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Il Punto : COVID-19 pandemia in regresso ma resta attiva

Il Punto : COVID-19 – A livello globale, l’ondata invernale della pandemia è in regresso dai picchi di gennaio, ma resta molto attiva.

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La grande maggioranza dei nuovi casi continua ad emergere in Europa e Americhe. La campagna vaccinale ha un’incidenza ancora insignificante nel contesto mondiale e incontra molte difficoltà in Europa; tuttavia, nei paesi avanzati l’obiettivo di immunità di gregge appare ancora conseguibile entro l’anno. Anche per la minaccia delle mutazioni del virus, diversi paesi hanno deciso di prolungare le fasi di confinamento – ma altri continuano a mostrare maggiore tolleranza. I rischi negativi per il 1° trimestre si sono concretizzati in Europa.

– I dati OMS indicano che l’ondata invernale di COVID-19 è in regresso dal picco di gennaio, anche se i nuovi casi segnalati settimanalmente restano tuttora sopra i 3 milioni (circa 2 milioni in meno rispetto a metà gennaio). Il miglioramento è meno marcato sul fronte dei decessi connessi a COVID-19: nell’ultima settimana sono stati circa 89mila, rispetto a un picco di 99mila a fine gennaio.

Il rallentamento, dovuto soprattutto alle misure restrittive adottate, è avvenuto in tutti i continenti – con l’usuale nota di cautela riguardo alla variabile affidabilità dei dati, in quanto molti paesi non sono interessati a misurare la diffusione del contagio. I nuovi casi continuano a provenire soprattutto dalle Americhe e dall’Europa, dove l’incidenza è quasi ovunque superiore ai 100 casi ogni 100mila abitanti.

– La campagna vaccinale ha superato globalmente i 70 milioni di dosi somministrate, che però rappresentano ancora meno dell’1% della popolazione mondiale. I vaccini autorizzati da almeno uno Stato sono attualmente 91.

A parte alcuni piccoli paesi come Israele e gli Emirati Arabi, dove il programma è molto avanzato, la distribuzione dei vaccini è più rapida nel Regno Unito, dove le dosi somministrate ogni 100 abitanti sono 20, e negli Stati Uniti (13). Nei maggiori paesi dell’Europa continentale, dove il vincolo della scarsità di offerta è più stringente, la diffusione delle vaccinazioni va dalle 3 alle 5 ogni 100 abitanti.

* Fra i Paesi emergenti, gli unici con una significativa penetrazione della campagna vaccinale sono Cina, Brasile e Russia. Secondo l’OMS, ben 130 paesi, con una popolazione complessiva di 2,5 miliardi di persone, non hanno somministrato neppure una dose di vaccino, e il 75% delle dosi è stato distribuito in 10 soli paesi a reddito procapite alto o medio.

Entro fine 2021, il consorzio COVAX punta a distribuire 2 miliardi di dosi a 92 paesi a basso reddito, sufficienti a proteggere il 20% della popolazione, ma al momento il progetto non ha ancora piena copertura finanziaria.

* Negli Stati Uniti, il ritmo delle vaccinazioni è accelerato in misura significativa in gennaio, e supera ora 1,6 mln di dosi giornaliere. Al momento appare realistico prevedere il raggiungimento dell’immunità di gregge entro l’estate, ipotizzando un’ulteriore accelerazione delle somministrazioni giornaliere. Gli Stati Uniti dovrebbero disporre di almeno 600 milioni di dosi entro luglio.

Al momento sono stati approvati per utilizzo di emergenza i due vaccini distribuiti da Moderna e Pfizer, mentre J&J ha fatto domanda per il suo vaccino monodose e riceverà un parere definitivo dall’FDA entro fine febbraio. Inoltre, gli USA hanno anche opzioni di acquisto di almeno 100 mln di dosi del vaccino NovaVax, che non ha ancora concluso la fase 3 di sperimentazione, ma potrebbe avere i risultati definitivi entro un paio di mesi.

* Nell’Unione Europea, i tre vaccini già autorizzati potranno coprire un massimo del 16% della popolazione adulta con una singola dose entro fine marzo, percentuale che potrebbe salire al 55% per fine giugno (69% con il contributo dei vaccini Janssen/J&J e NovaVax). La disponibilità potrebbe diventare sufficiente a conseguire l’immunità di gregge soltanto alla fine del 2° semestre, con un massimo di 600 milioni di dosi disponibili entro settembre e fino a 876 milioni entro fine anno (di cui 580 milioni relative a vaccini già in distribuzione e 160 milioni del vaccino J&J).

L’intensità di somministrazione per ora è modesta (in media 351mila dosi giornaliere nel complesso dei 4 maggiori paesi, cioè meno che nel solo Regno Unito), fortemente condizionata dalla scarsa disponibilità di dosi.

– La mancata immunizzazione della popolazione nei Paesi emergenti potrebbe impedire una piena normalizzazione degli spostamenti internazionali, anche per il rischio che la diffusa circolazione del virus faciliti l’emergere di mutazioni. Le mutazioni possono comportare 4 ordini di problemi: maggiore trasmissibilità, riduzione della risposta immunitaria derivante da precedenti infezioni, riduzione dell’efficacia dei vaccini, maggiore difficoltà di diagnosi mediante test. Riguardo alle 3 varianti più diffuse, l’OMS riferisce che tutte sono associate a una maggiore trasmissibilità. La variante VOC202012/02 identificata in Sud Africa in agosto e ormai apparsa in 44 paesi sarebbe associata anche a minore capacità di neutralizzazione da parte degli anticorpi sviluppati con precedenti infezioni e alla sostanziale inefficacia di uno dei vaccini (Oxford/AstraZeneca) in caso di forme moderate o lievi della malattia, mentre non vi sarebbero problemi di identificazione con i test in uso.

La variante VOC202012/01, scoperta inizialmente nel Regno Unito ma ormai presente in 86 paesi, è ormai dominante in quel Paese e potrebbe diventare dominante anche negli Stati Uniti entro marzo; per quanto sia segnalata una leggera riduzione della capacità di neutralizzazione degli anticorpi, non risultano al momento problemi di efficacia per i vaccini attualmente in distribuzione.

– I crescenti timori per la diffusione di mutazioni che potrebbero aggravare l’impatto della pandemia hanno indotto diversi paesi ad adottare misure di contenimento più stringenti e a mantenerle anche di fronte a un rallentamento dei contagi. Nel complesso, il divario di mobilità verso strutture di commercio al dettaglio e intrattenimento è rimasto stabile fra gennaio e febbraio, dopo il peggioramento occorso fra dicembre e gennaio. In Europa, misure nazionali di confinamento sono in vigore in Germania (fino al 7/3), Olanda (fino al 2/3), Regno Unito, Portogallo (fino al 14/2).

La Spagna ha adottato un complesso sistema di restrizioni su base regionale e municipale. L’Italia ha ancora in vigore un sistema per fasce di rischio che viene applicato su base regionale, che non esclude l’applicazione di regimi di restrizione più rigida a livello locale ma che nell’applicazione concreta implica un livello di restrizione relativamente blando.

In effetti, si sta manifestando una dicotomia tra paesi che accettano una maggiore circolazione del virus e maggiore mortalità (Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti) e altri che invece stanno puntando a un significativo abbattimento dell’incidenza dei nuovi casi (Germania, Olanda) mediante regimi di confinamento più stringenti. I grafici sottostanti mettono a confronto la situazione di Germania e Italia.

Mentre entrambi i paesi hanno inizialmente optato per restrizioni blande e circoscritte, successivamente le strade si sono divise: la Germania sta puntando a riportare il contagio a livelli che consentano di nuovo il tracciamento, mentre in Italia le restrizioni vengono mantenute al minimo necessario per evitare stress eccessivo nel sistema sanitario

– Diversamente da quanto accaduto con la prima ondata, le fasi di restrizione e allentamento sono ora meno sincronizzate, oltre che meno profonde.

Ciò implica effetti sull’attività economica meno concentrati, con contrazioni e rimbalzi più contenuti. In Europa, in particolare, il mantenimento delle restrizioni per gran parte del 1° trimestre in Germania e Olanda, oltre che nel Regno Unito, porterà a un 1° trimestre 2021 ancora fiacco, in contrazione per il complesso dell’area euro. Nel rapporto previsionale pubblicato l’11 febbraio, la Commissione Europea prevede ora una contrazione di -0,9% t/t nel trimestre in corso.

Fed: in attesa di “ulteriori progressi sostanziali” verso la massima occupazione inclusiva, è improbabile “anche solo pensare di rimuovere supporto” nel futuro prevedibile. Il supporto di policy è ancora essenziale, con un ruolo dominante per la politica fiscale.

Una ripresa “improvvisa” dell’inflazione per ora non è un rischio nel radar della Fed. Molto dipenderà dalla dimensione del pacchetto anti-COVID dell’amministrazione Biden.

– Powell, in un discorso sul mercato del lavoro, ha descritto verbalmente e graficamente la distanza che separa la situazione attuale dalla piena occupazione, intesa in modo “inclusivo”, richiesta dal mandato della Fed. Powell ha sottolineato che la massima occupazione non può essere semplicemente data dal tasso di disoccupazione, ma deve essere definita attraverso un insieme di misure: partecipazione, distribuzione della dinamica salariale, disoccupazione disaggregata fra gruppi demografici e razziali. Secondo Powell, solo verso la fine del 2019 ci si stava avvicinando a una piena occupazione inclusiva.

Oggi, nonostante i miglioramenti registrati dalla primavera scorsa, il tasso di disoccupazione effettivo, che include chi non partecipa alla forza lavoro ma vorrebbe un’occupazione e chi è erroneamente definito come occupato per problemi metodologici di raccolta dei dati, è intorno al 10%, ben al di sopra del tasso di disoccupazione ufficiale di gennaio, pari a 6,3%. Inoltre, da febbraio 2020 in poi, si sono allargate le diseguaglianze sul mercato del lavoro: il tasso di occupazione aggregato da allora è calato del 6,5%, ma per il quartile più elevato della distribuzione del reddito la correzione è solo del 4%, mentre per quello più basso è pari a 17%.

– Anche se Powell non l’ha espresso esplicitamente, è questa l’ottica con cui leggere i dati per valutare gli “ulteriori progressi sostanziali” verso la piena occupazione richiesti dalla Fed prima di attuare una svolta, ancorché graduale, nella politica monetaria. Powell ha affermato che lo stimolo monetario e fiscale è ancora necessario, insieme alla continua lotta contro la pandemia, per contenere i rischi dei suoi effetti di lungo termine sul mercato del lavoro. L’esperienza della ripresa precedente insegna che “possono essere necessari molti anni per invertire il danno” inflitto da periodi prolungati di disoccupazione elevata.

Powell ha ripetuto che per la Fed è improbabile “anche solo pensare di rimuovere supporto” nel futuro prevedibile, ma ha anche ribadito che il ruolo centrale in questa fase è in mano alla politica fiscale. Powell non ha voluto definire l’entità dello stimolo fiscale necessario, ma ha affermato che in una situazione come quella attuale, carica di incertezze, è meglio eccedere piuttosto che sbagliare con interventi insufficienti. Sui rischi di inflazione, Powell ha ribadito che l’ultimo decennio ha evidenziato in prevalenza diffuse forze disinflazionistiche e, anche se è probabile che “la dinamica dell’inflazione evolva”, è difficile che lo faccia “molto all’improvviso”.

– In conclusione, il discorso di Powell dà ulteriore conferma del fatto che la Fed resterà a guardare l’evoluzione della pandemia e del mercato del lavoro nei prossimi trimestri e richiederà un miglioramento in un ampio insieme di dati prima di “anche solo pensare” di ridurre lo stimolo monetario. In questa equazione, non appare per ora l’inflazione e/o un eventuale movimento dei rendimenti a lungo termine.

“Riconoscendo la capacità dell’economia di sostenere un mercato del lavoro robusto senza causare un aumento indesiderato dell’inflazione, (…) non stringeremo la politica monetaria solo in risposta a un mercato del lavoro forte”. I dati del CPI di gennaio, più deboli del previsto, danno supporto alla tranquillità della Banca centrale su questo fronte, per ora. Tuttavia, verso la fine dell’estate, in caso di vero e proprio boom della crescita e di possibili pressioni da eccesso di domanda, oltre a seguire il mercato del lavoro, la Fed potrebbe dover rispondere anche alla possibile risurrezione dei bond vigilantes.

Fonte: BondWorld.it

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