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Il Punto: Italia

Italia: per ora, il governo conferma l’impianto della manovra 2019, che spingerà il deficit al 2,4%. Il quadro sarà completo verosimilmente solo con la presentazione della Legge di Bilancio vera e propria (entro il 20 ottobre)…..

a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Nelle prossime settimane, a mitigare eventuali turbolenze c’è il fatto che l’offerta netta di titoli a medio-lungo termine è circa nulla fino a fine novembre.

Nonostante un primo avvertimento dalla Commissione Europea, nonché i rilievi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e della Banca d’Italia, il governo ha confermato l’impianto della manovra come coerente con gli obiettivi inclusi nella Nota di Aggiornamento al DEF.

Secondo i dettagli forniti dal ministro Tria in commissione parlamentare congiunta, la manovra lorda ammonta a 36,7 miliardi (il 2% del PIL), di cui 12,5 per il blocco dell’aumento dell’IVA, 2,3 per le spese indifferibili e 21,9 miliardi per misure espansive varie:

16 per reddito di cittadinanza e anticipo pensionistico, 3,5 per investimenti pubblici, 600 milioni per la flat tax (destinati a salire a 1,8 mld nel 2020 e 2,3 mld nel 2021) e 1,8 mld per incentivi a investimenti e PA (che diventano 3,2 mld nel 2020 e 4,1 nel 2021).

Le coperture valgono ben 15 miliardi per l’anno prossimo (6,9 da maggiori entrate e 8,1 da minori spese).

L’effetto netto della manovra sull’indebitamento netto è di 21,7 miliardi, ovvero l’1,2% del PIL per il 2019.

Le principali criticità rilevate da UPB e Banca d’Italia riguardano il fatto che

(1) gli obiettivi non appaiono coerenti con il rispetto delle regole fiscali europee, come peraltro già preannunciato dalla lettera della Commissione;

(2) sussistono rischi di sforamento rispetto agli stessi obiettivi, per via di diversi elementi:

▪ un eccessivo ottimismo sulla crescita del PIL (sia reale che nominale), derivante da una possibile sovrastima degli effetti espansivi della manovra: il governo si aspetta un impatto positivo sul PIL l’anno prossimo pari a 0,6% (0,2% dalla disattivazione dell’aumento IVA, 0,3% da reddito di cittadinanza e pensioni, 0,2% dagli investimenti pubblici, un decimo l’uno da flat tax , incentivi a investimenti/PA, spese indifferibili; l’impatto negativo delle coperture finanziarie è di -0,4%).

La maggiore criticità deriva dagli effetti della disattivazione delle clausole, visto che, come osserva il vice direttore generale di Bankitalia Signorini, “se il mancato aumento dell’IVA fosse già stato incorporato nelle aspettative delle famiglie”, ne deriverebbe un impatto nullo sul ciclo. Inoltre, i moltiplicatori applicati alle misure per la crescita, e in particolare a reddito di cittadinanza e interventi sulle pensioni (che costituiscono il grosso del pacchetto), appaiono elevati.

Inoltre, le perplessità riguardano le ipotesi macroeconomiche alla base del quadro programmatico non solo per quanto riguarda la crescita del PIL reale, ma anche quella del PIL nominale: come rilevato dall’UPB, il mancato aumento dell’IVA dovrebbe comportare, rispetto allo scenario tendenziale, un deflatore del PIL più basso in misura superiore ai due decimi assunti dal governo;

▪ una possibile sottostima della spesa per interessi: rispetto al DEF di aprile, il quadro programmatico della NaDEF implica una spesa per interessi più alta di due decimi nel 2019, tre decimi nel 2020 e quattro decimi nel 2021; tuttavia, come rilevato da Signorini, agli attuali livelli dei tassi la spesa per interessi sarebbe superiore di circa lo 0,6% del PIL rispetto alle precedenti stime nell’ultimo anno dell’orizzonte di previsione (e evidentemente ancora superiore in caso di ulteriore recrudescenza delle tensioni sui mercati);

▪ l’incognita rappresentata dalle restanti clausole di salvaguardia gravanti dal 2020 in poi: in base a quanto comunicato dal ministro Tria in audizione, il governo intenderebbe disattivare gli aumenti delle imposte indirette interamente sul 2019 (per 12,5 mld) ma solo parzialmente sul 2020-21 (per 5,5 e 4 miliardi rispettivamente).

Ciò significa che resterebbero in vigore clausole pari a ben lo 0,7% del PIL dal 2020 e lo 0,8% del PIL dal 2021: ovvero, l’indebitamento netto programmatico al lordo delle clausole sarebbe pari al 2,8% nel 2020 e al 2,6% nel 2021.

In altri termini, il percorso di riduzione del disavanzo nominale negli anni successivi al 2019 poggerebbe non su interventi già individuati di tagli di spesa o aumenti di entrate, ma su clausole che, alla luce dell’esperienza passata, sembrano avere poco valore alla prova dei fatti (tanto che la Commissione Europea non ne tiene conto nelle sue proiezioni);

▪ i rischi legati alle coperture: nonostante la scelta di spingere il deficit programmatico fino al 2,4%, le coperture da trovare sono comunque di entità assai significativa (il che non sorprende vista l’ampiezza degli interventi), ben 15 miliardi sul 2019.

Ad oggi, non sono disponibili maggiori dettagli in merito, se non il fatto che le misure verranno per 6,9 miliardi da maggiori entrate e per 8,1 da minori spese.

Occorrerà verificare se tali coperture saranno strutturali, e soprattutto credibili: sarà possibile farlo solo quando verrà diffusa la Legge di Bilancio nella sua forma completa.

Il ministro Tria ha giustificato in Commissione il mantenimento di ipotesi di crescita che si discostano dal consenso dei previsori proprio sulla base degli effetti espansivi della manovra, aggiungendo che i nuovi target sul deficit sono compatibili con un calo significativo del rapporto debito/PIL (dal 130,9% del 2018 al 130% nel 2019, fino al 126,7% nel 2021).

Inoltre, il governo intende non interrompere il percorso di miglioramento del disavanzo strutturale, ma solo rimandarlo agli anni successivi al 2021.

Entro pochi giorni (lunedì 15 ottobre), il governo dovrà inviare alla Commissione Europea il Documento Programmatico di Bilancio (DPB), mentre la Legge di Bilancio vera e propria deve essere trasmessa alle camere entro il 20 ottobre (ma secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere approvata già il 15 in concomitanza con il DPB).

Solo quando sarà diffusa la legge di bilancio (completa di decreto fiscale collegato) si avrà il quadro completo della manovra (peraltro, suscettibile di modifiche nel percorso parlamentare).

A partire dalla prossima settimana si apriranno dunque diversi fronti:

(1) se il DPB confermasse gli obiettivi annunciati, la Commissione potrebbe respingere il budget italiano entro due settimane dalla ricezione dello stesso, dunque entro fine ottobre (il governo dovrebbe a quel punto presentare una nuova proposta al più presto, tendenzialmente entro tre settimane, pena il rischio di apertura di una procedura di infrazione);

(2) sempre entro fine ottobre, sono attesi i pronunciamenti sul merito di credito italiano da parte di due importanti agenzie di rating, S&P e Moody’s;

(3) come sempre, la reazione più importante sarà quella dei mercati finanziari. Non è da escludere, in caso di turbolenza sui mercati, che il governo possa aprire a modifiche (sempre possibili entro il 31 dicembre).

Peraltro, eventuali scossoni potrebbero essere attenuati dal fatto che l’offerta netta di titoli italiani (esclusi i BOT), al netto degli acquisti BCE, è sostanzialmente nulla nei mesi di ottobre e novembre.

È la politica, bellezza?

I negoziati su Brexit potrebbero vedere una svolta in settimana al summit europeo. Altrove in Europa il quadro politico potrebbe complicarsi

Questa domenica si tengono le elezioni per rinnovare il Parlamento lussemburghese e le amministrative in Belgio ma il focus sarà sulle elezioni in Baviera. I

l voto nel più ricco Laender tedesco è visto internamente come un referendum sull’attuale coalizione di governo. Il consenso per i partiti tradizionali CDU e SPD si sta assottigliando a favore dei populisti di AfD.

La Baviera è storicamente una roccaforte cristiano-democratica, alleata della CDU di Angela Merkel. Gli ultimi sondaggi indicano che per la prima volta dal 1946, i democratici potrebbe perdere la maggioranza assoluta.

I consensi li danno in discesa dal 47,7% dei voti del 2013 a poco sopra il 33%. Il secondo partito preferito sono i Verdi tra il 18% e il 19%.

I social democratici, SPD; che nel 2013 ottennero il 20% potrebbero fermarsi intorno all’11%.

Ma la minaccia sono i populisti di destra di Alternative für Deutschland (AfD) che nei sondaggi sono dati al 12%, mentre non parteciparono al voto regionale nel 2013.

La Baviera è uno dei più ricchi Laender tedeschi ospita il 16% della popolazione tedesca e contribuisce per circa il 18% alla formazione del prodotto interno lordo.

Il voto bavarese è sempre un voto rilevante per la Germania federale.

Questa volta lo è ancora di più date le divisioni interne sulla gestione dei rifugiati tra Merkel e Seehofer, leader della CSU nonché Ministro dell’Interno del governo di coalizione.

Da marzo scorso la strategia di Seehofer, per contrastare l’ascesa dei populisti di destra di Alternative für Deutschland AfD, è stata attaccare dall’interno le politiche di Merkel sui rifugiati.

La strategia non ha però pagato e Seehofer potrebbe trovarsi a dover rassegnare le dimissioni. Un risultato vicino al 33%, come indicato dai sondaggi recenti, sarebbe una vera debucle per la CSU che si troverebbe costretta ad allearsi con i Verdi se non addirittura passare all’opposizione.

Per Merkel la sconfitta di Seehofer potrebbe creare tensioni sulla riconferma come leader della CDU a dicembre. Un altro tassello importante per la popolarità dei partiti tradizionali e del governo di larghe intese Groko sarà il voto in Hesse il prossimo 28 ottobre.

I sondaggi danno la CDU in forte calo al 28-29% dal 38,3% ottenuto nel 2013. Anche i social democratici SPD potrebbero vedere eroso il consenso fino al 23% dal 30,7%. AfD salirebbe al 13% dal 4% del 2013.

Le elezioni legislative in Lussemburgo non dovrebbero riservare particolari sorprese. Nel più piccolo stato dell’unione i populisti non sono ancora arrivati, ma la scena politica presenta comunque le sue peculiarità.

I socialisti cristiani favoriti al 26% molto probabilmente resteranno all’opposizione come nell’ultima legislatura e il paese continuerà ad essere governato dalla coalizione di democratici (DP: 10%), socialisti (LSAP: 10%) e Verdi (7%).

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