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HUAWEI La guerra high-tech

HUAWEI La guerra high-tech. A colpi di scommesse, Trump scandisce il ritmo dei mercati. L’attesa correzione tecnica iniziata a maggio è stata innescata dal mancato accordo commerciale fra Cina e Stati Uniti….

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Andrea De Gaetano – Analista Senior AAg Wealth Management


Il rimbalzo delle ultime ore è arrivato dopo che il presidente USA ha confermato che Huawei può rientrare in un accordo commerciale più ampio con Pechino.

In un mondo in cui le aziende high-tech pesano più delle altre, il caso Huawei, secondo maggior produttore di smartphone dopo Samsung, ha colpito i listini di Borsa mondiali.

Huawei è stata inserita nella entity list, la lista nera del Dipartimento del Commercio statunitense che vieta alle aziende americane di rifornire aziende straniere pericolose per la sicurezza nazionale.

Di conseguenza, Google, che fornisce il proprio sistema operativo Android agli smartphone prodotti da Huawei, ha annunciato di sospendere parte delle forniture al colosso cinese.

Stessa scelta di altri giganti high-tech USA come Intel, leader nella produzione di microprocessori.

Gli Stati Uniti hanno dato un periodo di grazia di 90 giorni, fino al 19 agosto, prima di rendere operative le restrizioni nei confronti di Huawei, ma le conseguenze si sono già fatte sentire.

La giapponese Panasonic si è accodata alla posizione USA dichiarando (e poi smentendo) di stoppare la consegna di alcuni componenti a Huawei. Vodafone U.K., ha detto che abbandonerà gli ordini dei nuovi smartphone 5G Huawei finché la situazione non sarà più chiara.

https://www.bis.doc.gov/index.php/policy-guidance/lists-of-parties-of-concern

La “guerra fredda” tecnologica fra Cina e Stati Uniti dura da tempo. Già l’anno scorso la Cina aveva censurato l’accesso ai siti di Google, Youtube, Facebook e altre importanti multinazionali USA.

In dicembre 2018, la direttrice finanziaria di Huawei, figlia del fondatore, è stata arrestata in Canada, su mandato USA, con l’accusa di aver violato le sanzioni contro l’Iran.

Trump sta giocando d’azzardo per arrivare più forte al tavolo delle trattative con la Cina. Potremmo essere all’inizio di una guerra duratura che, a colpi di tariffe, semina feriti.

Non solo nel settore tecnologico.

Per lenire le sofferenze degli agricoltori americani, che hanno visto crollare l’export di soia e altri cereali verso la Cina, Trump ha annunciato un piano da 16 miliardi di aiuti.

Nel frattempo, il presidente USA, ora concentrato sulla Cina, ha sospeso le tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio da Messico e Canada.

L’eco mediatica sta già condizionando le scelte delle aziende, oltre al sentiment degli investitori, ma c’è una “sporca guerra” sul territorio cinese, meno evidente ma più micidiale, che rischia di bloccare il processo di apertura agli investimenti esteri in Cina.

Riporta il Financial Times, il 47% dei membri della Camera di Commercio Americana in Cina ha detto di aver subito ritorsioni da parte delle autorità cinesi, dopo l’introduzione delle tariffe: ispezioni, autorizzazioni o licenze negate, sdoganamento merci più lento.

Burocrazia. Circa un terzo delle 239 aziende americane ha detto di voler cancellare o ritardare gli investimenti in Cina, mentre un 40% sta considerando di trasferire la produzione manifatturiera fuori dalla Cina (nel Sud-Est asiatico o in Messico).

Non basta. A complicare il quadro geopolitico, c’è l’instabilità governativa nel Regno Unito, dove Theresa May ha appena rassegnato le dimissioni.

Si intensificano le tensioni in Medio Oriente dopo il sabotaggio di 4 petroliere (di cui due saudite) nello Stretto di Hormuz e un attacco a una pipeline di petrolio saudita da parte di droni di milizie Houti Yemenite, sostenute dall’Iran.

L’Iran ha minacciato, a più riprese, di chiudere lo Stretto di Hormuz, dove transita un terzo di tutto il greggio trasportato via mare, in caso di nuove minacce.

Il petrolio è in altalena: pressione sui prezzi per la forte produzione e le prospettive di rallentamento della domanda, a seguito della guerra commerciale.

Fiammate all’insù quando Iran e USA bisticciano o al minimo sentore di tagli alla produzione da parte dell’Opec.

Quadro geopolitico incandescente, le economie mondiali continuano ad espandersi, con oltre il 70% delle aziende europee e americane che hanno riportato risultati trimestrali oltre le attese, inflazione intorno al 2% negli Stati Uniti e in timida ma costante ripresa anche in Europa, all’1.7% nel mese di aprile.

Grande imbarazzo per le Banche Centrali: vorrebbero e dovrebbero alzare il costo del denaro, ma esitano a farlo, spaventate dalla volatilità dei mercati e dall’incertezza geopolitica.

Dai verbali dell’ultima riunione del 30 aprile/1 maggio, la Fed appare molto indecisa sul da farsi.

Soprattutto su come smaltire la grande abbuffata da 4.5 trilioni di dollari di acquisti di bond accumulati in bilancio in un decennio (ora siamo a 3.9 trilioni). Di tagli dei tassi (che il mercato ancora sconta) non v’è traccia.

Operativamente e per concludere

Dai massimi di aprile/maggio la correzione dei mercati è stata contenuta: -5.1% per l’indice S&P500 e -5.7% per l’Eurostoxx.

Un po’ peggio per l’indice italiano FTMIB -8.7%, che però ha già staccato i dividendi, compensando in parte il differenziale di performance.

L’effetto delle tensioni geopolitiche si è fatto sentire sui bond governativi di qualità, con il Bund tornato in territorio negativo fino a -0.12% sulla scadenza decennale e il T-Note decennale al 2.31% di rendimento, livelli che non si vedevano dal 2016.

Rendimenti schiacciati sui bond e buoni utili aziendali giustificano la tenuta dei mercati azionari.

Per chi ha fiducia che Cina e USA trovino un accordo commerciale, la strategia è acquistare i mercati azionari sulla debolezza, proteggendosi con stop.

Al contrario, chi è meno ottimista o già soddisfatto degli anni di mercati al rialzo, potrà approfittare di ogni rimbalzo per alleggerire bond e azioni, in attesa di ricomprare su prezzi migliori.

Sui bond, soprattutto dopo il recente rally e in Europa, ci sono più rischi che potenziale guadagno.  

Il dollaro si è apprezzato nei confronti dell’euro, che invece è già salito contro altre valute come sterlina e valute nordiche. Sul cambio euro/dollaro USA, opportunità di acquisto di euro/vendita di dollari in area 1.11.

La volatilità, risvegliatasi con la primavera, farà compagnia anche durante i mesi estivi.

Fonte: BondWorld.it

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