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Il Punto : Italia il “decreto rilancio”

Il Punto : Italia. Il “decreto rilancio” segna un punto di svolta nella risposta di politica fiscale dell’Italia allo shock COVID-19, soprattutto dal lato delle imprese: si passa da un mero sostegno alla liquidità, a interventi “a fondo perduto”, soprattutto per le PMI e per i settori più colpiti …

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Il pacchetto potrà solo attenuare gli effetti dello shock durante la fase più acuta dell’emergenza, ma pone le basi per una ripartenza dell’attività economica nella fase immediatamente successiva.

Il Governo ha approvato mercoledì sera l’atteso decreto per il rilancio dell’economia. Nell’insieme, l’intervento ha un impatto, nel 2020, di 55 miliardi sull’indebitamento netto, 65 miliardi sul fabbisogno e ben 155 miliardi sul saldo netto da finanziare.

Vi sono effetti anche per gli anni successivi (26 mld sul 2021 e 35 mld sul 2022, per quanto concerne l’indebitamento netto), che spostano decisamente al rialzo il sentiero previsto sulle principali variabili di finanza pubblica non solo per quest’anno ma anche per gli anni a venire.

Ci limitiamo qui a osservare che la quantificazione fatta dal Governo in sede di conferenza-stampa successiva al CdM del 13 maggio sulla ripartizione delle risorse tra famiglie e imprese (25,6 e 16 miliardi, rispettivamente) nasconde il fatto che il finanziamento della cassa-integrazione guadagni formalmente è un trasferimento dallo Stato alle famiglie, ma in pratica si tratta di una riduzione del costo del lavoro per le imprese.

Inoltre, molti degli effetti di altre misure previste (ad esempio i nuovi eco-bonus con aliquota al 110%, i tax credit vacanze o numerosi altri crediti d’imposta previsti dal decreto) andranno anche indirettamente a favorire le aziende. Pertanto, nel decreto c’è molto più sostegno alle aziende di quanto appaia a prima vista.

In generale, a nostro avviso, il decreto segna una svolta rispetto agli interventi precedenti soprattutto dal lato delle imprese, in quanto i provvedimenti precedenti (“Cura Italia” di marzo e “Decreto Liquidità” di aprile) includevano quasi esclusivamente misure di sostegno temporaneo alla liquidità e di supporto al credito, mentre il “decreto rilancio” prevede rilevanti trasferimenti a fondo perduto per le aziende (non generalizzati – tranne nel caso del taglio dell’IRAP – ma diretti in particolare alle piccole e medie imprese e ai settori più colpiti).

Nel complesso, il pacchetto è molto rilevante, e rende l’insieme degli interventi adottati dal Governo italiano tra i più corposi nell’eurozona. L’effetto sulla crescita è difficile da quantificare, visto che non è interamente noto il dettaglio delle norme e degli effetti finanziari, ma potrebbe essere dell’ordine di un punto e mezzo di PIL (sulla base delle misure genuinamente fiscali), o anche più ampio, vista la presenza di misure che non hanno impatto sull’indebitamento netto ma che avranno effetti sulla situazione patrimoniale e di liquidità delle imprese.

Si tratta in particolare delle ricapitalizzazioni di aziende (si parla di almeno 50 miliardi attraverso “Patrimonio Rilancio”1), dello sblocco di crediti commerciali della PA per 12 miliardi e dell’allargamento alle banche della concessione di garanzie statali (fino a un valore di 15 miliardi).

Tali strumenti potrebbero portare l’impatto sulla crescita su valori dell’ordine di grandezza di due punti percentuali (che si andrebbero ad aggiungere all’effetto, che valutiamo di mezzo punto percentuale, del decreto “Cura Italia”).

Tuttavia, l’effetto di stimolo del nuovo decreto, che non è stato incorporato nelle stime inserite dal Governo nel DEF, potrebbe sentirsi a nostro avviso più nella fase di recupero che durante la fase recessiva, ovvero potrebbe scaricarsi più sulla crescita media annua 2021 che non su quella 2020. Confermiamo pertanto la nostra idea che i rischi rispetto alle stime di crescita governative (-8% nel 2020, +4,7% nel 2021) siano al ribasso quest’anno e al rialzo l’anno prossimo.

A nostro avviso, la variazione annua del PIL potrebbe risultare più bassa di quanto stimato dal Governo di un paio di punti quest’anno, ma più alta di altrettanto l’anno prossimo; in ogni caso, i livelli di PIL anche nel 2021 rimarranno inferiori, nelle nostre stime di quasi il 5%, rispetto ai valori del 2019.

Infine, la cancellazione definitiva delle cosiddette “clausole di salvaguardia” (che valgono ben 20 miliardi nel 2021 e 27 miliardi dal 2022) renderà più trasparente l’evoluzione del quadro tendenziale di finanza pubblica per gli anni a venire.

Le clausole in passato non si sono rivelate efficaci presidi di disciplina fiscale, hanno reso più nebuloso il quadro di finanza pubblica e sovente sono state utilizzate dai governi per presentare come espansive manovre che, al netto di aumenti delle imposte mai incorporati nelle attese dagli agenti economici, non lo erano affatto.

Criticità potrebbero emergere, come già verificatosi in parte per gli interventi previsti dal decreto “Cura Italia”, sul fronte dell’implementazione in tempi rapidi delle misure, vista anche la complessità delle norme. Sarebbe stato forse preferibile un quadro normativo più semplice come quello adottato dal Governo tedesco, che ha previsto soltanto 5 aree di azione: sostegno all’occupazione; erogazioni a fondo perduto a professionisti, commercianti, imprese individuali e piccole imprese; garanzie sul credito; ricapitalizzazione delle imprese tramite un fondo statale; spesa sanitaria per l’emergenza.

A tal riguardo, il monitoraggio delle precedenti misure adottate dal Governo italiano mostra in particolare ritardi nel pagamento della CIG in deroga2; per quanto riguarda le misure sulla liquidità, i dati al 30 aprile evidenziano un’adesione ampia alle moratorie (sono pervenute oltre 2,2 milioni di domande su prestiti per quasi 233 miliardi) e viceversa un numero relativamente contenuto di richieste di garanzie (155.087 le richieste al Fondo di Garanzia per un importo di 7,8 miliardi, cui si aggiungono 250 richieste a SACE, per un valore di 18,5 miliardi): ritardi sono stati rilevati in particolare per le richieste al Fondo di Garanzia3; anche sul fronte del bonus autonomi le procedure, specie nella prima fase, sono state più lente del previsto. Sarà quindi importante verificare l’efficacia e la tempestività nell’attuazione degli interventi, che nel passato sono state spesso un punto debole delle manovre di politica economica.

Nel complesso, l’intervento come detto è molto corposo, ma non può attenuare del tutto gli effetti negativi dello shock COVID-19 sugli agenti economici. In base alle nostre stime, la perdita di valore aggiunto dovuta alle restrizioni ammonta tra marzo e settembre a circa 200 miliardi.

Le misure fiscali, escludendo i meri rinvii di pagamento, ne trasferiscono al settore privato circa 75, cioè coprono meno del 40% della perdita aggregata dovuta a COVID.


1 Le ricapitalizzazioni dovrebbero avvenire attraverso beni e rapporti giuridici conferiti da MEF a CDP, che costituisce un patrimonio (“Patrimonio Rilancio”) “per effettuare ogni forma di investimento, comunque di carattere temporaneo, ivi inclusi la concessione di finanziamenti e garanzie, la sottoscrizione di strumenti finanziari e l’assunzione di partecipazioni sul mercato primario e secondario”, e attraverso l’istituzione del “Fondo Patrimonio PMI”, la cui gestione sarà affidata a Invitalia, che sarà “finalizzato a sottoscrivere strumenti finanziari partecipativi emessi dalle società”.

2 Secondo i risultati del sondaggio tra i 1.300 iscritti all’Ordine dei consulenti del lavoro «Il ruolo delle banche nelle misure a sostegno di imprese e lavoratori», predisposto dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, tra l’11 e il 13 maggio, per valutare le difficoltà operative e procedurali per l’erogazione dei sostegni al reddito e l’accesso ai prestiti garantiti previsti dal cd. Decreto “Liquidità”, solo 6 lavoratori su 100 hanno ricevuto l’anticipo della cassa integrazione dalle banche, e il tempo che intercorre tra la presentazione della domanda di CIG in deroga e l’erogazione dell’assegno è stimato in 50 giornate lavorative.

3 Secondo la stessa fonte di cui alla nota precedente (riportata da Italia Oggi), al 13 maggio solo il 6,2% delle richieste pervenute al Fondo di Garanzia sarebbe stato accolto e liquidato.

Fonte: BondWorld.it

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