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Il Punto : Nessuna rivoluzione dalle elezioni europeee

Intesa SanPaolo FOMC DEF il punto

Il punto. Non bisogna attendersi conseguenze rivoluzionarie dall’elezione del Parlamento Europeo del 23-26 maggio. Il voto confermerà e rafforzerà l’avanzata dei movimenti euro-scettici,……

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a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


ma alla fine ciò che conta più di ogni altro fattore è la posizione degli Stati membri, che dimostra già da tempo visioni strategiche divergenti e difficilmente conciliabili riguardo alla direzione da prendere.

Per quanto riguarda le regole fiscali, la destra populista dell’Europa centrale ed orientale tende a essere fiscalmente molto conservatrice; anche per questo, ma non solo, è illusorio pensare a un ulteriore allentamento dell’interpretazione delle regole fiscali dopo l’applicazione molto accondiscendente degli ultimi anni.

– L’elezione del Parlamento Europeo che si svolgerà la prossima settimana, fra il 23 e il 26 maggio, finirà con il contare più per le ripercussioni politiche nazionali che per le implicazioni a livello europeo.

Nel Regno Unito, il voto sta facendo precipitare la crisi del Partito Conservatore, con gli elettori pro-Brexit che si spostano verso le formazioni impegnate a perseguire una hard Brexit , e ha messo in difficoltà anche il Partito Laburista, troppo ambiguo sulla questione.

In Italia, invece, è percepito come un possibile spartiacque per il governo, in quanto la conferma di un netto rafforzamento della Lega a discapito del Movimento Cinquestelle è interpretata da diversi analisti politici come una condizione necessaria (ma forse non sufficiente) per ipotizzare una crisi di governo ed elezioni anticipate.

– Per quanto riguarda gli effetti sulle politiche europee, i dubbi sulla rilevanza non dipendono dalla mancanza di novità: i sondaggi (che vanno comunque considerati con grande cautela, a motivo dei molti indecisi, e della scarsa vivacità della campagna elettorale) suggeriscono che i due maggiori raggruppamenti moderati, PPE e S&D, perderanno molti seggi rispetto al 2014, probabilmente fra 80 e 90, tanto da non essere più in grado di formare una maggioranza da soli.

Di contro, crescerà la rappresentanza di diversi gruppi euro-scettici, soprattutto grazie alla maggiore popolarità di cui gode oggi in Italia la Lega.

Tuttavia, la maggiore frammentazione del Parlamento non dovrebbe pregiudicare la possibilità di ratificare la nomina della Commissione senza dover negoziare con i partiti euroscettici.

In base ai sondaggi, infatti, il sostegno di ALDE, la formazione liberale a cui si è associato En Marche del presidente francese Macron, sarebbe sufficiente a formare una maggioranza assoluta moderata.

Peraltro, si potrebbe discutere sull’utilità di una distinzione binaria fra partiti pro-UE e anti-UE, viste le molte sfumature presenti nei vari raggruppamenti.

I leader di PPE (Weber) e S&D (Timmermans) sono abbastanza vicini riguardo alla necessità di coordinare maggiormente la difesa europea, di riformare le regole sull’asilo e di modificare la normativa in modo da contrastare l’elusione fiscale delle internet company, ma è noto che su molti temi vi sono differenze notevoli anche all’interno dei gruppi parlamentari.

– Ma c’è un altro motivo per non dare troppo peso a queste elezioni europee: per quanto sia parte attiva nel processo di produzione normativa dell’Unione, il ruolo del Parlamento Europeo nell’attuale assetto istituzionale dell’Unione non è poi così cruciale.

A motivo delle regole decisionali che impongono l’uso di maggioranze qualificate o, in certi casi, dell’unanimità, la posizione dei singoli governi nazionali nel Consiglio è decisamente più rilevante per l’esito dei processi rispetto alla posizione dei gruppi parlamentari.

Anche per tale motivo, oltre che per quanto detto sopra, la tesi che un buon successo elettorale della Lega consentirebbe di rivoluzionare le politiche europee ha un valore più propagandistico che sostanziale.

Questo è particolarmente vero per le grandi riforme dell’UE e dell’Eurozona: come conferma l’esperienza dell’ultimo decennio, non possono prescindere da un ampio sostegno a livello governativo.

In tale ambito, c’è ben poco che perfino la Commissione Europea, che pure ha un ruolo centrale nella proposta normativa, possa fare senza il pieno consenso del Consiglio.

Anche il configurarsi di situazioni di stallo è più probabile che scaturisca da conflitti di interessi fra Stati che da una dialettica improduttiva fra gruppi parlamentari.

A ribadire tale supremazia del Consiglio, è stato annunciato che la nomina del candidato alla posizione di presidente della Commissione Europea sarà discussa il 28 maggio a livello intergovernativo, rigettando il tentativo di consolidare la prassi informale che lo vorrebbe espressione del gruppo di maggioranza relativa in Parlamento (il Trattato, all’art. 17.7, prevede che sia eletto a maggioranza qualificata dal Consiglio, e che la nomina sia poi ratificata a maggioranza assoluta dal Parlamento).

Per quando riguarda il processo di riforma della governance dell’Eurozona, già molto complesso a causa di visioni strategiche molto diverse fra i vari governi, l’unica certezza è che non diventerà più facile dopo il voto.

Basti menzionare lo stallo sul completamento dell’unione bancaria, che vede da una parte chi preme per conseguire prima una maggiore riduzione dei rischi nel sistema, e dall’altra chi invece chiede di approntare prima l’infrastruttura istituzionale e finanziaria per una gestione comune delle crisi.

La disomogeneità fra il “colore” dei governi rappresentati in Consiglio e la nuova composizione del Parlamento potrebbe aumentare, ma sembra una questione marginale rispetto alle divisioni già emerse in seno al Consiglio.

Il punto – Per diversi motivi, non riteniamo fondata l’ipotesi che l’avanzata dei sovranisti condurrà a un ammorbidimento della disciplina fiscale. In primo luogo, la destra populista dell’Europa centro-settentrionale è tendenzialmente conservatrice sul fronte fiscale, oltre che molto ostile al rafforzamento dei meccanismi di assistenza finanziaria.

Ciò ha portato anche a un irrigidimento sulla questione da parte della destra moderata, in alcuni Stati. Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio, in occasione dell’ultimo Eurogruppo il Ministro delle Finanze austriaco ha chiesto alla Commissione Europea di essere rigorosa nei confronti dell’Italia (per citare la parte più istituzionale e meno colorita delle sue dichiarazioni).

Pare anche difficile che la prossima Commissione Europea sia più flessibile nell’interpretazione del Fiscal Compact rispetto a quella uscente, che in realtà ha concesso spazi di manovra eccezionali a paesi come Italia, Francia e Spagna.

Peraltro, il dibattito italiano su tale argomento ignora la questione fondamentale: per un paese ad alto debito e bassa crescita, l’aumento dell’avanzo primario, assieme a interventi che rilancino la produttività, è una condizione imprescindibile per garantire la sostenibilità a lungo termine del debito senza ricorrere a misure straordinarie, indipendentemente che sia imposto o no dal Fiscal Compact.

Il punto – Stati Uniti. L’amministrazione USA rinvia di sei mesi le decisioni sulle raccomandazioni del rapporto del Commerce Department sul settore auto, mirate a contrastare i presunti rischi per la sicurezza nazionale.

Questa scelta è dettata dal fatto che al momento sono aperti troppi fronti per la politica commerciale americana: i negoziati con la Cina sono ora lontani da una risoluzione, mentre quelli relativi ai trattati bilaterali con il Giappone e con l’UE sono in una fase iniziale.

L’incertezza legata a eventuali dazi e/o quote sul settore auto è solo rimandata all’autunno, non eliminata. La svolta impressa da Trump alla politica commerciale nel 2018 è qui per restare almeno fino al 2020.

– A metà febbraio il Commerce Department ha consegnato al presidente Trump il rapporto sul settore auto, concludendo che le importazioni di auto e componenti rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale e offrendo strumenti alternativi per fronteggiare i rischi, con l’analisi di dazi, quote e applicazioni di misure restrittive su diversi aggregati e diversi gruppi di paesi.

Il Presidente ha tempo fino al 18 maggio per annunciare eventuali interventi, da individuare fra le opzioni delineate nel rapporto.

Tuttavia, l’amministrazione ha scelto di non pronunciarsi e di rinviare di sei mesi la propria decisione in merito al settore auto.

I motivi per questa decisione sono piuttosto evidenti, e non vanno interpretati, a nostro avviso, come una riduzione dei rischi di guerra commerciale, bensì semplicemente come una dilazione dell’aumento di incertezza collegato al capitolo auto.

Da inizio 2018, la promessa di Trump di concentrarsi sul commercio internazionale con una strategia di trattative bilaterali e di ampio utilizzo dell’arma dei dazi è stata mantenuta e non verrà tradita per tutto il resto del mandato presidenziale.

– La decisione di rinviare la questione auto non riduce di per sé la probabilità di eventuali futuri interventi dato che, a nostro avviso, è spiegata più che altro dal fatto che al momento ci sono troppi fronti di conflitto aperto per la politica commerciale americana per poterne aggiungere un altro della portata di quello delle auto.

L’amministrazione prevedeva di chiudere entro maggio le trattative con la Cina, ma un accordo USA-Cina è ora incerto nei contenuti e nei tempi.

Nel frattempo, sono in corso i negoziati con l’Unione Europea e con il Giappone, e l’apertura del confronto sulle auto avrebbe effetti negativi per le trattative iniziate da poco.

Il punto – L’intersezione dei capitoli UE-Giappone e settore auto è elevata ed è inevitabile che l’apertura del capitolo auto non possa esimersi dal colpire soprattutto queste due aree, visto il loro peso relativo sulle importazioni di auto e componenti.

Il rinvio delle decisioni su questo tema segnala la volontà dell’amministrazione di mantenere una certa sequenzialità negli interventi e nei negoziati, non di eliminare temi dal tavolo senza averli trattati.

Riteniamo quindi che la tregua temporanea sulle auto sia una conseguenza dell’escalation sul fronte cinese e rimanga coerente con il nuovo regime della politica commerciale USA.

– Il peggioramento delle condizioni e l’aumento dell’incertezza sulla struttura istituzionale del commercio internazionale rappresentano la nuova normalità, con effetti duraturi sulla crescita e possibili ripercussioni, più limitate, anche sull’inflazione.

Secondo la Tax Foundation, i dazi applicati finora dagli USA ridurrebbero la crescita americana di circa 0,2pp, mentre i dazi minacciati e non ancora imposti (inclusi quelli sulle auto) ridurrebbero la crescita di altri 0,45pp.

A questi effetti si devono aggiungere quelli dei dazi imposti dalla Cina e da altri partner, con un impatto di circa 0,1pp.

Al momento quindi la stima di riduzione del PIL USA dovuta a dazi imposti e minacciati è complessivamente di circa -0,75pp.

Il punto – Per ora, con una crescita sottostante intorno al 2,5%, e con un’applicazione graduale delle misure, le conseguenze sull’economia USA delle misure restrittive sul commercio sono difficili da individuare.

L’eventuale introduzione di dazi del 25% su ulteriori 325 mld di dollari di importazioni dalla Cina e di quelli sul settore auto (anche escludendo Canada e Messico e la componentistica) avrebbe un impatto più massiccio rispetto a quanto visto finora.

Questo potrebbe rendere meno aggressiva l’azione dell’amministrazione in un anno pre-elettorale, ma la volatilità nei negoziati con la Cina segnala che, al di là delle fluttuazioni del livello di incertezza, il trend è univoco: è difficile tornare indietro sulla strada dei dazi.

Fonte: BondWorld.it

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