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Il Punto : Italia manovra sarà espansiva

Il Punto : Italia. Il Documento Programmatico di Bilancio conferma che la manovra netta in senso stretto sul 2021 sarà espansiva per quasi 25 miliardi;

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tuttavia, grazie alle prime sovvenzioni in arrivo dalla UE, si potrebbe arrivare a quasi 40 miliardi. La principale criticità, non tanto sul 2021 ma per gli anni a venire, consiste nell’incertezza di alcune coperture, come l’extra-gettito dovuto agli effetti di retroazione fiscale del programma Next Generation EU.

Lo scorso 18 ottobre, il Governo ha approvato, nella cornice sugli obiettivi di bilancio delineata dalla NADEF, il Documento Programmatico di Bilancio inviato a Bruxelles. Il documento disegna le linee-guida della manovra per il 2021, in attesa della formalizzazione nel testo della Legge di Bilancio.

La manovra netta sul 2021 vale l’1,4% del PIL, ovvero 24,7 miliardi; la spinta espansiva si dimezza nel 2022, e la manovra diventa restrittiva nel 2023. I principali interventi sono:

– un piano di fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno, che rende strutturale il taglio del 30% dei contributi sulle nuove assunzioni al Sud e proroga al 2021 il credito di imposta per gli investimenti nelle Regioni del Meridione (in totale quasi 7 miliardi sul 2021, che si riducono a 4 miliardi dal 2022);

– la riforma fiscale, che esordisce con l’introduzione dell’assegno unico per le famiglie con figli, esteso anche agli autonomi e agli incapienti (costo: 3 miliardi nel 2021: la misura sarà operativa dal 1° luglio) e stanzia 8 miliardi a partire dal 2022;

– il completamento del taglio al cuneo fiscale per i redditi sopra i 28.000 euro, con uno stanziamento di circa 2 miliardi annui aggiuntivi;

– misure di sostegno alle imprese (per un totale di oltre 5 miliardi sul 2021), con la costituzione di un fondo da 4 miliardi di euro a favore dei settori maggiormente colpiti durante l’emergenza COVID; è previsto anche un sostegno aggiuntivo alle attività di internazionalizzazione delle imprese, con uno stanziamento di 1,5 miliardi, e vengono prorogate le misure a sostegno della ripatrimonializzazione delle piccole e medie imprese, nonché la moratoria sui mutui e la possibilità di accedere alle garanzie pubbliche fornite dal Fondo Garanzia PMI e da SACE;

– un rilancio degli investimenti pubblici per circa 2 miliardi annui in media sull’orizzonte di previsione, con particolare riferimento a: edilizia sanitaria, ricerca, edilizia scolastica e digitalizzazione delle scuole, tutela del patrimonio culturale e ambientale;

– aumento della dotazione di vari Ministeri (circa 5 miliardi sul 2021), che comprende, tra l’altro, maggiori risorse per: Università, Ricerca, valorizzazione aree svantaggiate, indennità per il personale sanitario;

– sostegno all’occupazione (per un costo netto aggiuntivo inferiore al milione di euro all’anno): rifinanziamento di ulteriori settimane di CIG-COVID (utilizzando risorse non sfruttate quest’anno per circa 3 miliardi); proroga delle misure Ape Social e Opzione Donna; decontribuzione per tre anni per le assunzioni di under-35 su tutto il territorio nazionale;

– incremento delle risorse per il trasporto pubblico locale, in particolar modo scolastico, e altri interventi a livello territoriale per un miliardo sul 2021;

– ulteriori stanziamenti per la sanità: incremento di un miliardo della dotazione del Fondo Sanitario Nazionale, cui si aggiungono numerose altre misure tra cui il sostegno del personale medico e infermieristico e l’introduzione di un fondo per l’acquisto di vaccini e per altre esigenze correlate all’emergenza COVID-19;

– finanziamento delle spese a politiche invariate per oltre un miliardo all’anno (la misura include tra l’altro il rifinanziamento delle missioni di pace, dell’operazione “strade sicure” e del fondo per le crisi di impresa).

Dal lato delle coperture:

– per il 2021 le uniche coperture indicate sono l’utilizzo di risorse europee nell’ambito dello strumento Next Generation EU per 2,5 miliardi (presumibilmente prestiti), nonché tagli alle spese non meglio specificati per oltre 2 miliardi;

– per gli anni successivi, la principale copertura è rappresentata dal gettito addizionale derivante dalla più elevata crescita del PIL generata dal programma di investimenti finanziato proprio da “Next Generation EU”; tale gettito aggiuntivo viene incluso nelle stime solo a partire dal 2022, e varrebbe, nelle proiezioni del Governo, quasi 13 miliardi per il 2022, che salgono a 20 miliardi (cumulati) nel 2023;

– infine, il Governo nel DPB annuncia l’avvio di un programma di revisione e riqualificazione della spesa corrente della PA (che includerebbe, secondo le dichiarazioni del Ministro Gualtieri, anche una revisione delle tax expenditures in particolare dei sussidi dannosi all’ambiente), che però è stimato produrre effetti (per un miliardo) solo dal 2023.

In sintesi, in attesa della presentazione del disegno di legge di bilancio, si possono fare le seguenti osservazioni:

– l’insieme di misure descritte nel DPB, che troveranno attuazione nella Legge di Bilancio, è solo una parte del pacchetto fiscale atteso per il 2021-2023: nel complesso, la manovra in senso stretto è fortemente espansiva solo l’anno prossimo (anzi, se valutata in termini di variazione del saldo primario corretto per il ciclo, non lo sarebbe nemmeno nel 2021); tuttavia, se si tiene conto del concomitante effetto delle misure finanziate attraverso le sovvenzioni del programma “Next Gen. EU”, la politica fiscale è attesa rimanere accomodante per tutto l’orizzonte 2021-23;

– c’è da ricordare che gli interventi a valere sul 2021 che saranno inclusi nella Legge di Bilancio vanno sommati a quelli già approvati dal Governo quest’anno: nell’insieme, dopo i 100 miliardi di stimolo per l’anno in corso (pari a oltre sei punti di PIL), il supporto è solo di poco inferiore l’anno prossimo, e ammonta a 70 miliardi (quattro punti di PIL); giova peraltro ricordare che, degli interventi già approvati quest’anno a valere sul 2021, un punto di PIL è dovuto al blocco dell’aumento delle imposte indirette, che da un lato rende assai più trasparente il quadro di finanza pubblica per i prossimi anni eliminando le cosiddette “clausole di salvaguardia”, dall’altro non corrisponde a un vero e proprio “stimolo” fiscale in quanto relativo a un profilo tendenziale “teorico” ma non incorporato nelle attese degli operatori economici;

– l’incrocio tra misure finanziate dal Tesoro e interventi “coperti” da sovvenzioni e prestiti europei non è ancora del tutto chiaro: il Governo da un lato ha annunciato di voler chiedere 11 miliardi di prestiti nell’ambito del “Next Gen. EU” nel 2021, dall’altro lato ha inserito tra le coperture previste nel DPB solo 3,5 miliardi: pertanto, la maggior parte dei prestiti UE dovrebbe finanziare non interventi aggiuntivi ma misure già programmate nei tendenziali di finanza pubblica (in pratica, si tratterebbe di una fonte alterativa di finanziamento rispetto alle emissioni del Tesoro);

– in generale, appare evidente la difficoltà di impostare il quadro complessivo degli interventi fiscali inserendo per vari anni all’interno del processo di bilancio fondi europei, per i quali permane incertezza sia sull’ammontare delle risorse disponibili che sulla loro destinazione;

– appare rischioso affidare a coperture per loro natura incerte, come il gettito dovuto agli effetti di retroazione fiscale, il finanziamento di interventi “strutturali” di aumento delle spese o di riduzione delle entrate;

– infine, come detto in sede di commento della NADEF, l’evoluzione delle grandezze di finanza pubblica risulta dipendere da previsioni di crescita del PIL che appaiono ottimistiche, soprattutto sul biennio 2022-23 (ma sono in crescita anche i rischi al ribasso sul 2021).

Elezioni USA: allacciate le cinture! Alla vigilia di un’elezione straordinariamente incerta, i sondaggi danno Biden in moderato vantaggio su Trump, segnalano una probabile maggioranza democratica alla Camera e un testa a testa al Senato. L’esito del voto in diversi Stati chiave è ancora difficile da prevedere e mantiene incerta l’attribuzione della maggioranza da parte del Collegio Elettorale che nominerà il Presidente. Le possibili contestazioni e l’allungamento dei tempi dello spoglio del voto postale potrebbero impedire un chiarimento fino a metà dicembre.

– A poco più di una settimana dal voto del 3 novembre, l’incertezza sull’esito elettorale rimane elevatissima. Il costante aumento della polarizzazione, registrato negli ultimi decenni in USA, ha determinato un progressivo allontanamento delle posizioni dei due partiti principali e una crescente difficoltà a governare. I programmi dei due candidati alla presidenza sono radicalmente diversi e l’attività legislativa futura dipenderà non solo da chi sarà il presidente ma anche dalla composizione del nuovo Congresso. A questo tipo di incertezza “normale”, si aggiunge una componente straordinaria, collegata alla pandemia, con un significativo incremento del voto postale. L’espansione del voto per posta implica un probabile allungamento dei tempi per lo spoglio delle schede e una possibile maggiore conflittualità, con rischi di contestazioni diffuse e ricorso alla Corte Suprema.

– Il calendario elettorale ha tre date chiave, che delimitano la durata dell’incertezza. Il periodo di possibile blackout informativo su chi sarà il presidente va dal 3 novembre, Election Day, al 21 gennaio 2021, data del giuramento del nuovo presidente. All’interno di questo intervallo, c’è la vera data chiave. Il 14 dicembre il Collegio Elettorale (CE) voterà per la nomina del presidente e del vice-presidente, che richiede 270 voti su 538. Il Congresso potrebbe in teoria spostare tale data, ma operativamente è un evento quasi impossibile. La Costituzione prevede che, indipendentemente da problemi nello svolgimento delle elezioni e dal voto del CE, il presidente e il vice-presidente in carica decadano il 20 gennaio. Anche in caso di esito elettorale non definito, procedure di emergenza permettono di nominare un nuovo presidente e un nuovo vice-presidente, che giureranno il 21 gennaio 2021.

– Negli USA, è in corso da tempo uno spostamento verso il voto postale e il voto anticipato. Nel 2016, con un’affluenza vicina al 60% (138 mln), circa il 22% ha votato in anticipo e il 15% per posta (dati Census Bureau). I dati attuali (US Election Project, 20/10) mostrano un boom del voto per posta e anticipato, con circa 45 mln di schede già consegnate (32 mln per posta, 11,9 mln anticipati). Nel 2016, i voti raccolti prima dell’Election Day erano 47,2 mln, circa in linea con il 2012 (46,2 mln) e divisi equamente fra voto postale e in persona. I dati evidenziano l’entità della rivoluzione del 2020: probabile aumento dell’affluenza e indiscutibile esplosione del voto postale. I tempi per lo spoglio delle schede saranno dilatati, mentre si potrebbero materializzare ricorsi multipli, minacciati da Trump per contestare la validità delle schede, spingendo la certificazione dei risultati verso il limite del 14 dicembre

– La media dei sondaggi nazionali delle ultime due settimane (Realclearpolitics, 7-20 ottobre) dà un vantaggio di 7,5 punti a Biden (Biden: 50,6, Trump: 43,1), in calo da una media vicina a 10 subito dopo il primo dibattito, e vicina ai valori registrati dall’estate. Nelle ultime tre elezioni, un vantaggio simile è stato associato sia a sconfitte sia a vittorie del favorito: a 12 giorni dall’elezione, nel 2016 Clinton aveva 6,5 punti di vantaggio, Obama aveva 0,1 punti su Romney nel 2012 e 7,5 su McCain nel 2008. Come noto, il presidente non è eletto dal voto popolare, ma dal CE, che ha 538 delegati nominati a livello statale e proporzionali alla popolazione statale.

Attualmente, Biden ha un vantaggio anche nel CE, ma è ancora lontano dai 270 voti necessari per vincere. Secondo Realclearpolitics, sulla base dei sondaggi statali, 232 delegati sono favorevoli a/inclinati a favore di Biden, contro 125 delegati pro-Trump, mentre restano 181 delegati ancora incerti, in 12 Stati “terreno di scontro” nel Sud-Ovest e nel Midwest. Biden è in vantaggio in 10 di questi Stati, molti dei quali sono andati a Trump nel 2016, ma in alcuni il vantaggio è risicato. Trump guida marginalmente in Texas e in Ohio (per un totale di 56 delegati). In conclusione, voto popolare e previsioni per il CE sono relativamente favorevoli a Biden, ma l’incertezza è ancora ampia. Un fattore rilevante è comunque l’aumento dell’affluenza che potrebbe favorire i Democratici.

– I programmi fiscali di entrambi i candidati prevedono un impatto massiccio sul deficit 2020- 30: 4,95 tln per Trump e 5,6 tln per Biden (intorno al 20% del PIL, stime Committee for a Responsible Federal Budget), ma sono basati su due filosofie radicalmente diverse nei contenuti ed hanno un differente sviluppo temporale. Per Trump, il leitmotiv è la conferma e l’estensione della riforma tributaria del 2017 (-1,7 tln di imposte, soprattutto su redditi elevati), associata a tagli alla spesa per assistenza, sanità e previdenza con aumenti per difesa e infrastrutture (+3 tln).

Lo stimolo fiscale dal lato delle imposte si materializzerebbe dal 2025 in poi. Per Biden, l’obiettivo è reflazione più redistribuzione, con aumenti per la spesa sociale, sanitaria e previdenziale, oltre a infrastrutture e ambiente (9,6 tln), solo in parte compensati da rialzi delle imposte sulle classi elevate di reddito e sulle imprese (+4,3 tln). In termini di tempi, la maggior parte delle misure è concentrata entro il 2024, con una più forte spinta alla crescita mentre l’economia esce dalla recessione.

– Il presidente non può attuare la propria agenda di politica fiscale senza il Congresso: a seconda delle maggioranze alla Camera e al Senato, i vincoli sull’esecutivo possono essere più o meno stringenti. I sondaggi oggi danno i Democratici in netto vantaggio alla Camera, con 215 seggi sicuri o probabili (maggioranza=218), contro 186 per i Repubblicani (Realclearpolitics) e 34 incerti. Per il Senato, il quadro è incerto, con 46 seggi ciascuno a Democratici e Repubblicani e 8 seggi incerti (maggioranza=50). In 46 degli ultimi 76 anni il ramo esecutivo e quello legislativo hanno avuto colori differenti, con effetto di freno sull’attività legislativa, crescente con l’aumento della polarizzazione.

– I sondaggi danno una probabilità relativamente elevata a scenari di governo diviso, con un Congresso di due colori e divergenza rispetto al presidente. In questi casi, riteniamo probabile che vengano attuati ulteriori interventi espansivi nel 2021, definiti man mano in risposta alle condizioni congiunturali e, quindi, inevitabilmente limitati e ritardati, a meno di un drammatico e rapidissimo peggioramento delle condizioni economiche e sanitarie.

– In caso di controllo congiunto di esecutivo e legislativo, le previsioni per la politica fiscale e la crescita fino al 2024 sono diverse a seconda del vincitore. La procedura di «reconciliation» permette l’approvazione di interventi fiscali con la maggioranza semplice in Senato, purché l’impatto sul budget decennale sia neutrale. Ma, anche con Camera e Senato dello stesso colore, i programmi dei candidati dovrebbero essere moderati rispetto ai manifesti preelettorali.

Nel caso di vittoria di Biden con un Congresso democratico, lo scenario sarebbe di riforme espansive e redistributive, con impatto sul deficit più limitato a quello previsto dal programma elettorale, intorno a 3,5 tln, concentrato entro il 2024 e attuato con aumento di spese sociali e di imposte su imprese e redditi elevati. In caso di vittoria di Trump con un Congresso repubblicano, il focus dell’azione di governo sarebbe su deregolamentazione, riduzione di imposte (soprattutto su redditi elevati) e aumento di spesa per difesa e sicurezza nazionale.

– In conclusione, l’impatto sulla crescita nel 2021-24 sarebbe più espansivo con un governo congiunto dei Democratici, rispetto alle altre combinazioni Presidente/Congresso.

Fonte: BondWorld.it

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