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Il Punto : Primi effetti della Brexit

Il Punto : Le indagini congiunturali presso le imprese mostrano i primi effetti della Brexit sull’economia britannica, sebbene con la notevole interferenza della crisi pandemica.

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Salgono i costi degli input produttivi e cala la domanda. Ci sono anche segnali di un allungamento dei tempi di consegna delle merci. Non tutti questi fenomeni possono essere imputati all’uscita dal mercato unico; tuttavia, l’aumento delle pressioni inflazionistiche sembra dovuto proprio a questo.

– In attesa che siano disponibili statistiche ufficiali su flussi commerciali e prezzi, sono le indagini di fiducia a fornire le prime indicazioni sull’impatto dell’uscita del Regno Unito dal mercato unico.

Una nota di cautela è d’obbligo: le indicazioni quantitative su produzione e ordini risentono della sovrapposizione con la crisi pandemica, che ha portato all’imposizione di un periodo di confinamento e a restrizioni sui movimenti delle persone (incluso l’obbligo di test per gli autotrasportatori). Perciò, non tutto il calo può essere imputato al ripristino dei controlli doganali.

– Un primo elemento riguarda i prezzi degli input produttivi. I costi di importare prodotti dall’Unione Europea sono aumentati con il ripristino dei controlli doganali, così come i costi di esportare merci verso l’Unione Europea. In gennaio, l’indice PMI dei prezzi pagati dalle aziende manifatturiere è balzato a 76,6 nel Regno Unito. L’indice è salito anche nell’Eurozona, ma meno sensibilmente (67,7). Anche l’indagine trimestrale CBI ha evidenziato aumenti dei costi e soprattutto attese di aumenti futuri, sebbene con andamenti meno estremi.

L’incremento dei costi di produzione è soltanto parzialmente attribuibile all’uscita dal mercato unico: un ruolo è stato sicuramente giocato dai rincari delle materie prime. Tuttavia, la dinamica dei prezzi di vendita è nettamente divergente fra Eurozona e Regno Unito: l’aumento dei prezzi è poco diffuso sul continente (51,8), molto di più nel Regno Unito (58,9). Quindi, l’aumento delle barriere commerciali connesso al distacco dal mercato unico sembra esercitare un impatto inflazionistico sul mercato britannico.

– Nell’Eurozona, l’indice degli ordini esteri è calato di poco in gennaio, da 55,6 a 54,4: le imprese manifatturiere del continente continuano a registrare una domanda vivace. Nel Regno Unito, la musica è molto diversa: l’indice degli ordini esteri è crollato da 55,6 a 46,7. L’indice CBI degli ordini esteri è migliorato in gennaio da -44 a -33, ma il livello fortemente negativo segnala una situazione di perdurante difficoltà delle imprese locali sui mercati esteri.

La stampa sta raccogliendo in questi giorni testimonianze dei problemi delle piccole imprese esportatrici locali di fronte all’aumento dei costi per le certificazioni e l’aumento delle tariffe degli spedizionieri, ai quali si aggiungono i dazi da pagare se i prodotti non soddisfano i requisiti in termini di contenuto minimo di valore aggiunto locale. Poiché il movimento delle merci è stato ostacolato anche dalla crisi sanitaria, non siamo sicuri che la netta divergenza fra continente e Regno Unito che emerge dalle indagini di gennaio sia da imputare soltanto alle maggiori barriere commerciali, ma è probabile che vi abbiano giocato un ruolo.

– Dalle indagini sta emergendo pure qualche evidenza di problemi di approvvigionamento. Nel Regno Unito, l’indice PMI dei tempi di consegna è sceso a 22,7, indicativo di strozzature molto diffuse. Il livello non è lontano da quello dell’aprile 2020, nel mezzo della crisi del commercio globale connessa alla prima ondata pandemica.

Tuttavia, la colpa non può essere esclusivamente della Brexit, perché anche nell’area dell’euro e negli Stati Uniti i tempi di consegna si stanno allungando, per quanto gli indici restino un po’ più elevati che nel Regno Unito (33,3 negli USA, 31,8 nell’Eurozona). Il principale fattore dietro l’allungamento dei tempi di consegna pare di natura globale, e iniziato ben prima del 1° gennaio 2021.

FOMC dovish a oltranza: è “prematuro” anche solo parlare di tapering.

Con lo scenario economico “ancora molto lontano da una piena ripresa” e dipendente “in modo significativo dall’andamento del virus, incluso il progresso sulle vaccinazioni”, qualsiasi indicazione di cambiamento di policy sarà condizionata alla risoluzione della crisi pandemica: tutto fermo, quindi, almeno fino all’autunno.

– La riunione del FOMC si è conclusa con politiche invariate, come atteso.

Il messaggio di Powell è stato indiscutibilmente dovish, su tutti i fronti: sull’uscita dalle politiche in atto, è “prematuro” aprire la discussione, sull’inflazione, la curva di Phillips è piatta e l’azione della Fed per un certo tempo non avrà più bisogno di essere pre-emptive, sulla stabilità finanziaria e su un intervento in caso di bolla sugli asset, “non è escluso teoricamente, ma è qualcosa che non abbiamo mai fatto”.

– Nel comunicato, si ripete l’impegno della Fed a usare l’intero arsenale di strumenti a sua disposizione per supportare l’economia. Rispetto a dicembre, si segnala preoccupazione per il recente indebolimento della ripresa, “concentrato nei settori più negativamente influenzati dalla pandemia” e si afferma che “il sentiero dell’economia dipenderà in modo significativo dall’andamento del virus, incluso il progresso sulle vaccinazioni”.

La crisi sanitaria genera “rischi considerevoli” per l’attività, l’occupazione, l’inflazione e lo scenario economico. Rispetto a dicembre viene rimossa la qualificazione “per il medio termine” relativa ai rischi per lo scenario, segnalando che i timori della Fed sono ora principalmente concentrati sul breve termine.

– Nella conferenza stampa, Powell, sottolineando i rischi per la crescita e l’inflazione collegati alla pandemia, ha ripetuto che le politiche della Fed su tassi e acquisti sono efficaci e sostengono l’attività soprattutto nei settori sensibili ai tassi di interesse. Tuttavia, la pandemia crea considerevoli rischi verso il basso e “sarà una battaglia”, combattuta anche sul fronte della campagna di vaccinazioni. Riguardo ai tempi di eventuali cambiamenti di policy, Powell ha affermato che “in termini di tapering è semplicemente prematuro.

Abbiamo appena creato la guidance” che richiede “ulteriore sostanziale progresso verso i nostri” obiettivi. A suo avviso, occorre focalizzarsi sul progresso: quando ci sarà “effettivo progresso”, la Fed lo comunicherà chiaramente “ben in anticipo”, evitando sorprese al momento del tapering. In ogni caso, come aveva detto anche Brainard, ci vorrà “un certo tempo” prima di avvicinarsi alla svolta, più in generale, Powell ha sottolineato che “l’intero focus sull’uscita è prematuro”.

– Sullo stimolo fiscale, Powell ha affermato che nuovi interventi sosterrebbero il reddito di imprese e famiglie e limiterebbero i danni di lungo termine. Powell ha minimizzato i possibili rischi di surriscaldamento e pressioni inflazionistiche, ribadendo l’evidenza di una curva di Phillips piatta con scarse probabilità di cambiamenti rapidi.

Perciò i rischi da cui guardarsi sono quelli di troppo poco supporto alla crescita, non quelli di supporto eccessivo. Sul fronte dell’inflazione, il presidente ha anche ricordato che nei prossimi mesi ci sarà un’accelerazione dovuta a effetti base, che la Fed valuta come relativamente contenuta nell’entità e soprattutto nella durata. Più in generale, la Banca centrale “vede con favore un’inflazione un po’ più elevata”.

– In conclusione, la riunione di gennaio non ha fornito sostanziali novità e ha confermato la strategia della Fed di evitare di definire una guidance chiara sui tempi del tapering, mantenendo la terminologia generica adottata a fine 2020.

Pur sapendo che nei prossimi mesi si aggiungerà nuovo stimolo fiscale (se pure di entità incerta) ai 900 mld approvati a fine anno, con ampio sostegno alla domanda finale, riteniamo che la Fed non aprirà il capitolo del tapering fino a quando non ci saranno indicazioni di avanzamento e successo definitivo della campagna vaccinale. Pertanto, manteniamo la previsione che i tempi per la discussione del tapering non saranno maturi fino all’autunno avanzato

Fonte: BondWorld.it

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