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Il Punto : Eurozona, la risposta all’emergenza sanitaria affidata agli Stati membri

Il Punto : Nell’Eurozona, la risposta all’emergenza sanitaria resta affidata quasi esclusivamente agli Stati membri. Tuttavia, l’Eurogruppo ha approvato due misure specifiche di sostegno finanziario:………..

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il programma SURE, per rifinanziare in parte le misure di sostegno all’occupazione, e il Pandemic Crisis Support del MES, per finanziare spese sanitarie di cura e prevenzione. Nel complesso valgono 340 miliardi di euro.

– L’Eurogruppo ha annunciato nella notte fra giovedì e venerdì l’accordo sul pacchetto aggiuntivo di misure per la crisi COVID-19. Le misure di sostegno agli Stati membri valgono circa 340 miliardi, più un ammontare massimo teorico di credito erogato dalla BEI alle imprese di 250 miliardi, che però non è necessariamente aggiuntivo rispetto a credito in essere e non aiuta direttamente i conti pubblici.

La guerra sul Recovery Fund è stata interrotta da un armistizio, che ha lasciato il nodo ancora irrisolto. Queste le misure adottate:

– Il gruppo BEI costituirà un fondo di garanzia pan-europeo di 25 mld di euro, con l’intenzione di utilizzarlo a supporto di un programma di erogazioni alle imprese europee che potrebbe arrivare a200 mld di euro.

– È stata approvata la costituzione di SURE, uno strumento transitorio di assistenza finanziaria basato sull’art. 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. SURE erogherà prestiti agli Stati membri “a condizioni favorevoli” per sostenere i programmi di protezione dei lavoratori e dell’occupazione.

Si prospetta di farlo arrivare a 00 mld di euro, appoggiandosi al bilancio UE e a garanzie prestate dagli Stati membri.

– Il MES istituirà il Pandemic Crisis Support, basato sul meccanismo ECCL esistente. Il PCS sarà disponibile a condizioni uniformi predeterminate, senza necessità di negoziare un memorandum specifico, con l’unico vincolo di utilizzare la linea di credito per finanziare direttamente o indirettamente la spesa sanitaria e le misure di prevenzione dovute a COVID-19.

La linea di credito sarà pari al 2% del PIL dello Stato richiedente alla fine del 2019 (quindi, non oltre 35,8 miliardi per l’Italia). Si punta a rendere lo strumento disponibile entro 2 settimane, attivando subito le procedure nazionali di ratifica.

Essendo il meccanismo strettamente finalizzato al finanziamento della spesa sanitaria e delle misure di prevenzione connesse a COVID-19, lo stigma associato all’eventuale attivazione del programma potrebbe essere inesistente; d’altro canto, anche le risorse finanziarie erogate potrebbero essere inferiori al limite del 2%, dati i vincoli sull’utilizzo.

D’altro canto, una volta superata l’emergenza, “gli Stati membri […] rimarranno impegnati a rafforzare le proprie fondamenta economico-finanziarie, coerentemente con il regime di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell’UE, compresa l’eventuale flessibilità applicata.”

– Infine, il comunicato fa menzione di un accordo “per lavorare su un Recovery Fund”, che fornisca “finanziamenti attraverso il bilancio dell’UE a programmi disegnati per rilanciare l’economia in linea con le priorità europee e garantire la solidarietà dell’UE con gli Stati membri più colpiti”.

“Tale fondo sarebbe temporaneo, mirato e commisurato ai costi straordinari dell’attuale crisi, che contribuirebbe a diluire nel tempo”. Tuttavia, la questione è rinviata all’indirizzo dei capi di governo (una riunione del Consiglio Europeo è stata fissata il 23 aprile), e saranno necessarie discussioni sugli aspetti pratici e legali prima di una decisione. Il riferimento al bilancio UE, che peraltro potrebbe consentire di evitare ulteriore aumento del debito nazionale in relazione alla quota di spesa finanziata dal Recovery Fund, implica però che le risorse saranno nel migliore dei casi disponibili dal 2021.

– Il contenuto dell’accordo conferma le indiscrezioni della scorsa settimana sul possibile del compromesso finale. Il Recovery Fund si conferma uno strumento dal destino ancora incerto nell’attuale contesto politico europeo, comunque non disponibile nel breve termine e quindi di nessuna utilità per la copertura del fabbisogno finanziario legato all’emergenza.

La nuova facility del MES è stata designata per essere sfruttabile rapidamente e con il minimo costo politico possibile, ma allo stesso tempo potrebbe offrire una copertura inferiore rispetto a quella teorica. D’altro canto, sarebbe assurdo gettare al vento la possibilità di coprire a costi contenuti e senza sovraccaricare il mercato almeno una parte degli oneri legati all’emergenza.

– Problemi più gravi di rifinanziamento del debito dovranno essere gestiti con gli strumenti esistenti, che consentirebbero anche di attivare il sostegno per il mercato primario e le OMT, il programma BCE specifico, teoricamente illimitato.

Nell’immediato, la rete di sicurezza poggia per ora quasi esclusivamente sui programmi di acquisto BCE.

– Per quanto riguarda l’impatto della crisi sanitaria e sull’attività economica nell’eurozona, in Francia la Banca centrale stima una contrazione del PIL già nel primo trimestre di circa il 6%, soltanto per effetto delle due settimane di lock-down di marzo.

Circa un quarto degli occupati nel settore privato è in regime di chômage partiel. In Germania, gli istituti di ricerca economica stimano una contrazione di -1,9% nel primo trimestre e di -9,8% nel secondo, malgrado le restrizioni relativamente blande in atto.

Le misure annunciate dagli Stati membri nelle ultime settimane dovrebbero mitigare l’impatto negativo sulla posizione di liquidità delle imprese, considerando anche il rinvio delle scadenze fiscali deciso da alcuni paesi, e contenere l’aumento della disoccupazione.

Questo favorirà la ripresa dopo il ritiro delle misure di contenimento, ma avrà poco effetto sulla profondità della caduta che osserveremo in aprile.

Stati Uniti – Mercato del lavoro al collasso: alcuni spiacevoli calcoli aritmetici. Le richieste di nuovi sussidi di disoccupazione e l’employment report di marzo hanno dato un’immagine drammaticamente negativa del mercato del lavoro a marzo.

Purtroppo, è solo la punta dell’iceberg della disoccupazione prevedibile per il 2° trimestre. Un aspetto positivo è però che essere senza lavoro non implica essere senza reddito.

– Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione nella settimana conclusa il 4 aprile sono rimasti su livelli elevatissimi, a 6,606 mln, solo 261 mila in meno rispetto a 6,867 mln della settimana precedente. Il numero di nuovi disoccupati (non destagionalizzato) nelle ultime 4 settimane è di circa 15,4 mln e dà una misura del calo di occupazione avvenuto con l’esplosione dell’epidemia e dall’inizio delle misure di social distancing.

È probabile che nelle prossime settimane il livello delle nuove richieste scenda gradualmente, pur restando nell’ordine di milioni, mentre saliranno su livelli record i sussidi esistenti. Quanti saranno i disoccupati? E quale forma di supporto avranno?

– Facciamo un semplice esercizio di aritmetica per dare una misura approssimativa e preliminare del tasso di disoccupazione di aprile-maggio. Partiamo da una classificazione dei settori fra “direttamente vulnerabili” a COVID-19” e “non direttamente vulnerabili”.

Suddividendo la forza lavoro del 2018 (159,213 mln) fra le due macro-voci, i settori direttamente vulnerabili impiegano il 23% del totale (37,112 mln) e quelli non immediatamente vulnerabili impiegano il restante 77% (122,08 mln). Ipotizzando riduzioni di occupati in percentuale diversa fra i vari sotto-settori (molto elevata nei trasporti aerei, nel tempo libero e nella ricreazione, per esempio, meno elevata in altri), calcoliamo il numero di lavoratori potenzialmente licenziati/messi in congedo in seguito agli effetti diretti e indiretti dell’epidemia e delle restrizioni di attività.

– L’impatto sull’occupazione potrebbe essere intorno a  -32,8 mln, di cui -26 mln nei settori direttamente vulnerabili e -6,7 mln in quelli non direttamente vulnerabili. Con questo numero di nuovi disoccupati, il tasso di disoccupazione sarebbe intorno a 24% (24,1% con il tasso di partecipazione di marzo, 24,7% con quello di febbraio) sui massimi storici della Grande Depressione.

Anche con un massiccio calo del tasso di partecipazione, il tasso di disoccupazione si manterrebbe oltre il 20%.

– Il semplice calcolo effettuato sui settori in base alla loro vulnerabilità non implica che i circa 32 mln di individui per cui si prevede la perdita del lavoro perdano anche il reddito corrispondente. Infatti, un’elevata percentuale di individui riceveranno sussidi di disoccupazione e un numero elevato di persone potrebbe essere” solo” congedata dalle imprese che faranno richiesta di prestiti garantiti dal Tesoro e previsti dal CARES Act (preservando anche l’assicurazione sanitaria).

La tabella riporta alcune caratteristiche della forza lavoro a livello nazionale e per la categoria dei “lavoratori vulnerabili” (salario medio, salario mediano, assicurazione sanitaria) per fare una valutazione della possibile perdita di reddito conseguente alla perdita del lavoro.

– I sussidi di disoccupazione sono erogati a livello statale e hanno livelli diversi per stato. La media nazionale è di 385 dollari/settimana. Con il CARES Act i sussidi settimanali vengono sostenuti da un supplemento di 600 dollari per 4 mesi, con l’obiettivo di pagare ai nuovi disoccupati circa il totale del salario perso, ed estesi anche ai lavoratori della “gig economy”.

Con l’integrazione del CARES Act, le fasce basse di reddito potrebbero ottenere un reddito da sussidio di entità maggiore rispetto al salario perso. Infatti, il sussidio medio, con l’integrazione dei 600 dollari settimanali, corrisponderebbe a un salario annuo intorno a  47 mila dollari, pressochè in linea con il salario mediano annuo, e pari a circa il doppio del salario mediano e a un terzo in più del salario medio della categoria dei lavoratori vulnerabili.

– Un punto importante da notare è che gran parte dei nuovi “senza lavoro” non sarà anche senza reddito. Grazie all’estensione a una platea molto ampia (che include lavoratori della “gig economy” e i free-lance, e all’espansione (con un’integrazione di 600 dollari/settimana per quattro mesi) dei sussidi, il reddito percepito dai disoccupati/congedati in media a livello nazionale potrebbe corrispondere al reddito mediano annuo ed essere circa il doppio del reddito mediano dei lavoratori nei settori colpiti direttamente dall’epidemia.

Inoltre, nell’employment report di marzo più dell’85% dei disoccupati erano classificati come “disoccupati temporanei”. In questa fase, la differenza fra “senza lavoro” e “senza reddito” è cruciale per prevedere un eventuale rimbalzo della crescita alla fine del lockdown.

– Pertanto, gli effetti dell’impennata del tasso di disoccupazione sui consumi risentiranno certamente dell’impatto delle misure di social distancing, della restrizione dell’attività e della probabile chiusura definitiva di un ampio numero di imprese, ma dovrebbero essere in parte limitati dal sostegno dei sussidi “integrati” e dall’accredito del “recovery rebate” pari a 1200 dollari per adulto più 500 dollari per ogni figlio minorenne, per i redditi sotto i 75 mila dollari (in graduale calo fino a un tetto di reddito di 99 mila dollari). 

– Un problema per il pagamento dei sussidi è che i fondi statali di riserva per i sussidi non reggeranno a un periodo prolungato di esborsi (California e NY attualmente hanno riserve per solo 4-5 settimane), senza ulteriori integrazioni da parte del governo federale.

I fondi stanziati finora per i sussidi nel CARES Act sono pari a circa 260 mld di dollari, ma inevitabilmente dovranno essere aumentati in misura significativa per evitare il blocco delle erogazioni statali.

Fonte: BondWorld.it

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