Analisi Obbligazionarie

Breve guida al nuovo regime di controllo fiscale e macroeconomico dell’Eurozona

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L’Eurozona ha realizzato, nel corso del 2011, una riforma dei suoi meccanismi di governance, che ora viene rafforzata con il fiscal compact. Le principali lezioni della crisi recente sono state recepite?….

 

La lezione della crisi del debito che dal 2010 sta tormentando l’Europa ha stimolato una riflessione sulla necessità di adeguare la governance economica dell’Eurozona, dimostratasi pericolosamente inadatta. Il primo risultato è stato il cosiddetto six pack, un complesso di regolamenti comunitari dalla gestazione piuttosto tormentata che riforma il Patto di Stabilità e Crescita e introduce un nuovo meccanismo per il controllo degli squilibri macroeconomici; il secondo è costituito dal Trattato meglio noto come fiscal compact; il terzo contributo, ancora più tormentato, è stata la predisposizione di un meccanismo di salvaguardia nell’evenienza di crisi.
Nelle pagine che seguono sono illustrati i meccanismi che risultano da queste riforme, nell’ordine: il controllo preventivo sui conti pubblici, la procedura contro i disavanzi eccessivi, il contributo del fiscal compact e, infine, la procedura per la prevenzione e la correzione degli squilibri economici eccessivi. Non esaminiamo in questa nota, invece, la questione dei meccanismi di salvaguardia.

Il controllo ‘preventivo’

Le regole di funzionamento dell’Eurozona prevedono che gli Stati membri consegnino ogni anno dei programmi di stabilità coerenti con gli obiettivi fiscali di medio termine concordati fra loro e il Consiglio. La Commissione fornisce una valutazione ragionata dei programmi di stabilità e il Consiglio è chiamato a fornire un’opinione ufficiale. Il sistema ha l’obiettivo di correggere la politica fiscale degli Stati prima che si manifesti un disavanzo eccessivo, e punta su sanzioni politiche e reputazionali piuttosto che monetarie per raggiungere il suo scopo.

Le procedure originarie sono state modificate nel 2010 con l’introduzione di un calendario di scadenze denominato “semestre europeo”, la cui prima applicazione ha avuto luogo nel 2011. L’obiettivo è quello di fornire al Consiglio e alla Commissione la possibilità di esercitare un’influenza nella fase di formazione dei programmi fiscali degli Stati membri, dei quali possono chiedere modifiche prima che siano stati approvati dai Parlamenti nazionali. Le tappe del processo sono illustrate nella tabella seguente.

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L’obiettivo fiscale di medio termine deve fornire un margine di sicurezza rispetto al limite del 3% e assicurare la sostenibilità della finanza pubblica, ma nel regime in vigore può divergere dal requisito di un saldo attivo o vicino al pareggio. Il Regolamento 1175/2011 fissa per il deficit strutturale (cioè corretto per il ciclo e al netto di misure temporanee e una tantum) il vincolo che sia non superiore all’1% del PIL. Tale obiettivo viene rivisto ogni 3 anni, o a seguito di importanti riforme strutturali. Il fatto che l’obiettivo sia definito sul saldo strutturale non è una differenza di poco  conto, perché consente almeno di sfruttare gli stabilizzatori fiscali automatici in funzione anticiclica. La differenza fra le misure corrette e generali può essere ampia: fra il 2007 e il 2009, ad esempio, il deficit del settore pubblico italiano è peggiorato di 3,8 punti, contro gli 0,4 del deficit corretto per il ciclo.

Il sentiero di convergenza all’obiettivo fiscale di medio termine viene fornito nel Programma di Stabilità, che deve essere consegnato entro il 30 aprile di ogni anno per essere esaminato entro tre mesi dal Consiglio1. I contenuti minimi fissati dalle norme comunitarie, l’imposizione di standard analitici ed espositivi e la scadenza sincrona, sono tutti fattori che rendono i programmi di stabilità delle fonti insostituibili di informazione per la valutazione della sostenibilità dei conti degli Stati membri.

Un’apprezzabile novità introdotta con l’ultima riforma è che viene limitata la possibilità per i Governi di nascondere i problemi di controllo del deficit dietro stime di crescita del PIL eccessivamente ottimistiche, un problema che aveva caratterizzato ancora i programmi di stabilità 2011, in particolare quelli di Spagna e Francia. Secondo quanto previsto dall’art. 3.2a, lo scenario macroeconomico deve essere “il più probabile” o “uno più prudente”. A tal fine, è previsto un confronto con le più recenti stime della Commissione Europea e di altri soggetti indipendenti: “significative differenze fra lo scenario adottato e la previsione della Commissione devono essere descritte e motivate”.

È ora previsto che il programma rispetti un limite minimo di velocità rispetto alla convergenza verso l’obiettivo di medio termine: il miglioramento annuo del saldo strutturale deve essere almeno pari allo 0,5% del PIL, ma se il debito eccede il 60% del PIL o se lo Stato ha pronunciati problemi di sostenibilità del debito, Consiglio e Commissione hanno il potere di imporre un percorso accelerato di consolidamento fiscale. La velocità di convergenza all’obiettivo può anche essere modulata in base alla situazione del ciclo, richiedendo che sia aumentata nelle fasi di espansione economica.

Oltre che il deficit, la procedura di controllo preventivo fissa delle limitazioni anche alla dinamica della spesa pubblica. Viene considerato l’aggregato al netto degli interessi, degli esborsi coperti da programmi comunitari e delle variazioni non discrezionali della spesa in sussidi di disoccupazione. I paesi che hanno già conseguito l’obiettivo fiscale di medio termine possono far crescere la spesa in linea con il PIL potenziale; gli altri, devono garantire un aumento della spesa inferiore a quello del PIL potenziale, oppure prevedere un’esplicita copertura con entrate discrezionali aggiuntive.

Che cosa accade se lo Stato membro non rispetta i suoi obblighi riguardo al programma fiscale di medio termine? Fermo restando che se lo Stato presenta anche un disavanzo eccessivo sarà soggetto alla procedura specifica (v. sotto), il regime di controllo preventivo prevede degli interventi correttivi, sebbene non delle sanzioni specifiche. In primo luogo, entro un mese dalla prova di “significativa deviazione” la Commissione manda un avvertimento, seguito da una raccomandazione del Consiglio con le misure da adottare. Entro 5 mesi (ridotti a 3 se la situazione è particolarmente seria) lo Stato deve riferire riguardo all’implementazione delle misure richieste. Nel meccanismo preventivo, si ipotizza che la disciplina derivi soprattutto dalla pressione degli altri Governi e dal timore di ripercussioni sul merito di credito in caso di insoddisfacente performance fiscale.

Quando una deviazione è “significativa”? La valutazione non può essere fatta a priori, ma due criteri esplicitamente indicati sono i seguenti: (a) se il divario è pari ad almeno lo 0,5% del PIL in un anno o 0,25% medio in due anni; (b) se l’eccedenza di spesa ha un impatto sul deficit di almeno 0,5% del PIL in uno o due anni.

La nuova procedura contro i disavanzi eccessivi

La procedura contro i disavanzi eccessivi è prevista dal Trattato sull’Unione Europea, che ne tratta all’art. 126 e nel Protocollo n° 12, ed è stata definita nei dettagli dal Regolamento EC 1467/97, modificato una prima volta nel 2005. L’assetto attuale è il risultato delle modifiche apportate con il Regolamento EU 1177/2011 dell’8 novembre 2011 al Regolamento EC 1467/972. La riforma del 2011 ha ridotto i margini di discrezionalità precedentemente consentiti dai regolamenti sulla sorveglianza fiscale. Le modifiche hanno interessato due ambiti: il concetto di disavanzo eccessivo, in particolare per quanto riguarda l’importanza del parametro sul debito, e la procedura di correzione dei disavanzi. Ricordiamo che la procedura si applica anche agli Stati Membri che non fanno parte dell’area euro.

I valori di riferimento per disavanzo e debito rimangono quelli fissati dal Protocollo 12 del Trattato sull’Unione Europea, cioè rispettivamente il 3% e il 60% del PIL. Secondo quanto prevede il Trattato (art. 126.2) la regola sul disavanzo è rispettata anche quando supera il 3% del PIL in due casi: (i) se lo sforamento è eccezionale e temporaneo e il rapporto  resta vicino al valore di riferimento; oppure (ii) se è diminuito in modo sostanziale e continuo. Il regolamento (art. 3.4) quantifica la riduzione annua “sostanziale” in almeno lo 0,5% del PIL, calcolata però sul saldo strutturale (deficit corretto per il ciclo e al netto delle misure temporanee e una tantum). L’eccesso può essere tollerato anche nel caso in cui sia associato a un severo rallentamento economico, definito come una contrazione del PIL reale, oppure come una perdita cumulata di produzione durante un periodo protratto di bassa crescita del PIL rispetto al potenziale (v. testo consolidato del Regolamento 1467/97, art. 2.2).

La principale novità riguarda la quantificazione della velocità “sufficiente” di riduzione del debito per i paesi che presentano un debito superiore al 60% del PIL. In passato, il giudizio era sempre stato di natura politica e, di fatto, il criterio del debito era stato sempre ignorato. La crisi attuale ha però accresciuto la sensibilità per il rischio sistemico posto dai Paesi ad alto debito e quindi l’interesse per meccanismi che consentano di forzare la riduzione dei livelli di indebitamento. L’art. 2.1a del nuovo testo consolidato precisa che il differenziale rispetto al valore di riferimento (60%) deve essere ridotto a un tasso medio annuo pari a 1/20 nei precedenti tre anni per i quali sono disponibili dati; tuttavia, il requisito è soddisfatto anche se questa velocità di calo si manifesta nell’ultimo anno per il quale sono disponibili dati, più    primi due anni dello scenario previsionale della Commissione Europea. Si noti che la regola è ‘asintotica’ e la sua applicazione meccanica non implica la riduzione al 60% del rapporto debito/PIL entro vent’anni. Per i Paesi ad alto debito, il criterio implica che il tetto sul deficit sia più basso del 3% previsto dal Trattato; il valore dipende dal livello iniziale e dal costo medio del debito, oltre che dalle proiezioni sulla crescita nominale. Per l’Italia, con una crescita di 1,0% e un costo medio del debito del 5%, sarebbe inizialmente necessario ridurre il deficit allo 0,5% del PIL, ben 2,5% punti sotto il livello di riferimento standard.

Se nello Stato sotto esame il disavanzo del settore pubblico è inferiore al valore di riferimento, oppure vicino e temporaneamente al di sopra, è previsto (art. 2, commi 3 e 4) che la

Commissione Europea consideri una serie di possibili fattori addizionali che potrebbero consentire di applicare una velocità di riduzione del debito più bassa, se favorevoli (v. tabella 2).

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Le altre novità riguardano la procedura di correzione dei disavanzi eccessivi, i cui tempi sono ora determinati in modo più rigoroso dagli artt. 3 e seguenti. Nel caso peggiore, in cui uno Stato membro non rispetta sistematicamente le raccomandazioni europee, le sanzioni sarebbero erogate entro 16 mesi dalla comunicazione dei dati che hanno originato la dichiarazione di deficit eccessivo. Se la Commissione Europea riscontra i presupposti per un disavanzo eccessivo, entro due settimane viene riunito il Comitato per gli Affari Economici e Monetari e poi, entro 4 mesi dalla pubblicazione dei dati, si deve pronunciare il Consiglio. L’eventuale decisione sull’esistenza di un deficit eccessivo sarebbe accompagnata anche all’invio di raccomandazioni in merito alle azioni da intraprendere3.

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Lo Stato membro dispone di un massimo di sei mesi per implementare le azioni richieste, periodo che può scendere a tre mesi qualora la situazione sia ritenuta di particolare gravità. Immediatamente dopo la fine del periodo il Consiglio esamina la situazione, sulla base della relazione inviata e pubblicata dallo Stato medesimo e di un parere della Commissione Europea.

Se l’esito della verifica è positivo, si passa al monitoraggio dei risultati: il miglioramento del saldo strutturale deve essere di almeno lo 0,5% del PIL all’anno, ma come sta accadendo in questi ultimi anni, può essere previsto un percorso di risanamento ben più veloce.

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Se la valutazione sull’efficacia delle azioni intraprese è negativa, il primo intervento consiste nell’invio di una nuova raccomandazione, contenente un calendario di azioni da compiere e specifiche scadenze. Questo atto formale, che è pubblico, deve avvenire entro due mesi dall’annuncio della valutazione negativa. Successivamente, entro 4 mesi dall’emanazione del giudizio negativo, il Consiglio delibera l’imposizione di sanzioni allo Stato inadempiente, se questo persiste nel non soddisfare le richieste. La decisione viene presa sulla base di un rapporto pubblico che lo Stato deve presentare e pubblicare. Come indicato dall’art. 7 del Regolamento citato, ciò avviene non oltre 16 mesi dalle date stabilite per la pubblicazione dei dati che hanno dato avvio alla procedura.

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Le sanzioni originariamente previste dal Trattato all’art. 126.11 includevano nell’ordine:

1. La pubblicazione di informazioni supplementari prima dell’emissione di obbligazioni.

2. Un invito alla BEI a riconsiderare la sua politica di prestiti.

3. La costituzione di un deposito infruttifero presso l’Unione, fino a correzione del disavanzo eccessivo.

4. L’imposizione di ammende. Quest’ultima modalità costituisce la regola nel nuovo regime (v. art. 11 del Regolamento 1467/97 consolidato), mentre le altre sanzioni diventano meramente sussidiarie.

L’ammenda è formata da una parte fissa (0,2% del PIL) e da una variabile. La parte variabile è determinata nella misura di 1/10 della differenza assoluta fra il deficit in percentuale del PIL l’anno precedente e: (i) il valore del deficit necessario a garantire la sufficiente riduzione del debito, se la procedura era stata avviata anche sulla base del rapporto debito/PIL; (ii) il meno restrittivo valore di riferimento del 3% negli altri casi. Il meccanismo previsto per la parte variabile viene utilizzato anche per le eventuali sanzioni aggiuntive che debbano essere erogate a seguito di ulteriori inadempienze che emergano dalle successive verifiche annuali. Il gettito delle sanzioni sarà conferito alla EFSF o alla ESM4.

Quale sarà il contributo del Fiscal Compact?

Ulteriori modifiche al regime di controllo sui conti pubblici deriveranno in futuro dalla ratifica del Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione Economica e Monetaria, firmato il 2 marzo 2012, anche noto come fiscal compact. L’entrata in vigore del Trattato, prevista entro il 1° gennaio 2013, è vincolata al completamento del processo di ratifica da parte di almeno 12 Stati firmatari. Ulteriori novità potrebbero arrivare nel caso di approvazione di due altri regolamenti proposti nel novembre 2011 dalla Commissione Europea5.

Il Trattato introduce l’obbligo di mantenere il saldo strutturale del settore pubblico in pareggio o in avanzo, fissando un massimo dello 0,5% alla dimensione del deficit annuale (mezzo punto in meno, cioè, di quanto già previsto). La Commissione Europea viene incaricata di proporre il percorso di convergenza verso l’obiettivo. Deviazioni dal percorso devono essere giustificate da circostanze eccezionali, cioè eventi inconsueti non soggetti al controllo del Governo,  oppure periodi di grave recessione economica (come definiti nella procedura contro i disavanzi eccessivi).

Gli Stati firmatari si impegnano a introdurre dei meccanismi automatici di correzione nella propria legislazione, meglio se a livello costituzionale, che impongano un obbligo di attuare le misure correttive entro un tempo definito in caso di “deviazioni significative dall’obiettivo di medio termine o dal percorso di avvicinamento”. La violazione di questo obbligo comporterebbe il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di una o più parti contraenti, con la possibilità che vengano imposte ammende fino allo 0,1% del PIL. L’Italia ha già approvato in seconda lettura alla Camera una legge costituzionale sull’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale, trasmessa il 7 marzo al Senato per l’esame finale6.

La seconda restrizione è che i Paesi soggetti a procedura contro i disavanzi eccessivi devono predisporre “un programma di partenariato economico e di bilancio che comprenda una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da definire e da attuare per una correzione effettiva e duratura del suo disavanzo eccessivo” (art. 5), soggette al monitoraggio di Commissione Europea e Consiglio.

Terzo, gli Stati firmatari si impegnano ad adottare un principio di maggioranza rovesciata per respingere eventuali proposte o raccomandazioni della Commissione Europea nell’ambito della procedura contro i disavanzi eccessivi7. Il concetto era stato proposto in fase di elaborazione della riforma del Patto di Stabilità, ma poi non era sopravvissuto nel testo finale dei regolamenti.

Infine, si prospetta la possibilità di introdurre misure specifiche per i Paesi dell’Eurozona sulla base dell’art. 136 del Trattato sull’Unione Europea e del meccanismo di cooperazione rafforzata8.

Il controllo degli squilibri macroeconomici

La crisi di questi anni ha avuto origine soltanto in parte nell’indisciplina fiscale degli Stati membri. Il denominatore comune fra i Paesi assistiti è costituito dall’inadeguatezza delle politiche economiche nazionali di fronte a severi squilibri macroeconomici venutisi a formare nell’arco di molti anni, e che soltanto in Grecia e Portogallo avevano evidenti radici nei comportamenti del settore pubblico. L’applicazione rigorosa del Patto di Stabilità e del fiscal compact non avrebbe evitato né la crisi irlandese, né quella spagnola. Soltanto l’Italia è stata trascinata nella crisi per il livello troppo elevato del suo debito pubblico attraverso meccanismi di contagio.

La riforma del 2011 ha preso atto dell’inadeguatezza di un meccanismo di sorveglianza totalmente concentrato sulle variabili fiscali, introducendo un processo di prevenzione e controllo degli squilibri macroeconomici. Gli strumenti normativi che lo regolano sono costituiti dal Regolamento UE n° 1176/2011 “sulla prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici” e dal Regolamento UE n° 1174/2011 “sulle misure esecutive per la correzione degli squilibri macroeconomici eccessivi nella zona euro”.

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Il meccanismo di allerta prevede la pubblicazione da parte della Commissione Europea di un rapporto annuale, l’Alert Mechanism Report9, basato sull’esame di dieci indicatori fondamentali rispetto ai quali sono state individuate delle soglie critiche. Il sistema considera anche 18 indicatori secondari a supporto dell’analisi. L’informazione viene poi tradotta in una classificazione a tre livelli degli Stati membri: paesi senza squilibri, paesi con il rischio di presentare squilibri, paesi con squilibri.

Al momento, la Commissione si è limitata a segnalare la necessità di ulteriori analisi sulla base dell’art. 5 del regolamento per 7 paesi dell’Eurozona (Belgio, Spagna, Francia, Italia, Cipro, Slovenia, Finlandia) e 5 che non fanno parte dell’Unione Monetaria (Regno Unito, Svezia, Danimarca, Ungheria, Bulgaria). Saranno i rapporti analitici individuali a definire se il Paese presenta squilibri e se questi sono “eccessivi”.

Al termine del processo, se gli squilibri non sono ritenuti gravi, il Consiglio potrebbe semplicemente decidere di rivolgere allo Stato membro delle raccomandazioni. A fronte di squilibri gravi, però, scatta una specifica procedura contro gli squilibri eccessivi (EIP, Eccessive Imbalance Procedure), trattata agli artt. 7-12 del Regolamento EU 1176/2011. 

Anche la EIP inizia con l’invio di raccomandazioni allo Stato membro, finalizzate a rimuovere le cause degli squilibri, ma in questo caso il Paese deve presentare entro la scadenza fissata un piano d’azione correttivo, che viene reso pubblico, ed è prevista una data anche per l’esame dello stato di avanzamento del piano. Quest’ultimo viene valutato entro due mesi dal Consiglio; se insufficiente, lo Stato membro deve correggerlo entro altri due mesi. In caso di inadempienza, limitatamente ai paesi dell’Eurozona, il Regolamento EU 1174/2011 prevede come primo passo la costituzione di un deposito fruttifero pari allo 0,1% del PIL dell’anno prima, deliberata mediante decisione del Consiglio a maggioranza rovesciata (la proposta della Commissione è considerata approvata se non viene respinta a maggioranza qualificata). Se l’esecuzione del piano correttivo rimane insufficiente, il deposito fruttifero viene convertito in un’ammenda annuale.

La riforma funzionerà?

In sintesi, la crisi ha portato a quattro cambiamenti nella governance economica dell’Eurozona:

1. L’introduzione di meccanismi specifici per gestire le crisi, EFSF ed ESM.

2. Un’attenzione nuova al problema degli squilibri macroeconomici interni all’Eurozona, che ha stimolato il lancio di un processo di prevenzione e correzione specifico. Rimane ancora da verificare, però, che la somma ritardi dell’informazione statistica e di quelli relativi all’implementazione delle misure correttive sia compatibile con un’efficace prevenzione.  Inoltre, la diagnosi e il disegno di adeguate misure correttive saranno più complessi e controversi rispetto ai programmi di consolidamento fiscale che ancora costituiscono il nocciolo duro della governance economica nell’Eurozona.

3. Una maggiore attenzione al livello del debito come fattore strutturale di debolezza e di rischio sistemico. Il risultato è stata l’imposizione ai paesi con alto debito di percorsi accelerati
di riduzione.

4. Un rafforzamento dei meccanismi di prevenzione e correzione degli squilibri fiscali, che ha già portato a un intervento più pervasivo della Commissione e del Consiglio nella fase di formulazione dei piani fiscali nazionali. Lo spirito della riforma è stato quello di rafforzare i meccanismi di disciplina, rendendo più facile e rapida la correzione di comportamenti devianti. Ma si possono considerare questi anche dei passi verso una maggiore integrazione economica? La risposta a questa domanda mi pare negativa. In primo luogo, continua a essere respinta l’ottica del ribilanciamento interno come un problema che riguarda anche i Paesi in surplus, oltre che quelli in deficit. A tale proposito, il rapporto della Commissione sugli squilibri si limita ad affermare che c’è bisogno di “ulteriore analisi orizzontale sui drivers e le implicazioni di politica economica di ampi e persistenti avanzi di parte corrente, specialmente in alcuni Stati membri dell’area euro”. Secondo, la strategia rimane confinata alla sovraimposizione di controlli esterni sui processi di governo nazionali, rigettando (per ora?) i tentativi di introdurre anche meccanismi più robusti ed automatici come gli Stability Bonds.


1 I programmi di stabilità vengono pubblicati dalla Commissione Europea alla pagina

2 Nel seguito, tutti i riferimenti al Regolamento 1467/97 sono da intendersi come riferimenti al testo consolidato, comprensivo delle modifiche apportate dal Regolamento EC n° 1056/2005 del 27 giugno 2005 e dal Regolamento EU n° 117/2011 dell’8 novembre 2011.

3 L’elenco e lo stato di avanzamento delle procedure contro i disavanzi eccessivi, assieme a tutti i documenti connessi alle procedure stesse, sono pubblicati dalla Commissione Europea alla pagina http://ec.europa.eu/economy_finance/economic_governance/sgp/deficit/index_en.htm.

4 L’Ungheria, che non fa parte dell’area euro, è stata recentemente punita per la mancata correzione del deficit eccessivo con la sospensione di fondi di coesione per 495 milioni di euro, fatto salvo un esito positivo del riesame che avverrà nel giugno 2012. L’Ungheria registra un deficit eccessivo dal 2004, e avrebbe dovuto correggerlo entro il 2011. Tuttavia, in gennaio l’ultimo rapporto della Commissione Europea segnalava che “non sono ancora assicurati adeguati progressi verso una tempestiva e sostenibile correzione del disavanzo eccessivo”. La decisione del Consiglio è avvenuta il 24/1, 13 giorni dopo il rapporto, mentre la raccomandazione della Commissione è stata pubblicata il 6/3. Il 13/3 sono state deliberate le sanzioni.

5 Sono noti anche ‘2-pack’ e secondo la Commissione potrebbero essere approvati nell’estate 2012. Contengono l’obbligo di sottoporre le proposte di budget per l’anno dopo entro il 15 ottobre, assieme alle previsioni macroeconomiche di riferimento (che devono venire da fonti indipendenti). Consiglio e Commissione avrebbero quindi la possibilità di intervenire nella fase di elaborazione dei budget. Inoltre, 
si introdurrebbe un meccanismo più serrato di monitoraggio fiscale degli Stati con deficit eccessivi.

6 In base alla proposta di legge, l’art. 81 della Costituzione consentirà il ricorso all’indebitamento solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta, al verificarsi di eventi eccezionali. Una legge ordinaria, da approvare entro il 28 febbraio 2013, definirà il limite massimo degli scostamenti, corretti per il ciclo economico, al superamento del quale occorre intervenire con misure di correzione; l’introduzione di regole sulla spesa; la costituzione di un organismo indipendente presso le Camere per l’analisi e la verifica degli andamenti di finanza pubblica; i limiti del ricorso all’indebitamento da parte degli enti locali. Le nuove regole si applicheranno dal 2014.

7 Art. 7: “[…] le parti contraenti la cui moneta è l’euro si impegnano a sostenere le proposte o le raccomandazioni presentate dalla Commissione Europea, ove questa ritenga che uno Stato Membro dell’Unione Europea la cui moneta è l’euro abbia violato il criterio del disavanzo nel quadro di una procedura per i disavanzi eccessivi. Tale obbligo non si applica quando si constati tra le parti contraenti la cui moneta è l’euro che la maggioranza qualificata di esse, calcolata per analogia con le pertinenti disposizioni dei Trattati su cui si fonda l’Unione Europea, senza tenere conto della posizione della parte contraente interessata, si oppone alla decisione proposta o raccomandata”.

8 L’art. 136 consente di approvare misure concernenti l’Eurozona con una formazione del Consiglio che esclude i Paesi che non partecipano all’Unione Monetaria (Eurogruppo). La “cooperazione rafforzata” è prevista dal Titolo III del Trattato, artt. 326-334. Richiede un’autorizzazione del Consiglio, che delibera all’unanimità.

9 Il primo rapporto è stato pubblicato il 14 febbraio 2012.

 

 

 


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