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AXA IM – Non ci siamo ancora (davvero)

AXA IM. La divergenza tra le economie emergenti e quelle avanzate riduce le possibilità di successo della COP26


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Gilles Moëc, Group Chief Economist di AXA Investment Managers


Le aspettative per l’esito della COP26 sono molto basse, dopo che la riunione del G20 non è riuscita a presentare impegni più tangibili per l’obiettivo intermedio di decarbonizzazione del 2030, al di là di una dichiarazione generica per raggiungere lo zero netto “entro o intorno alla metà del secolo”.

Ad essere onesti, sarebbe troppo facile dare la colpa della mancanza di ambizione collettiva ai soli paesi emergenti: una valutazione degli Nationally determined contributions (NDCs) aggiornati, escludendo quello della Cina ma includendo quello degli Stati Uniti e dell’UE, suggerisce che le emissioni di gas serra sarebbero solo circa il 10% al di sotto del loro livello del 2010 entro il 2030, mentre è necessaria una riduzione del 45% per mantenere il riscaldamento globale a 1,5 gradi. Tuttavia, la COP26 potrebbe finire per essere vittima della Grande Rivalità tra Stati Uniti e Cina. Se l’approccio cooperativo si indebolisse, sospettiamo che la politica commerciale potrebbe diventare uno strumento per forzare l’accelerazione della decarbonizzazione nei ritardatari. Osserviamo inoltre che dopo aver seppellito l’ascia sulla guerra commerciale dell’acciaio, lo scorso fine settimana gli Stati Uniti e l’UE hanno concordato di lavorare a un quadro di riferimento che prenda in considerazione i criteri di sostenibilità nelle relazioni commerciali.

Il ruolo della finanza

Tuttavia, la COP26 non è fatta solo di negoziati intergovernativi. È stata anche una notevole fonte di mobilitazione contro il cambiamento climatico da parte del settore privato in generale e dell’industria finanziaria in particolare, intorno a iniziative come la Net-zero Asset Owner Alliance (NZAOA), la Net-Zero Asset Managers’ o la Net-zero Underwriting Alliance nel campo delle assicurazioni. Indipendentemente dai risultati della discussione intergovernativa, è probabile che i progressi nel coinvolgimento del settore privato continuino. La pressione dell’opinione pubblica – e dei clienti – è significativa, e c’è una diffusa consapevolezza nell’industria finanziaria secondo cui sarebbe quasi impossibile ottenere rendimenti dignitosi e un livello di rischio accettabile in un mondo in cui il cambiamento climatico non venisse limitato.

L’emergere della regolamentazione della finanza verde sta fornendo un’altra forma di incentivi all’industria finanziaria. L’UE ha preso l’iniziativa su tali questioni, ma negli Stati Uniti, anche se il progresso legislativo è limitato per ora, la SEC sta ora estendendo il suo esame a questo campo. Siamo convinti che i governi saranno sempre più tentati di usare la “leva finanziaria” per accelerare il passaggio allo zero netto, indirizzando l’allocazione del capitale lontano dagli asset ad elevato contenuto di carbonio.

Una maggiore regolamentazione sulla finanza sostenibile dovrebbe essere benvenuta, perché aiuterebbe a creare un terreno di gioco equo, specialmente se accompagnato da un livello minimo di armonizzazione internazionale. Ma gli sforzi del settore privato non possono sostituire perfettamente l’azione pubblica.

Ma gli sforzi del settore privato non possono sostituire in toto gli interventi statali. Questioni chiave, come il prezzo del carbonio, sia sul piano interno che su quello del commercio internazionale, o scelte energetiche chiave, richiedono decisioni politiche. La chiarezza su questi aspetti garantirebbe visibilità agli attori privati per modificare l’allocazione del capitale, e il costo del capitale nei vari settori, nella giusta direzione.

Fonte: BondWorld.it

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