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Brexit: un clamoroso passo verso un’uscita senza accordo

Brexit: i voti del 29 gennaio sulla mozione del Governo rappresentano un clamoroso passo verso un’uscita senza accordo…..

a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


La premier May ha scelto di appiattirsi sulla posizione degli euroscettici, senza peraltro alcuna garanzia che essi voterebbero un eventuale accordo modificato nella parte relativa al protocollo per l’Irlanda, peraltro già escluso dall’UE.

Puntare su un rinvio sostanziale non appare una scommessa ragionevole, mentre un rinvio di qualche mese appare quasi inevitabile, a questo punto.

Dopo la bocciatura dell’accordo con l’UE, il 21 gennaio, il Governo britannico ha indicato nella sua mozione che non esiste alcun piano alternativo, e che intende perciò riproporre l’accordo così com’è, salvo sondare quali modifiche il Parlamento riteneva necessarie per superare l’opposizione.

Tuttavia, la Premier ha sostanzialmente chiuso la porta a ipotesi di nuovo referendum, di estensione del periodo negoziale, e di rapporti a regime con l’UE più stretti di quelli previsti dalla dichiarazione politica.

In alternativa, il Regno Unito sarebbe uscito dall’UE senza alcun accordo di recesso, e senza periodo transitorio – ipotesi che la Premier ha mantenuto sul tavolo.

Nella sostanza, ha dichiarato di essere disponibile al dialogo soltanto con l’opposizione interna, anche se formalmente l’offerta riguardava pure le opposizioni parlamentari ufficiali.

Il 29 gennaio sono stati votati diversi emendamenti alla mozione del Governo, con il Parlamento che ha tentato, senza grande successo, di riprendere il controllo del processo. Le votazioni hanno evidenziato due particolarità:

  1. esiste una ridottissima maggioranza disposta a escludere un’uscita senza accordo il 29 marzo, sebbene non a sostenere delle forme legalmente vincolanti di richiesta di estensione del periodo negoziale. Il voto in tal senso, insomma, appare più un auspicio che un obbligo;
  2. la maggioranza si è compattata intorno a una richiesta (il cosiddetto emendamento Brady) di sostituire il meccanismo di salvaguardia sull’Irlanda con “ alternative arrangements ” non specificati, promessa in cambio della quale anche gli euroscettici del Partito conservatore hanno garantito l’appoggio alla mozione del Governo.

Tutte le altre mozioni, incluse quelle che proponevano una diversa relazione a regime con l’UE, o che avrebbero obbligato il governo a richiedere un’estensione del periodo negoziale, sono state respinte.

La premier May ora cercherà di ottenere dall’UE una modifica del protocollo sull’Irlanda che non preveda la necessità di rimanere in unione doganale con l’UE a tempo indeterminato.

Tuttavia, se una soluzione alternativa non è emersa in quasi due anni di negoziati non si capisce per quale miracolo dovrebbe essere scoperta nel giro di uno o due mesi.

Inoltre, sembra esserci poco appetito fra i 27 per una riapertura del negoziato sul trattato.

Poco dopo il voto, infatti, il portavoce del presidente del Consiglio Europeo, Tusk, ha ribadito che:

1. il trattato non sarà riaperto per essere rinegoziato.

Quindi, inutile illudersi che il Consiglio possa rilasciare una cambiale in bianco al Regno Unito sulla questione del confine irlandese.

2. Una richiesta motivata di estendere il periodo negoziale sarebbe probabilmente accolta dagli Stati membri, ma compatibilmente con il buon funzionamento delle Istituzioni comunitarie.

Cioè, non ci sono problemi per un’estensione di due o tre mesi, ma per andare oltre ci devono essere degli sviluppi decisivi dal fronte politico britannico.

3. L’UE è aperta a rinegoziare la dichiarazione politica sulla relazione futura, in particolare se nel Regno Unito maturasse un consenso politico per un legame più stretto.

▪ Gli scenari possibili restano molteplici. Tuttavia, alcuni sono diventati particolarmente implausibili a seguito della scelta della Premier di privilegiare l’unità del partito a una soluzione negoziata della crisi, appiattendosi sulle posizioni degli euroscettici:

  1. Approvazione di un accordo modificato nella parte relativa al protocollo per l’Irlanda. Altamente improbabile, per due motivi: (a) l’UE ha dichiarato il trattato ormai chiuso; (b) anche in caso di modifica, inoltre, la compattezza della maggioranza non è garantita (una parte del Partito conservatore punta a una no – deal Brexit , anche se tatticamente ha accettato l’emendamento Brady).
  2. Approvazione dell’accordo senza modifiche. Possibile soltanto se una parte consistente dell’opposizione decide di votare a favore, compensando il voto contrario degli euroscettici, per evitare un male peggiore. Improbabile: non è interesse delle opposizioni aiutare il governo May a uscire dal vicolo cieco. Non si può del tutto escludere che il Labour si spacchi sulla questione, se il governo fornisse garanzie sui diritti dei lavoratori o promettesse investimenti nelle circoscrizioni elettorali vinte da laburisti, ma per ora il dissenso dalla linea del partito è limitato a una/due dozzine di MPs.
  3. Approvazione di un accordo modificato nella dichiarazione politica, in modo da accogliere la posizione del Partito laburista (regime tipo Norvegia). Colloqui fra May e Corbyn dovrebbero tenersi nei prossimi giorni. Improbabile: condurrebbe a una scissione del partito conservatore e a una crisi di governo, e quindi costituirebbe un suicidio politico per la Premier.
  4. Ritiro della domanda di recesso: giuridicamente possibile, ma non senza un nuovo voto popolare a copertura. Pressoché impossibile.
  5. Nuovo referendum: l’ipotesi è attualmente priva di sostegno parlamentare e appare altamente improbabile. Può diventare l’uscita di emergenza della Premier di fronte al rischio di uscita senza accordo, ma come ipotizzato al punto 3, può condurre il Partito conservatore alla scissione.
  6. Rinvio di lunga durata della scadenza del 29 marzo. Improbabile senza un consenso che spinga nella direzione del punto 2, 3 o 5, considerando i problemi che comporterebbe per l’UE. Senza una svolta politica nel Regno Unito, potrebbe sfociare ugualmente in un’uscita senza accordo.
  7. No-deal Brexit, il 29 marzo o dopo una breve estensione tecnica utilizzata per limitare il danno e consentire un minimo di preparativi giuridici e tecnici. Molto probabile. Rappresenta lo sbocco inevitabile se non si forma una maggioranza parlamentare a favore di soluzioni alternative. Peraltro, anche l’appoggio dato dagli euroscettici all’emendamento Brady sulla sostituzione del meccanismo di salvaguardia per l’Irlanda non garantisce in alcun modo che voterebbero a favore del trattato: la mossa serve loro anche per rendere più probabile un’uscita senza accordo, tarpando le ali a tutte le possibili alternative.

▪ In conclusione, malgrado la reazione tranquilla dei mercati, gli eventi del 29 gennaio rappresentano un grosso passo in avanti per lo scenario di uscita senza accordo, che renderà quasi inevitabile attivare le misure di contenimento dei rischi – legali e operativi – che tale scenario comporta anche nell’ambito commerciale.

Per quanto riguarda la data, sembra probabile che un rinvio di qualche mese sarà alla fine richiesto dal governo britannico e accordato dall’UE.

Fonte: BondWorld.it

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