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Elezioni midterm: nuovi equilibri e maggiore incertezza sulla politica fiscale

Le elezioni di metà ciclo del 2 novembre dovrebbero portare a nuovi equilibri politici in Congresso, determinando ulteriore difficoltà a definire un piano di rientro della finanza pubblica federale. Nel breve termine, rimane probabile……


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un’estensione dei tagli di imposta per almeno due anni fino al 2012. 

Il conflitto politico degli ultimi mesi in Congresso ha aumentato l’incertezza dello scenario economico americano: nonostante un’ampia maggioranza democratica alla Camera, l’ostruzionismo repubblicano in Senato ha bloccato quasi tutte le iniziative dell’Amministrazione.

L’avvicinarsi della scadenza elettorale ha, di fatto, congelato anche la discussione sul futuro delle aliquote fiscali, rimandando qualsiasi decisione a dopo le elezioni. Lo scenario centrale, alla luce delle previsioni sull’esito del voto, rimane di estensione dei tagli delle imposte per due anni. Più incerto invece potrebbe essere un ulteriore rinnovo dell’estensione dei sussidi di disoccupazione con i fondi federali di emergenza.

Nuovi equilibri dopo il voto del 2 novembre

Le elezioni di metà ciclo hanno sempre indebolito l’Amministrazione in carica. Questa regolarità del ciclo politico americano è stata confermata nel 2006, con una schiacciante sconfitta dell’Amministrazione Bush e un ritorno del controllo del Congresso ai Democratici. Le elezioni del 2 novembre 2010 porteranno probabilmente a un nuovo capovolgimento di equilibri politici,con la probabile perdita della maggioranza democratica alla Camera e una significativa riduzionedel margine democratico, già risicato, in Senato.

Sulla base della Costituzione, i 435 seggi della Camera vengono rinnovati ogni due anni. I Democratici detengono attualmente 256 seggi, i Repubblicani 178, un seggio è vacante. I Democratici possono perdere fino a 38 seggi senza perdere il controllo della Camera; i Repubblicani dovrebbero guadagnarne 39 per avere la maggioranza. Al Senato, ci sono 100 seggi, di cui circa un terzo viene rinnovato nelle elezioni midterm. I Democratici hanno 57 seggi, i Repubblicani 41. Ci sono due indipendenti che hanno quasi sempre votato con i Democratici. A queste elezioni verranno rinnovati 37 seggi. I Democratici non devono perdere più di 10 seggi per mantenere il controllo del Senato. Tuttavia, in questa legislatura solo la maggioranza qualificata di 60 voti ha permesso ai Democratici di governare il Senato: dopo il passaggio della riforma sanitaria, la minaccia di ostruzionismo, credibile se la maggioranza ha meno di 60 seggi, è stata un sensibile freno alle iniziative democratiche nonostante i 59 seggi del partito del Presidente.

La previsione del risultato elettorale di metà ciclo deve tenere conto di una delle più forti regolarità empiriche della storia elettorale americana: dalle elezioni del 1918, il partito del Presidente in carica ha sempre perso seggi in occasione delle elezioni midterm. La teoria proposta dagli scienziati della politica per spiegare questo fenomeno è basata sul seguente ragionamento. Il Presidente in carica è sempre più “estremista” dell’elettore mediano e alle elezioni di metà ciclo gli elettori votano in modo da moderare le posizioni politiche del Presidente e portarle più verso il centro. Quando invece gli elettori votano simultaneamente per il Presidente e per il Congresso, decidono in una situazione di maggiore incertezza, non sapendo ancora chi sarà il Presidente e tendono a votare per lo stesso partito, sia alla presidenza, che al Congresso. Poiché attualmente il partito del Presidente detiene la maggioranza nei due rami del Congresso, il proseguimento della regolarità statistica riporterebbe il Congresso in una situazione di bipolarismo, con la Camera probabilmente repubblicana e il Senato democratico. Un’altra regolarità dei risultati elettorali è che i detentori di seggio che si ricandidano (incumbents) sono stati sempre largamente favoriti nelle elezioni. Secondo dati del Congressional Quarterly, circa il 75% dei detentori dei seggi alla Camera vengono rieletti. Per valutare i seggi che possono effettivamente modificare gli equilibri complessivi, è utile contare i seggi in cui il detentore attuale non si ricandida o perché ha perso le elezioni primarie o per altri motivi (età, ecc.), cioè il numero di seggi “aperti”. In queste elezioni, molti detentori di seggio Democratici non si ricandidano, esponendo il partito a perdite anche più ampie di quelle legate alla regolarità storica.

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I sondaggi, attualmente, danno come scenario centrale perdite democratiche pesanti sia alla Camera, sia al Senato. Al Senato, i sondaggi fanno prevedere uno spostamento della maggioranza democratica verso un margine molto modesto, addirittura a rischio di perdita della maggioranza semplice. Da un sondaggio del 27 settembre (Rasmussen Reports), i Democratici avrebbero 51 seggi, i Repubblicani 45, con 4 seggi incerti. Per quanto riguarda la Camera, i sondaggi recenti mostrano 48% di voti favorevoli ai Repubblicani, contro un 40% ai Democratici, e da mesi danno indicazioni coerenti con la perdita della maggioranza democratica. Dei seggi attualmente in mano ai Democratici, 13 rappresentanti non si ricandidano, mentre si registrano nei sondaggi crescenti perdite di consensi anche per i parlamentari che si ripresentano. I sondaggi indicano come probabile uno scenario con seggi Repubblicani fra 210 e 225, Democratici fra 180 e 210, con circa 20-30 seggi incerti. Secondo il Cook Political Report di agosto, i Repubblicani potrebbero aumentare i loro seggi fra 35 e 45, con la probabilità di una vittoria maggiore della probabilità di un risultato meno brillante. Un sondaggio Gallup (vedi sotto) mostra che, combinando chi si definisce repubblicano con chi è inclinato verso i Repubblicani, porterebbe a un’ampia maggioranza repubblicana.

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Le elezioni dovrebbero quindi portare a un Congresso diviso, in cui le decisioni dovranno essere raggiunte attraverso compromessi bi-partisan.

Quali scenari per la politica fiscale?

Lo scenario più probabile dopo novembre è di maggioranza repubblicana alla Camera e di Senato spaccato vicino alla linea 50-50. Anche il mantenimento di una risicata maggioranza al Senato non sarebbe sufficiente a garantire potere legislativo: già da inizio 2010, con la perdita del 60esimo seggio, la maggioranza democratica al Senato non è riuscita a muovere efficacemente la legislazione per via del continuo ostruzionismo repubblicano e di defezioni di voti marginali.

Questo nuovo equilibrio riporterebbe a una situazione simile a quella realizzatasi con le elezioni di metà ciclo del 1994, sotto la presidenza di Bill Clinton, quando la Camera tornò repubblicana (per la prima volta dal 1954), con una perdita di 54 seggi Democratici. Anche il Senato passò ai Repubblicani, con una perdita di 8 seggi Democratici (i Democratici avevano 56 seggi prima delle elezioni). Nel 1994, una parte consistente della vittoria repubblicana fu sostenuta dalla destra evangelica; questa volta, sarà cruciale il contributo del movimento “Tea Party”, coagulato intorno al tema di riduzione delle tasse.

E’ possibile fare un parallelo fra la situazione del 1994 e quella del 2010? Dal punto di vista delle condizioni macroeconomiche, un punto in comune fra gli anni Clinton e quelli attuali è lo stato disastroso della finanza pubblica; sotto Clinton, però, la congiuntura era decisamente più favorevole, con una crescita sostenuta e un mercato del lavoro soddisfacente, anche dopo un periodo di restrizione monetaria attuata dalla Fed nel 1994. Il primo mandato della presidenza Clinton era iniziato con un obiettivo di consolidamento della finanza pubblica e aveva dato luogo all’approvazione del “deficit reduction plan” senza voti Repubblicani, con una spaccatura lungo le linee di partito molto forte, in parte poi considerata da molti determinante per la sconfitta elettorale democratica alla elezioni midterm. Il piano includeva l’istituzione delle aliquote del 36% e del 39,6% per i redditi più elevati (top 1,2%), un’aliquota massima per le imposte sui profitti del 35%, l’eliminazione del tetto alle imposte per Medicare, un aumento della quota di redditi previdenziali tassabili, e un modesto incremento dell’imposta sulla benzina.In sostanza, molto di quanto incorporato nel piano Clinton è parte del budget Obama. Nel 1995, con la perdita del controllo del Congresso, l’agenda politica passò in mano ai Repubblicani, con l’obiettivo di ridurre la dimensione del governo federale. L’attività legislativa trovò freni con la mancata firma da parte di Clinton di molte proposte repubblicane, ma nel 1996 Clinton approvò il piano di azzeramento del deficit e una riforma della previdenza, che fra l’altro includeva un limite temporale al pagamento di sussidi di disoccupazione, oltre a una serie di restrizioni nei benefits che hanno permesso di mantenere solvibile il sistema Social Security nei decenni successivi.

E’possibile che si ripeta nel prossimo biennio un sentiero di controllo del deficit analogo a quello degli anni Clinton? La probabilità che nel prossimo biennio si avvii un processo di chiusura strutturale del deficit è relativamente bassa per due motivi: 1) manca un elemento fondamentale dal lato delle imposte: con lo scenario congiunturale attuale e la posizione anti-tasse del partito repubblicano, l’unico accordo possibile, al momento, è il congelamento delle aliquote per tutte le classi di reddito; 2) la situazione dal lato delle spese è più difficilmente controllabile rispetto agli anni Novanta, per l’invecchiamento della popolazione e la difficoltà a frenare flussi di spesa per sanità e previdenza. Infine, più del 40% della popolazione riceve trasferimenti (attraverso sussidi o previdenza), e una restrizione su questi fronti avrebbe effetti negativi nel breve termine su un ciclo già debole. Un margine possibile riguarda la riduzione della spesa per la difesa che però avrebbe effetti solo temporanei sul deficit.

Lo scenario centrale per i prossimi due anni è uno stallo sul sentiero di medio termine della politica fiscale. L’Amministrazione Obama si troverà probabilmente a dover negoziare ogni decisione con il Congresso, di fatto bloccando qualsiasi nuova iniziativa, come succede tipicamente in questi casi. Tuttavia, ci sono diverse questioni aperte che richiedono “azione” nel breve termine: la politica delle imposte, l’estensione dei sussidi di disoccupazione e i trasferimenti agli Stati. Dal 1° gennaio, se il Congresso non agisce, le aliquote delle imposte sul reddito delle famiglie dovrebbero tornare, per tutte le classi di reddito, sui livelli pre-Bush. Il partito repubblicano ha sostenuto l’opportunità di congelare le aliquote sui livelli attuali. Sembra probabile che, come primo intervento nel nuovo Congresso, si estendano i tagli di imposta per almeno due anni. Più dubbio potrebbe essere il futuro dell’estensione dei sussidi di disoccupazione con le procedure di emergenza: l’attuale scadenza è a fine novembre 2010.

Questa voce riguarda circa 5,3 milioni di individui che percepiscono in media 1300 dollari al mese. L’eliminazione dell’estensione avrebbe ricadute negative di rilievo sulla spesa (come si era visto a maggio e giugno durante il periodo di blocco dell’estensione). La questione relativa ai trasferimenti agli Stati è altrettanto rilevante. Nel mese di agosto, dopo mesi di conflitto, il Congresso ha approvato ulteriori trasferimenti per 23 miliardi di dollari che permettono l’estensione di programmi finanziati con ARRA e in scadenza con fine 2010. I dati dell’employment report di settembre mostrano chiaramente quali sono i rischi derivanti da un mancato sostegno agli stati su ciclo e soprattutto occupazione. Il calo di 95 mila posti nel mese scorso ha avuto un ampio contributo dalla contrazione degli occupati a livello statale e locale (-83 mila posti).

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Nella tabella qui sopra si riportano alcuni possibili scenari alternativi sulla spesa e sulle imposte, con la stima del CBO degli effetti sul deficit sull’orizzonte fra il 2011 e il 2020. Il CBO stima anche gli effetti sul PIL e sul tasso di disoccupazione di combinazioni possibili di alternative fiscali: 1) estensione per due anni oppure permanente dei tagli di imposta, indicizzazione dell’Alternative Minimum Tax (AMT), imposta di successione come prima delle modifiche dell’Amministrazione Bush; 2) estensione per due anni o permanente dei tagli di imposta per tutti i redditi al di sotto di 200 mila dollari (250 mila dollari per coppie) più le altre misure del punto 1). Gli effetti su PIL e disoccupazione delle 4 alternative sono riassunti nella tabella qui sotto. Per quanto incerta sia la stima degli effetti della politica fiscale, dalla tabella appare chiaro che nello stato attuale del ciclo è più rilevante la chiarificazione dello scenario delle imposte rispetto a un’eventuale riapertura della politica monetaria quantitativa della Fed. Per quanto riguarda l’ulteriore estensione dei sussidi, in assenza di miglioramento del mercato del lavoro, riteniamo probabile l’estensione, ma come avvenuto in primavera, solo dopo dibattiti prolungati e per periodi sempre più brevi, lasciando, di fatto, un’ampia incertezza per il sentiero di spesa delle famiglie.

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La composizione attesa del Congresso dopo le elezioni rende improbabile la definizione di politiche di medio termine per il contenimento del deficit, che richiederebbe correzione dei programmi per sanità e previdenza da un lato e rialzo di imposte (dirette e indirette) dall’altro.


Fonte: Intesa San Paolo Spa


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