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Flash: – Germania. L’indice IFO è atteso ritracciare

– Germania. L’indice IFO è atteso ritracciare parte dell’ampio aumento del mese scorso per assestarsi a 103,2. L’indagine ZEW ha segnalato un miglioramento….

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sia delle attese che della situazione corrente, ma l’indice IFO era già salito di 2 punti il mese scorso.

La fiducia nel manifatturiero e servizi potrebbe tornare indietro dopo il forte aumento di agosto, altresì ci aspettiamo un aumento nel commercio al dettaglio. I market mover della settimana

Nell’area euro, il focus sarà ancora sulle indagini di fiducia. L’indice IFO è atteso ritracciare parte dell’aumento del mese precedente.

L’indice INSEE dovrebbe risultare poco variato mentre gli indici Istat dovrebbero mostrare un calo del morale di famiglie e imprese in Italia.

L’indice ESI di fiducia economica, elaborato dalla Commissione Europea, è visto in calo a 111,2 da 111,6.

Gli indici di fiducia rimangono su livelli coerenti con il proseguimento della fase di espansione, anche se a ritmi più moderati.

Le stime preliminari per il mese di settembre dovrebbero mostrare l’inflazione in aumento di un decimo nella media area euro al 2,1%, in Germania al 2% e in Italia all’1,7%.

In Spagna l’inflazione è vista accelerare al 2,5% da un precedente 2,2%, in Francia in rallentamento di un decimo al 2,5%.

In Italia è in calendario l’attesa presentazione della Nota di Aggiornamento al DEF, che conterrà i nuovi target di finanza pubblica, oltre alle aste di fine mese di debito pubblico

(incluse, giovedì, quello di debito a medio/lungo termine).

Riguardo alla manovra 2019, a pochi giorni dalla scadenza la stampa riferisce ancora di perduranti contrasti sugli obiettivi fiscali, da cui dipende l’esistenza o meno

di spazi per l’attuazione delle misure care ai due partiti di governo.

I molti dati in uscita negli Stati Uniti non dovrebbero modificare lo scenario positivo dell’economia.

Il focus della settimana sarà sulla riunione del FOMC, che dovrebbe concludersi con un aumento, del tutto scontato, di 25pb del tasso sui fed funds, a 2-2,25% e indicazioni di ulteriori graduali rialzi.

Le proiezioni verranno estese al 2021 e faranno intravedere la fine di questo ciclo, mentre Powell nella conferenza stampa segnalerà la prosecuzione dei rialzi, da attuare però con gradualità e cautela.

Fra i dati, la fiducia dei consumatori a settembre dovrebbe restare molto elevata.

Ad agosto, si prevede un deficit commerciale dei beni sempre ampio, ordini di beni durevoli in rialzo, vendite di case nuove circa stabili, spesa personale e reddito personale in rialzo.

Sul fronte dell’inflazione, le notizie dovrebbero essere tranquillizzanti, con il deflatore dei consumi core di agosto in rialzo di 0,1% m/m (2% a/a). Venerdì sui mercati

Italia. L’Istat ha comunicato la revisione dei conti nazionali annuali per gli anni 2015-17.

La revisione per il 2015 è limitata in quanto incorpora solo alcuni aggiustamenti (riguardanti in particolare le imposte) relativi al conto delle PA,

quella per gli anni successivi è invece significativa in quanto include i dati definitivi 2016 sui risultati economici delle imprese e l’occupazione.

Ne deriva una revisione al rialzo di oltre 8 miliardi sul PIL 2016 e 2017 (che riguarda soprattutto investimenti ed export, mentre la spesa delle amministrazioni pubbliche è rivista verso il basso).

Sulla base dei nuovi dati, il PIL ai prezzi di mercato è cresciuto di 2,3% nel 2016 (ben +0,6% rispetto alla precedente stima) e di 2,1% nel 2017 (stima invariata);

in valori concatenati, il PIL è aumentato di 1,1% nel 2016 e di 1,6% nel 2017 (rispettivamente +0,2% e +0,1% rispetto a quanto stimato in precedenza).

L’indebitamento netto 2017 è stato rivisto al rialzo di circa 1,4 miliardi, principalmente per effetto delle maggiori spese in conto capitale; anche il debito pubblico è stato rivisto al rialzo (di oltre 4 miliardi per il 2017).

Tuttavia, poiché la revisione del denominatore incide in minor misura sul rapporto deficit/PIL che su quello debito/PIL,

ne deriva una rilettura peggiorativa del primo (da 2,3% a 2,4%) e migliorativa del secondo (da 131,8% a 131,2%).

Vi sono due implicazioni per il quadro di finanza pubblica che verrà inserito nella Nota di Aggiornamento al DEF in pubblicazione la prossima settimana:

da un lato, il deficit tendenziale 2018 sarà ceteris paribus più alto di un decimo (questo effetto si aggiunge a quello della minore crescita e maggiore spesa per interessi, che portano il tendenziale 2018 ad almeno 1,8% dall’1,6% previsto nel DEF),

dall’altro i livelli del rapporto debito/PIL saranno più bassi di quelli indicati in precedenza: nelle nuove stime, dopo il picco del 2014 a 131,8%, il debito è sceso ogni anno, sia pure marginalmente (di due decimi all’anno).

Poiché anche per il 2018 c’è da attendersi una flessione limitata a qualche decimale, sarà importante preservare e anzi rafforzare il trend di calo del debito con riferimento al 2019.

Il PMI composito segnala un forte rallentamento degli ordini all’ export

Il PMI composito è scivolato ulteriormente a settembre a 54,2 da 54,5. L’indice composito è sceso leggermente in Germania a 55,3 da 55,6 mentre ha rallentato in modo più marcato in Francia a 53,6 da 54,9.

Come previsto, il PMI manifatturiero ha continuato a segnalare un rallentamento dell’attività, (53,3 da 54,6) su scia di un ulteriore frenata degli ordini all’export a 50 da un precedente 52.

La tendenza è assai più pronunciata in Germania dove gli ordini all’export cedono 3,6 punti fermandosi a 48,2 un minimo dal 2013.

In Francia, la caduta degli ordini è meno marcata ma in ogni caso l’indice è sceso a 49 da 50,6. Il PMI manifatturiero sembra suggerire che le imprese di grandi dimensioni cominciano a risentire del rallentamento del commercio mondiale.

Il quadro nei servizi rimane più incoraggiante con l’indice per la zona euro in lieve aumento a 54,7 da 54,4 grazie al miglioramento di un punto e mezzo dell’indice tedesco a 56,5 che più che compensa il calo dell’indice francese di 1,1 a 54,3.

Per il momento, il rallentamento di attività non sta avendo effetti sulla dinamica occupazionale.

L’indice occupazionale composito è scivolato di appena due decimi a 55,1 dal momento che le imprese di servizi segnalano un aumento delle intenzioni ad assumere.

Per quanto riguarda i prezzi di vendita, le attese sono ferme intorno a 53,3 da diversi mesi. Le pressioni sui prezzi interni restano ancora poco convincenti.

L’indice PMI composito si è aggirato in media a 54,3 nel 3° trimestre da 54,7 e segnala una crescita del PIL più vicina allo 0,3% t/t che allo 0,4% t/t, registrato nella prima metà dell’anno.

L’attività manifatturiera sta perdendo gradualmente slancio, molto probabilmente perché i timori di un’escalation delle misure protezionistiche stanno iniziando a colpire i flussi commerciali.

Ciò detto, la domanda interna rimane su un sentiero di crescita assai solido.

Una valutazione più completa del ciclo economico nella zona euro sarà possibile la prossima settimana dopo l’uscita dell’IFO, INSEE; ISTAT e indice ESI della Commissione europea.

Restiamo positivi sulle prospettive di crescita della zona euro, la fase di espansione prosegue anche se a ritmi più moderati rispetto alle nostre attese di sei mesi fa.

Il momento ciclico di fondo è ancora coerente con un graduale aumento dei prezzi interni.

Ad oggi il rallentamento del manifatturiero non giustifica un cambiamento della strategia di normalizzazione delle politiche non convenzionali da parte della BCE.

Ricordiamo che la politica monetaria è ultra-accomodante data la posizione

Stati Uniti. Oggi entrano in vigore i nuovi dazi imposti dagli USA su 200 mld di importazioni dalla Cina (al 10%, in aumento a fine 2018

se non ci saranno progressi nei negoziati) e dalla Cina su 60 mld di importazioni dagli USA (fra il 5 e il 10%).

Gli effetti dei dazi ai livelli attuali dovrebbero essere contenuti (intorno a – 1 decimo sulla crescita USA, e pochi punti pase sull’inflazione core), ma il successivo rialzo al 25% potrebbe essere più significativo, anche se sempre modesto.

La Cina ha comunicato la cancellazione dell’incontro fra il segretario del Tesoro americano e la delegazione cinese guidata dal vice premier Liu He, che era stato fissato per fine settimana.

Si era ventilata l’ipotesi di un incontro fra i presidenti Trump e Xi alla riunione dell’ONU, ma l’evoluzione sul fronte dei dazi lo rende improbabile.

Le autorità cinesi hanno ripetuto da tempo che non intendono negoziare “con una pistola puntata alla tempia”.

La tensione fra i due paesi è quindi in aumento, senza un canale di comunicazione aperto per frenare l’escalation dei dazi.

Gli USA si apprestano a preparare dazi su altri 267 mld di importazioni cinesi.

Se gli Stati Uniti applicassero anche i dazi minacciati, le nuove misure coprirebbero il totale delle importazioni dalla Cina (stimate a 529 mld a luglio 2018).

Le nuove misure cinesi colpiscono già la quasi totalità dell’import dagli USA (110 mld su 135 mld).

Intanto, secondo Bloomberg, la Cina sta considerando di ridurre dal 1° ottobre i livelli dei dazi “ most favored nation ” (MFN) sulle importazioni dai livelli attuali, in media pari a 9,8%.

Il 1° luglio era già entrata in vigore una revisione verso il basso dei dazi sui beni di consumo, con una riduzione dei dazi medi sul settore a 6,9%, da 15,7%.

Sul fronte del NAFTA, i negoziati con il Canada sono ripresi, per ora senza risultati, anche se sembra sia stato fatto qualche passo avanti sulle richieste canadesi.

Alla fine di questa settimana l’amministrazione USA dovrebbe pubblicare il testo definitivo dell’accordo (per ora bilaterale con il Messico) che dovrebbe sostituire il NAFTA.

Al momento, riteniamo probabile che l’accordo venga esteso anche al Canada.

Regno Unito. Venerdì la premier May ha respinto ambedue le opzioni di accordo prospettate dall’UE (tipo-EEA o Canada-plus),

la prima perché rappresenterebbe un tradimento degli elettori che hanno votato per la Brexit, la seconda perché istituirebbe una sorta di confine fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna.

Quindi, ha affermato che un’uscita senza accordo sarebbe meglio di entrambe le soluzioni.

Intanto, il leader del Partito Laburista, Corbyn, ha dichiarato di essere contrario a un nuovo referendum sulla Brexit perché rappresenterebbe un tradimento degli elettori,

ma che si adeguerà alla decisione del partito; probabilmente Corbyn punterà piuttosto a elezioni anticipate.

Fonte: BONDWorld.it

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