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Saint-Georges Didier Carmignac

Carmignac : Come analizzare il rischio di coronavirus per l’investitore?

Carmignac : Nessuno ancora può dire quale sarà l’impatto economico globale della crisi sanitaria provocata dal Covid 19. È molto probabile che lo sforzo generale per circoscrivere l’epidemia con misure di isolamento,……

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A cura di Didier Saint-Georges, Managing Director e membro del Comitato Strategico di Investimento, Carmignac


di cui la Cina ci ha fornito un esempio particolarmente radicale, permetterà di contenere la diffusione del virus almeno nel tempo, essendo fallito il tentativo di circoscriverla nello spazio.

Tuttavia, anche nell’ipotesi di un successo, il problema è che le misure pensate per contenere la dinamica di trasmissione del virus finiscono per sconvolgere profondamente l’attività economica e sociale. Il rischio per la crescita sta nella scelta di sacrificare l’attività economica nell’interesse della salute pubblica.

Questa alternativa in realtà non è una vera scelta. Non sapendo quanto potrebbe estendersi la pandemia, l’opinione pubblica esige dai dirigenti misure molto forti, a prescindere dal costo economico. I governi sono chiamati ad agire.

Alla sfida sanitaria si aggiunge quella della capacità politica delle democrazie di gestire efficacemente un virus altamente contagioso, come ha fatto, anche se tardivamente, il governo cinese.

Uno shock esterno è meglio di uno shock endogeno

Lo scenario di base sul quale la maggior parte degli economisti oggi concorda è che lo shock economico immediato sarà violento – come lo è ora in Cina – ma transitorio. Non sembra irragionevole infatti ipotizzare come scenario centrale una risoluzione rapida dell’epidemia, complice magari l’arrivo della primavera che potrebbe rendere il virus più vulnerabile, come accade ad altri virus influenzali.

Ricordiamo che questa epidemia costituisce uno shock esterno e non endogeno. Infatti, contrariamente alla crisi finanziaria del 2008, la situazione attuale non è il risultato di un profondo squilibrio economico, le cui ramificazioni sistemiche sarebbero per loro stessa natura complesse e prolungate.

In questo senso, la crisi attuale richiama piuttosto ciò che accadde all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001, l’epidemia di SARS del 2003 o lo tsunami del 2011, le cui ripercussioni sull’economia furono gestite efficacemente con l’arsenale classico degli strumenti monetari e finanziari.

Il problema oggi per i mercati è la consapevolezza, a oltre dieci anni dalla crisi del 2008, della spaventosa realtà dei concetti di isteresi (proseguimento degli effetti ben al di là della cessazione della causa) e iatrogenesi (gravi effetti collaterali dovuti a un trattamento).

L’attuale emergenza sanitaria coincide con un contesto economico e finanziario particolare

Tutti sanno ormai che la gestione del rischio di deflazione da parte della Banche centrali a seguito della crisi finanziaria del 2008 ha prodotto effetti positivi limitati sulla crescita economica, contribuendo tuttavia a un’espansione di portata storica dei mercati azionari.

L’intervento senza precedenti delle Banche centrali, definito “repressione finanziaria” in Europa o più tecnicamente con il termine inglese di “quantitative easing”, ha sicuramente ridotto i costi di finanziamento degli attori del settore privato. Tuttavia la sola leva monetaria, vista l’insufficienza della domanda, non è riuscita a rilanciare gli investimenti produttivi delle imprese.

Ma, come ben si sa, senza investimenti non c’è crescita. Anzi, vista la costante contrazione dei rendimenti degli asset obbligazionari meno rischiosi che ne è conseguita, le Banche centrali hanno incoraggiato gli investitori a rivolgersi sempre più verso gli asset più rischiosi, azioni e obbligazioni corporate in primis.

Si è così innescata una spirale perversa, tramite la quale le Banche centrali, con la loro persistente incapacità di contrastare il trend al ribasso della crescita e dell’inflazione, giustificando così il proseguimento della loro politica monetaria non convenzionale, hanno continuato ad alimentare l’apprezzamento dei mercati azionari.

In più, la finanziarizzazione delle economie sviluppate ha reso queste ultime ostaggio del dinamismo dei mercati finanziari. I banchieri centrali non si sono fatti scrupoli a continuare a mettere in atto politiche monetarie espansive, rilanciate con forza nell’ultimo trimestre con un’ulteriore creazione monetaria e tassi di riferimento ancora più bassi.

L’emergenza coronavirus coincide con un contesto di crescita economica globale debole, in leggera ripresa ciclica solo da alcune settimane, politiche monetarie già estremamente accomodanti e borse stimolate artificialmente da dieci anni.

Il ruolo del contesto politico

La crescente divaricazione tra realtà economica e conseguenze finanziarie ha avuto effetti profondi, anche sociali e politici, uno dei quali difficilmente contestabile: ampliando la differenza in termini di ricchezza tra coloro che da dieci anni detengono asset finanziari e coloro che non ne detengono, questa divergenza ha alimentato tra questi ultimi una crescente ribellione, che in alcuni paesi ha assunto forme inaspettate.

Donald Trump sarebbe stato eletto nel 2016 senza la promessa fatta ai colletti blu degli Stati del Midwest di aumentare il loro reddito? E cinque mesi prima i britannici avrebbero votato a maggioranza per la Brexit se l’Unione europea avesse registrato una crescita economica più invidiabile?

Il problema oggi è che né Donald Trump né Boris Johnson, per limitarsi a questi due esempi, hanno in mano la soluzione per supportare una crescita economica inesorabilmente in calo a livello globale (non si riducono ovunque gli investimenti produttivi per dieci anni impunemente). L’Amministrazione Trump lo sa bene e ha plasmato la sua politica economica di conseguenza: considerando l’attività globale come una torta destinata a rimpicciolirsi, non esita a utilizzare la sua posizione di forza nei confronti dei partner commerciali per impadronirsi di una fetta sempre più grande.

Si tratta di una forma dichiarata di protezionismo o, per meglio dire, di mercantilismo, che non crede nel libero scambio a vantaggio di tutti, bensì nell’idea di un’economia globale come un gioco a somma zero, in cui tutto è permesso pur di vincere. Nel breve periodo, questo tipo di atteggiamento riscuote grande favore negli elettori, che hanno la sensazione di essere nel campo del futuro vincitore.

Purtroppo, il mercantilismo, inventato in Europa nel XVII secolo, ci ha insegnato che questa forma di nazionalismo economico è contagiosa e a lungo termine crea solo perdenti (e accessoriamente può provocare forti tensioni tra paesi costantemente in guerra commerciale). La Cina si trova oggi vincolata da un accordo commerciale che la impegna a un forte aumento delle importazioni dagli Stati Uniti proprio nel momento in cui il suo fabbisogno crolla.

Inoltre, si è impegnata a garantire la stabilità della sua moneta rispetto al dollaro, il che le preclude a priori la possibilità di una svalutazione del renminbi, che in un sistema di cambio libero costituirebbe l’arma più classica ed efficace contro uno shock economico.

L’Eccezionalismo americano continua

Rispetto a tutti questi mercati azionari letteralmente foraggiati da politiche monetarie molto favorevoli, i mercati statunitensi beneficiano di un innegabile vantaggio: l’ulteriore taglio di 50bp deciso recentemente dalla Fed stimolerà un’economia statunitense già di per sé più vivace delle altre, il governo potrà quindi facilmente finanziare un deficit di bilancio che sfiora ormai il 5% del PIL e il successo immediato della politica commerciale di Trump attirerà i capitali esteri, che si orienteranno così ancora più massicciamente verso asset targati USA.

Di conseguenza i mercati obbligazionari statunitensi hanno il vento in poppa e i titoli growth, abbondanti nel mercato azionario statunitense e meno sensibili alle frenate macroeconomiche, continueranno probabilmente a sovraperformare.

La gestione degli effetti economici della crisi sanitaria costituirà un test fondamentale per i banchieri centrali e le loro politiche.

Per la prima volta dal 2008 per gli Stati Uniti e dal 2012 per l’Europa, si afferma il rischio di una forte frenata dell’economia, che metterà a dura prova l’efficacia delle armi classiche. A causa della dipendenza dell’economia dai mercati, quantomeno in termini di effetto ricchezza e di fiducia, la credibilità dei governi e delle banche centrali diventerà rapidamente decisiva.

Oggigiorno sono i mercati a orientare in larga misura l’economia e non viceversa. Se i mercati si riprenderanno rapidamente, perché si convinceranno che le Banche centrali hanno ancora “molte frecce al loro arco”, che i governi possono ancora coordinarsi efficacemente e che una correzione transitoria, come da dieci anni a questa parte, non è altro che il punto minimo di una tendenza globalmente al rialzo, allora la fiducia potrà avere un valore “autorealizzante” e i mercati si saranno spaventati in modo immotivato.

Se invece ci si renderà conto che le armi abituali hanno perso credibilità, visti i livelli già raggiunti dai tassi di interesse e dai deficit di bilancio, la medesima logica “autorealizzante” trascinerà la crescita verso il basso.

I mercati del credito, che negli ultimi dieci anni sono stati i principali beneficiari degli ingenti flussi di denaro, saranno forse gli indicatori più affidabili, che dovremo osservare come un canarino in una miniera di carbone.

In attesa di una risposta, che nessuno sa quando giungerà, l’atteggiamento razionale per gli investitori è quello di limitare i rischi portandoli a livelli moderati, verificare la concreta e reale capacità di generare profitto dalle azioni detenute in portafoglio

Fonte: BondWorld.it

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