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Brexit: terzo voto il 20 marzo.

Intesa SanPaolo FOMC DEF il punto

Gli euroscettici sono finalmente a un bivio: se bocciano ancora l’intesa, invece di ottenere una no deal exit, spingeranno il Governo a organizzare una serie di voti indicativi in Parlamento per verificare quale modello gode di maggior consenso, e la proroga dell’art. 50 sarà più lunga….

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a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Ma dovranno essere compatti perché l’accordo sia approvato. L’UE fa da sponda al Governo, aprendo all’ipotesi di estensione lunga se il Regno Unito eleggerà i suoi parlamentari europei.

Potremmo essere alla svolta decisiva per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

La premier May ha posto gli euroscettici di fronte a un bivio: o voteranno per l’accordo con l’UE così com’è, o successivamente rischieranno di trovarsi di fronte a una presa di posizione del Parlamento a favore di un legame ancora più stretto con l’UE, oltre che a un rinvio più esteso dell’uscita – qualcosa che si sarebbe potuto fare molto prima, se non avessero prevalso gli interessi di partito.

Nel frattempo, il Parlamento inizia finalmente a muoversi per verificare quale modello di Brexit gode di sufficiente sostegno politico.

Dopo aver nuovamente bocciato a larga maggioranza l’accordo, fra mercoledì 13 e giovedì 14 marzo, la Camera dei Comuni ha prima approvato una mozione che esclude l’uscita senza accordo, e successivamente ha approvato la richiesta di una breve proroga (fino al 30 giugno) dell’art. 50, condizionatamente all’approvazione dell’accordo con l’Unione Europea in un nuovo voto che si terrà il 20 marzo.

La richiesta di proroga dovrà essere approvata all’unanimità dai 27 Stati membri dell’UE al Consiglio Europeo del 21-22 marzo.

L’opposizione a una no deal exit è più di principio che sostanziale, in quanto senza l’approvazione di un accordo, quello sarebbe comunque l’esito finale.

Il voto di giovedì ha visto bocciare la proposta di un nuovo referendum popolare e, di stretta misura, anche quella di consegnare al Parlamento l’iniziativa, mediante una serie di voti indicativi che consentano di far emergere un consenso a favore di uno specifico modello di Brexit.

Riguardo alla proroga del periodo negoziale, la Commissione Europea ha espresso la posizione che la concessione deve tener conto della motivazione, della durata e del buon funzionamento delle istituzioni comunitarie (a cominciare dal Parlamento, che verrà eletto il 23-26 maggio).

Mentre brevi estensioni non dovrebbero incontrare ostacoli politici o tecnici particolari, estensioni di lunga durata richiedono che il Regno Unito elegga i propri membri al Parlamento Europeo, ed hanno senso soltanto se sono conseguenza di un netto mutamento degli orientamenti politici. In caso contrario, non si farebbe che prolungare l’incertezza. Tuttavia, il presidente del Consiglio Europeo, Tusk, questa settimana si è detto favorevole a un lungo rinvio se servirà a ripensare l’approccio alla Brexit. Anche dalla Germania e dall’Irlanda sono uscite dichiarazioni concilianti al riguardo.

Inoltre, i giuristi si stanno scatenando nella ricerca di escamotage per evitare la necessità di eleggere i parlamentari europei (si vedano per esempio i tweet di Eleanor Sharpston riguardo alla possibilità di prorogare quelli attuali o di nominare i prossimi, invece di eleggerli).

Nel frattempo, il Parlamento sta cominciando a verificare se esistono diversi modelli di Brexit che godono di maggiore sostegno parlamentare rispetto a quello finora propugnato dal Governo. Un nuovo referendum appare ancora improbabile (il Partito Laburista non lo sostiene, e nel voto di giovedì si è astenuto in massa), ma invece potrebbe esserci sostegno per un’unione doganale permanente con l’UE.

Se ciò avvenisse, il trattato di recesso potrebbe rimanere immutato, mentre dovrebbe essere modificata la dichiarazione politica (qualcosa che anche Barnier ha ammesso essere possibile).

Giovedì, come detto, la proposta di tenere una serie di voti indicativi è stata bocciata con appena due voti di scarto; tuttavia, il Governo (tramite David Lidington) ha minacciato gli euroscettici di sostenere tale procedura in caso di terza bocciatura dell’accordo: se ciò si verificherà, il rischio di no deal exit calerà significativamente

In altre parole, la partita degli euroscettici è diventata più difficile: se votano contro l’accordo, invece di rendere inevitabile una no deal exit, rischiano di spingere il Governo a negoziare con le opposizioni per una Brexit ancora più soft, e ancora più in là nel tempo.

A quel punto, potrebbero sperare soltanto in un clamoroso veto posto da qualcuno dei 27 alla richiesta di proroga.

Tutto ciò potrebbe aumentare le paure degli euroscettici di perdere il controllo sul processo, convincendoli a votare per il piano.

Ma il loro sostegno dovrebbe essere compatto per consentire l’approvazione, e quindi l’esito del voto del 20 resta ancora difficile da prevedere

Fonte: BondWorld.it

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