alessandro Tentori, CIO AXA IM Italia


Vorrei fare alcune considerazioni a riguardo:

    La variazione annua degli indici dei prezzi armonizzati è negativa in Germania (-0.4%), Italia (-0.9%) e Spagna (-0.6%), mentre è di 0% in Francia. Si può quindi comodamente affermare che il 75% dell’Eurozona è ormai in una situazione di disinflazione. Il termine è leggermente diverso da “deflazione”, che invece viene usato per descrivere una situazione di spirale negativa tra aspettative di prezzo e abitudini di consumo. Questo circolo vizioso ancora non si vede in Eurozona, o non si vede ancora perché oscurato dallo shock negativo da Covid19.

    Non è solo la dinamica di HICP a preoccupare. Anzi, preoccupa di più il rallentamento della cosiddetta inflazione “core”, cioè quella misura di variazione filtrata dalle componenti più volatili come l’energia e gli alimentari. Questo indice, che in media storica si attesta a 1.3%, fa segnare un esiguo incremento di appena 0.2% a Settembre, peraltro in palese rallentamento negli ultimi tre mesi. Faccio notare come nei modelli di inflazione l’indice core venga usato per determinare le dinamiche di formazione delle aspettative di inflazione. Una inflazione core molto bassa o addirittura negativa potrebbe essere interpretata dalle famiglie come un segnale di deflazione, portando così a posticipare le decisioni di consumo.

    La BCE si mostra fiduciosa che l’inflazione sia soggetta a fenomeni transitori e che possa riaffermarsi presto in territorio positivo, pur se strutturalmente inferiore al target del 2%. Ovviamente, nessuna banca centrale ammetterebbe mai di dover fronteggiare una situazione di deflazione, se non altro per via della strategia di “forward guidance” che dovrebbe sorreggere le aspettative degli agenti economici.

    Nonostante il cauto ottimismo della BCE, rimango dell’idea che il quadro inflazionistico strutturale sia permanentemente compromesso dai fattori di lungo periodo, come per esempio l’invecchiamento della popolazione e la conseguente riduzione della coorte in età da lavoro. La mancanza cronica di riforme strutturali e di investimenti in ricerca e sviluppo sono due fattori che riducono ulteriormente la produttività, la crescita potenziale e in ultimi analisi il livello di inflazione di una economia. MI preme ricordare che la politica monetaria non può influenzare questi trend, che invece sono affidati alla lungimiranza degli statisti.

    Dal punto di visto di una banca centrale, la deflazione equivale al fallimento. Non faccio fatica a immaginare che le istituzioni Europee faranno di tutto per scongiurare questo scenario. Purtroppo, con l’inflazione in forte rallentamento entrano in gioco anche fattori che non possono essere controllati né dalla banca centrale né dai governi. Dal mio punto di vista, in Europa corriamo un rischio di destabilizzazione delle aspettative di inflazione. Uno scenario simile portò all’inaugurazione del QE nel 2015 e alla conseguente inflazione del bilancio della BCE da 2200 a 6700 miliardi.

La mia speranza è che la “policy review” della BCE tenga ben presente i trend strutturali in atto e che non proponga solamente una nuova strategia monetaria, isolata dalle altre forze economiche in gioco, in particolare la politica fiscale e quella prudenziale. Come lamentava un mio esimio collega recentemente “non ha senso dare soldi alle banche, se queste poi non li prestano al pubblico”. Così come non ha molto senso creare condizioni di politica monetaria estremamente rilassate per le banche, se poi la regulation ha effetti devastanti sui bilanci. È quindi auspicabile una integrazione tra forze economiche e politiche.

Fonte: BondWorld.it

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