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Brexit L’ultimo tentativo della premier May

Brexit uk regno unito

Brexit – L’ultimo tentativo della premier May di far approvare il trattato con l’UE sembra ormai fallito, anche se un voto non è ancora escluso…….

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a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Dopo le dimissioni di Theresa May da leader del Partito Conservatore, preannunciate per il 7 giugno, tutto si fermerà in attesa che sia nominato un successore, che quasi certamente sarà più favorevole a una hard Brexit .

A quel punto, May si dimetterà anche da Primo Ministro.

La sterlina è tornata a prezzare un rischio di no-deal exit .

Ma di quanto dovrebbe scendere, se tale scenario si concretizzasse?

Più che da Brexit in sé, dipenderà dall’evoluzione del quadro politico.

– Il governo May è giunto al capolinea.

Il tentativo di rianimare il Withdrawal Agreement Bill (WAB) proponendo cambiamenti un po’ nella direzione richiesta dai laburisti, e po’ in quella della destra conservatrice non ha sortito alcun effetto.

Mentre scriviamo non è neppure scontato che il WAB sia riproposto al voto; sicura, invece, la data delle dimissioni della premier da leader del Partito Conservatore: il 7 giugno.

In ogni caso, non c’erano particolari motivi per cui avrebbe dovuto restare in carica molto oltre la prima settimana di giugno.

Anzi, dimissioni rapide consentiranno di eleggere un successore prima di agosto.

A quel punto, May lascerebbe anche il posto di primo ministro al nuovo leader conservatore.

– Una scommessa facile è che il nuovo leader e primo ministro sarà più favorevole a un’uscita senza accordo e a una hard Brexit .

Tutti i principali candidati, a cominciare dal più popolare, Boris Johnson, sono orientati in tale direzione.

D’altronde, quella è anche la direzione che ha preso la massa della base elettorale del Partito.

Che il rischio di no deal exit sia risalito pare essere anche l’idea prevalente fra gli operatori finanziari, a giudicare dalla reazione della sterlina: il cambio con l’euro ha ceduto il 3,7%, dimezzando i progressi messi a segno nel 1° trimestre, quando aveva preso piede la speranza che il Parlamento avrebbe bloccato o rinviato l’uscita dall’Unione Europea.

– Ma quanto potrebbe incidere un’uscita senza accordo sul cambio della sterlina?

Rispetto allo status quo, tale scenario implica barriere tariffarie e non tariffarie più elevate sull’interscambio commerciale, con un impatto potenzialmente asimmetrico a svantaggio del Regno Unito, una ulteriore ricollocazione di servizi finanziari verso il continente e rischi di rallentamento dell’economia nel breve termine.

In linea di principio, ciò potrebbe giustificare una svalutazione della sterlina.

Inoltre, il Regno Unito registra un disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti pari al 3,8% del PIL, che sale al 6,8% limitatamente alle merci.

L’azzeramento degli afflussi netti di investimenti diretti dopo il boom post-svalutazione sta evidenziando che l’incertezza sull’esito della Brexit ha avuto un impatto anche sull’attrattività del Paese.

– Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che la sterlina si è già svalutata considerevolmente nel 2016 senza particolari motivazioni macroeconomiche, ma soltanto per l’anticipazione degli effetti del referendum sull’UE.

Tale svalutazione non ha recato benefici significativi in termini di bilanciamento esterno, ma è stata di notevole ampiezza anche in termini di variazione del cambio effettivo, ed ha almeno invertito la tendenza al peggioramento del deficit esterno.

Comunque, la posizione netta sull’estero del Regno Unito è sostanzialmente in pareggio, il che consente di gestire il disavanzo di parte corrente con relativa tranquillità.

Inoltre, l’attrattività del Paese come destinazione di flussi di capitale dipende soltanto in parte dalla sua collocazione nel mercato unico, e porre fine all’incertezza sull’esito del processo potrebbe sbloccare decisioni ora congelate.

– Nell’ipotesi che un’uscita senza accordo si concretizzi, è possibile che il nervosismo per uno scenario dai contorni poco chiari possa tradursi in un indebolimento almeno temporaneo del cambio.

Il saldo netto pressoché nullo delle posizioni speculative potrebbe favorire tale movimento.

Non si possono escludere minimi di 1,20-1,21 dollari, mentre l’escursione contro euro dovrebbe essere più limitata.

Tuttavia, è tutt’altro che scontato che tale movimento sia persistente: dipenderà dalla fiducia che le politiche economiche sapranno infondere negli investitori.

– C’è un fattore, però, che potrebbe rendere la svalutazione più persistente: la crisi politica del Regno Unito.

Il contesto politico è stato sconvolto dalla Brexit, portando a un effimero successo partiti privi di un’ideologia coerente e totalmente focalizzati sull’uscita dall’UE come soluzione di tutti i problemi.

Quando sarà chiaro che i benefici promessi non si concretizzeranno, potremmo assistere a un nuovo mutamento degli equilibri in direzioni oggi imprevedibili, quando gli elettori delusi dalle promesse dei Brexiteers cambieranno bandiera.

Ciò potrebbe avere maggiore impatto sui flussi di capitale rispetto all’uscita dal mercato unico, in particolare se portasse a una vittoria del Partito Laburista, oggi molto più radicale rispetto all’epoca Blair.

Inoltre, un ‘uscita senza accordo potrebbe riportare al centro dell’attenzione il problema irlandese, innalzare il livello di tensione in Irlanda del Nord e potenzialmente mettere in discussione l’integrità del Regno Unito.

Potrebbe quindi essere la crisi politica, più che l’impatto economico diretto di Brexit, a indebolire in futuro la sterlina.

Fonte: BondWorld.it

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