BondWorld.it
Intesa SanPaolo FOMC DEF il punto

Il Punto : Brexit e USA

Brexit – Il governo May insiste nella sua strategia di prolungare l’incertezza sui tempi e le modalità dell’uscita dall’UE, sperando che la paura di un’uscita senza accordo alla fine prevalga. …

a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Tuttavia, ciò mantiene le aziende nell’incertezza, obbligandole a preparativi onerosi e accrescendo i danni per l’economia britannica.

Anche se esiste una maggioranza contraria a un’uscita senza accordo e favorevole a un rinvio, non è per nulla scontato che ci sia anche una maggioranza a favore di un progetto alternativo e praticabile.

Le soluzioni migliori possono spaccare in due i maggiori partiti. Perciò il rischio di no deal Brexit è comunque molto alto.

– Il 14 febbraio, il parlamento è stato chiamato a dare più tempo al governo per trovare alternative al meccanismo di salvaguardia ( backstop ) per l’Irlanda, secondo quanto previsto dalla mozione del 29 gennaio.

Tutti gli emendamenti delle opposizioni sono stati respinti, ma anche la mozione del governo è stata clamorosamente bocciata a causa dell’astensione dei conservatori legati a ERG, favorevoli a una hard Brexit.

Questi ultimi si erano risentiti per il riferimento esplicito al documento del 29 gennaio, in quanto esso include anche la formalizzazione che il parlamento non approva un’uscita senza accordo.

In teoria, il voto non conta nulla: subito il governo ha ribadito che continuerà a muoversi per la modifica del backstop , sulla base dell’unica mozione finora approvata.

Tuttavia, ha dovuto fare una mezza promessa di pubblicare le analisi interne sugli effetti di una no-deal Brexit .

Inoltre, entro il 27 febbraio dovrà decidere se riproporre al voto l’accordo, o presentare una nuova mozione emendabile.

– Il voto di giovedì 14 mostra che la maggioranza regge soltanto se le proposte sono abbastanza ambigue da evitare di mettere a nudo le differenze.

Siccome è escluso che il trattato e il protocollo sull’Irlanda siano rivisti, e anche che possa essere accettata una scadenza temporale non condizionata, la strategia del governo appare destinata al fallimento.

– Nel parlamento c’è una maggioranza ampia contraria a un’uscita senza accordo. Una volta confermato che la strategia del governo May è fallita, i conservatori moderati potrebbero uscire allo scoperto e votare con le opposizioni per obbligare il governo a chiedere un’estensione del periodo negoziale.

Si prospettano dimissioni dai ranghi del governo.

Ma un’estensione per fare che cosa? Senza un’alternativa, l’uscita senza accordo sarebbe comunque inevitabile.

– L’unica proposta in grado di ottenere un ampio sostegno parlamentare sarebbe quella che accetta il trattato di recesso così com’è e propone di rinegoziare la dichiarazione politica sul rapporto futuro nella direzione di legami normativi e commerciali più stretti con l’UE, inclusa la permanenza sine die nell’unione doganale UE.

Tuttavia, essa è stata finora respinta dal governo conservatore, timoroso di una scissione del partito e di un collasso della maggioranza parlamentare.

L’ipotesi di una nuova consultazione popolare, per ora è sostenuta soltanto dai centristi, mentre i laburisti sono spaccati.

E l’idea di ritirare la richiesta di recesso non è ipotizzabile senza una consultazione popolare che la sostenga.

– Che un governo possa adottare come sua strategia quella di mantenere tutto il Paese sulla corda fino all’ultimo giorno ha dell’incredibile.

Un’uscita senza accordo dovrebbe essere preparata, e impone scelte onerose alle aziende.

Mantenere un livello più elevato di scorte ha un costo; se gli stabilimenti automobilistici anticipassero la chiusura alla primavera ma poi l’uscita fosse rinviata, i problemi sarebbero addirittura più gravi.

Peraltro, il governo britannico è riuscito finora a garantirsi la continuità degli accordi commerciali sottoscritti dall’UE con paesi terzi soltanto in 7 casi su 69, fra i quali l’unico partner commerciale significativo è la Svizzera.

Quindi, un’uscita il 29 marzo aumenterebbe le barriere al commercio estero anche nei confronti di molti paesi terzi. Probabilmente, la delocalizzazione verso il continente è destinata ad accelerare, così come il rallentamento dell’economia.

Stati Uniti – Incertezza alle stelle. Nel breve termine, il ritardo nella pubblicazione dei dati economici dovuto allo shutdown e gli effetti transitori su diverse variabili lascia lo scenario economico USA in una fase di incertezza, però temporanea.

L’incertezza politica, in forte aumento già da fine 2018, resterà invece straordinariamente elevata per gran parte del 2019, con ripercussioni rilevanti per la congiuntura e la politica monetaria.

– Lo shutdown di fine 2018 ha lasciato in eredità un vuoto informativo sulla congiuntura americana, che si colmerà gradualmente nei prossimi mesi, e una volatilità dei dati che dovrebbe proseguire nel 2° trimestre.

Secondo il Congressional Budget Office , la chiusura degli uffici dovrebbe frenare la crescita nel 4° trimestre 2018 e nel 1° trimestre 2019 (-0,2pp e -0,4pp, rispettivamente), ma spingerla verso l’alto nel 3° (+1pp). Per ora, sulla base dei dati disponibili, non ci sono indicazioni di modifiche significative dei fondamentali economici.

Invece, l’enorme aumento di incertezza collegato a eventi politici visto da fine 2018 difficilmente rientrerà.

Il calendario del 2019 è costellato di eventi politici cruciali per lo scenario economico: la lista degli appuntamenti dei prossimi mesi parla da sola.

– Il 15 febbraio è in scadenza l’estensione delle leggi di spesa che avevano causato lo shutdown di fine 2018. Secondo la Casa Bianca,

Trump dovrebbe firmare oggi il pacchetto di leggi di spesa approvati in Congresso, evitando un nuovo shutdown .

Il presidente però intende anche dichiarare una situazione di emergenza nazionale al confine, mirando a utilizzare fondi per costruzioni della difesa o allocati all’ US Army Corps of Engineers per finanziare il muro con il Messico.

L’eventuale dichiarazione di emergenza nazionale, criticata sia dai democratici sia dalla leadership repubblicana., aprirebbe un nuovo fronte di conflitti politici con il Congresso, oltre a rendere più incerta la divisione dei poteri legislativo ed esecutivo e a trascinare probabilmente la questione in tribunale, potenzialmente fino alla Corte Suprema.

La risoluzione dell’incertezza sullo shutdown , che peraltro dura solo fino a fine settembre, lascia il posto a un nuovo fronte di scontri con esiti incerti, sia nel breve sia nel medio termine.

– Entro il 17 febbraio dovrebbe essere pubblicato il rapporto del Commerce Department sul settore auto, compilato sulla base della sezione 232 del Trade Act.

Il rapporto, concluso a metà novembre 2018, dovrebbe essere reso pubblico entro 90 giorni dalla stesura. Le indicazioni dovrebbero essere in linea con le richieste dell’amministrazione, con una valutazione secondo cui le importazioni nel settore auto (sia autoveicoli sia parti) rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale.

Il rapporto di per sé non implica che i dazi vengano attuati, perché verrà utilizzato nelle negoziazioni bilaterali ora in corso fra USA e Unione Europea da un lato, e USA e Giappone, dall’altro.

Tuttavia, il rapporto chiarirà chi viene dopo la Cina sulla strada della guerra commerciale di Trump e manterrà aperti i rischi di un’escalation di dazi.

Gli effetti di un aumento dei dazi al 25% verso tutti i partners e sull’intero totale di importazioni di veicoli e parti (senza ritorsioni) avrebbe un effetto stimato dalla Tax Foundation di riduzione del PIL USA di almeno -0,2pp, di significativa correzione di occupati e di rialzo dei prezzi, mentre l’IFO stima una riduzione del PIL del Giappone e della Germania di -0,12pp e -0,16pp, rispettivamente.

L’impatto dei dazi varierebbe se venissero esclusi Canada e Messico (come da lettera firmata in sede di rinegoziazione del NAFTA, peraltro non ancora approvato in Congresso) e se venisse esclusa dall’imposizione la componentistica.

Tuttavia, come per il caso della Cina, l’apertura del capitolo auto porterebbe a un aumento di incertezza per un periodo prolungato di tempo, con possibili ripercussioni negative anche prima che venga definita qualsiasi nuova misura.

– Il 1° marzo scade la tregua nella guerra dei dazi con la Cina. In mancanza di un accordo o di un’estensione del periodo di moratoria, dal 2 marzo i dazi su 200 mld di importazioni dalla Cina salirebbero al 25% dal 10% attuale.

Il nuovo round di negoziati a livello ministeriale in corso questa settimana sembra abbia prodotto progressi, e sarà seguito da nuovi incontri.

Tuttavia è possibile che non si riesca ad arrivare a una conclusione entro il 1° marzo.

È probabile che la tregua venga estesa: le dichiarazioni di Trump al riguardo sono state contraddittorie, ma sono emerse giovedì indicazioni di una possibile estensione di 60 giorni (contro richieste della Cina di 90 giorni).

Pertanto, anche su questo fronte, in assenza di una deflagrazione il 1° marzo, lo scenario centrale è di pausa temporanea, mentre proseguono i negoziati.

Anche in caso di accordo finale, non è chiaro se i dazi torneranno ai livelli pre-2018 o se verranno mantenuti sui livelli attuali, e comunque resteranno un’arma per controllare l’adesione cinese a eventuali impegni.

– Il 1° marzo scade anche la sospensione del limite del debito, entrata in vigore a febbraio 2018.

Il Tesoro dovrà quindi ricorrere alle ormai usuali “misure straordinarie” per finanziare il governo fino a quando il limite non sarà di nuovo alzato. Secondo stime del Bipartisan Policy Center , tali misure dovrebbero permettere al Tesoro di proseguire senza crisi fino a metà estate.

Tuttavia, alla luce del netto peggioramento del deficit registrato nell’a.f. 2018, dovuto al calo delle entrate legato alla riforma tributaria, le necessità di finanziamento potrebbero ridurre l’autonomia offerta dalle misure straordinarie. In un contesto politico conflittuale e volatile come quello attuale, una crisi simile a quella del 2011 non si può escludere, anche se non è lo scenario centrale.

– In primavera ci potrebbero essere altri elementi di tensione, fra cui la possibile conclusione dell’indagine di Mueller.

Nel caso in cui il rapporto Mueller fosse pesantemente critico del presidente, i democratici potrebbero considerare un eventuale processo di impeachment.

Riteniamo che l’apertura di una procedura di impeachment sia molto improbabile, soprattutto in un anno pre-elettorale, ma anche su questo fronte l’incertezza è ampia.

– In estate si svolgeranno i negoziati per il rinnovo delle leggi di spesa che scadono il 1° ottobre. La posta in gioco è anche maggiore rispetto a quella che ha causato lo shutdown recente.

Le leggi di spesa attuali hanno temporaneamente sospeso i limiti imposti dal Budget Control Act (BCA) per difesa e assistenza e un ritorno alla legislazione vigente porterebbe a un brusco fiscal cliff nel 2020.

Ci sono 4 possibili scenari con implicazioni molto diverse anche per il ciclo: nessun accordo e nuovo shutdown , accordo sui livelli attuali con politica fiscale circa neutrale, accordo sui livelli del BCA con severa restrizione fiscale, accordo intermedio con modesta restrizione fiscale.

Riteniamo che quest’ultimo caso sia il più probabile, ma come si è visto, le previsioni riguardo a compromessi che richiedono la firma del presidente possono ribaltarsi anche all’ultimo momento.

– In conclusione, lo scenario centrale per i rischi politici è l’entrata in un limbo di durata variabile, all’incirca di due trimestri, in cui ci sarà probabilmente volatilità, senza deflagrazioni.

Gli scenari di coda però restano possibili, con probabilità difficili da quantificare. In ogni caso, è improbabile che prima dell’autunno si possano archiviare i fattori di rischio politico con implicazioni economiche rilevanti per il 2020. Tenete allacciate le cinture!

Fonte: BondWorld.it

Articoli Simili

Il Punto : Fed Arrivederci in autunno.

Redazione

Il Punto : Probabile contrazione PIL dell’Eurozona

Redazione

Il Punto : Efficacia dei vaccini

Redazione