BondWorld.it
il punto

Il Punto : Stati Uniti e gli shock geopolitici

Il Punto : Stati Uniti: gli shock geopolitici complicano lo scenario economico e aumentano i rischi di rallentamento o recessione, sia a livello domestico, sia a livello globale. …….

Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da BONDWorld iscriviti alla Nostre Newsletters gratuite. Clicca qui per iscriverti gratuitamente.


a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


– Lo scenario dell’economia USA per il resto del 2019 e per il 2020 ha due facce. Da un lato, l’evoluzione dei dati “strettamente” economici resta positiva e coerente con una crescita “endogena” poco sopra il potenziale, in moderato rallentamento.

Dall’altro, le nubi collegate agli shock geopolitici si stanno addensando e rischiano di fare deragliare la ripresa nel 2020. Il punto cruciale riguardo alla valutazione del ciclo USA è la scarsità di strumenti disponibili per contrastare un eventuale ampio rallentamento causato dagli shock geopolitici.

Il Punto – 1. Dati macro. L’aggiornamento dei dati macroeconomici USA dell’ultimo mese mantiene un quadro moderatamente positivo della ripresa americana, appena entrata nel suo undicesimo anno.

Lo scenario è caratterizzato dalla dinamica sostenuta dei consumi, dalla ripresa degli investimenti residenziali e dalla crescita della spesa pubblica, in espansione grazie all’accordo bipartisan raggiunto a luglio.

I fattori di debolezza sono concentrati nel settore manifatturiero e nel canale estero, esposti al rallentamento del ciclo globale e agli effetti della guerra dei dazi.

Il Punto – I principali elementi macro emersi/confermati nell’ultimo mese sono quattro. I consumi restano solidi, con una crescita attesa di 3,4% t/t ann. (stima GDP Nowcasting Atlanta Fed) nel 3° trimestre, spinti da condizioni di pieno impiego.

Gli sviluppi del mercato del lavoro evidenziano un trend in rallentamento della dinamica occupazionale (da una media di 223 mila nel 2018 a 165 mila da inizio 2019), che si mantiene però su livelli elevati e superiori a quelli della forza lavoro.

La conseguenza è un tasso di disoccupazione sui minimi da dicembre 1969, con un tasso di partecipazione circa stabile dal 2014, intorno a 62,9%.

Il tasso di disoccupazione allargato a individui marginalmente attaccati alla forza lavoro e ai lavoratori part-time per motivi economici ha raggiunto a luglio il 7%, minimo da dicembre 2000.

La spesa pubblica sarà in espansione nel 2020-21 grazie all’accordo bipartisan di luglio e la politica fiscale sarà accomodante, con il deficit/PIL al 4,5%, da 3,9% del 2018.

Gli investimenti non residenziali sono l’anello debole. La previsione di ripresa estiva, dopo la contrazione del 2° trimestre, non è blindata per il 4° trimestre.

Nel complesso, comunque, in una situazione congiunturale soggetta a shock “normali”, la domanda finale domestica sarebbe in grado di generare una crescita intorno al potenziale nel 2020, compensando la debolezza del canale estero. Il problema in questa fase ciclica è che gli shock in corso non sono “normali”.

Il Punto – 2. Gli shock in corso: rischi geopolitici. La presidenza Trump ha messo in discussione l’ordine geopolitico mondiale

A partire dal 2018, dopo l’entrata in vigore della riforma tributaria, la Casa Bianca ha perseguito gli obiettivi nazionalistici presenti nella piattaforma elettorale di Trump, scardinando il multilateralismo e la cooperazione globale sul fronte del commercio, che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra.

Questo cambiamento di regime è stato graduale, ma ormai è consolidato: il contesto operativo del commercio internazionale e anche quello delle tradizionali alleanze politiche è strutturalmente mutato.

In questo senso, gli shock che hanno colpito l’economia mondiale e che probabilmente proseguiranno anche nel 2020 non sono “normali” e difficilmente possono essere contrastati con la politica monetaria.

– Gli interventi sui dazi attuati e minacciati dall’amministrazione Trump non riguardano solo la Cina, ma colpiscono tutto il sistema del commercio internazionale mondiale.

– Per quanto riguarda il resto del mondo, le misure attuate (alluminio e acciaio, lavatrici e pannelli solari) e minacciate (auto e componenti) dagli USA non hanno escluso i partner politici tradizionali e hanno messo in dubbio la solidità delle alleanze coltivate nei decenni passati.

Gli scontri con l’UE, il Canada e il Messico e la minaccia di colpire con dazi sulle auto soprattutto Germania, Giappone, Corea del Sud (e potenzialmente anche Canada e Messico se non verrà approvata la nuova versione del NAFTA) avranno effetti difficilmente stimabili, ma non per questo modesti, sulle scelte di investimento e sulla global value chain .

– Senza elencare tutte le tappe dell’escalation della guerra dei dazi a partire da gennaio 2018, riassumiamo solo le misure principali Cina-USA.

Da inizio 2018 a fine 2019, i dazi sulle importazioni USA dalla Cina passeranno dal 3% medio a poco oltre il 24%, con aumenti per il 96,8% del totale dei beni importati.

I dazi imposti dalla Cina sulle importazioni dagli USA passeranno dall’8% medio di inizio 2018 al 25,9% atteso a fine 2019, con aumenti per circa il 70% delle importazioni totali dagli Stati Uniti (fonte: PIIE).

La guerra USA-Cina sui dazi è stata guidata dagli Stati Uniti, con risposte complessivamente moderate da parte della Cina fino ad agosto.

L’eventuale entrata in vigore delle misure annunciate ad agosto sarebbe un cambiamento di marcia anche da parte della Cina, come segnalato dalla minaccia di alzare i dazi sulle auto USA al 42,6% dall’attuale 12,6%.

– Dal lato americano, nei prossimi mesi si potrebbe vedere un’ulteriore escalation di misure al di là dei dazi.

L’amministrazione finora ha utilizzato in modo anomalo leggi pre-esistenti e ha aggirato il WTO.

In particolare, la maggior parte dei dazi imposti nel 2018-19, non solo verso la Cina, si è basata su legislazione di emergenza, non utilizzata da decenni: minacce alla sicurezza nazionale (acciaio, alluminio e, potenzialmente, auto); danni alle industrie domestiche (lavatrici e pannelli solari); pratiche sleali definite in base alla sezione 301 del Trade Act del 1974 (pratiche sleali della Cina per tecnologia, proprietà intellettuale).

– Nella comunicazione aggressiva di fine agosto, Trump si è spinto anche oltre, “ordinando” alle imprese americane di interrompere le forniture dalla Cina.

L’esecutivo normalmente non ha poteri così ampi, ma Trump ha minacciato il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977, in base al quale, in caso di emergenza nazionale, il Presidente può regolare tutti i rapporti con singoli paesi (la legge è stata utilizzata nei confronti dell’Iran e di altre “emergenze” terroristiche, ad esempio, per imporre sanzioni).

Trump aveva già minacciato il ricorso all’IEEPA nei confronti del Messico, durante la crisi collegata al presidio del confine.

– Per potere utilizzare l’IEEPA, il Presidente deve dichiarare un’emergenza nazionale. Il Congresso può votare per terminare lo stato di emergenza, ma il Presidente a sua volta può imporre un veto, lasciando come via di uscita al ramo legislativo un voto che possa ribaltare il veto presidenziale (maggioranza di 2/3 in entrambe le camere).

L’IEEPA non è mai stato utilizzato per imporre dazi o altre misure sul commercio internazionale.

– La volatilità delle trattative USA-Cina non deve offuscare il trend: i dazi USA hanno continuato ad aumentare in termini sia di beni colpiti sia di livelli, e difficilmente ci sarà un’inversione di tendenza nel 2020.

Diversi commentatori rilevano anche che la Cina potrebbe avere interesse a non arrivare a un accordo prima delle elezioni del 2020, nella speranza di avere un interlocutore diverso.

La previsione è che la situazione USA-Cina nella migliore delle ipotesi resti in un limbo; ma nella peggiore delle ipotesi, potrebbe peggiorare ulteriormente con interventi dannosi per l’economia americana, attuati utilizzando l’IEEPA.

Inoltre, in autunno l’amministrazione dovrà pronunciarsi sulla questione del settore auto, che potrebbe riprodurre il percorso visto con la Cina, con ricadute sull’economia USA e su quella mondiale, generate non solo da possibili nuovi dazi, ma anche dall’aumento di incertezza.

– Dall’inizio della guerra di dazi, le stime degli effetti delle misure attuate/annunciate sono state complessivamente modeste.

Il Congressional Budget Office, nella revisione dello scenario 2019-29, stima che gli aumenti dei dazi attuati finora riducano la crescita USA di -0,3pp nel 2019-20, e ipotizza che tali effetti siano riassorbiti dal 2021 in poi, pur riconoscendo che nel medio termine la guerra dei dazi potrebbe frenare la crescita potenziale di 0,1pp.

La Tax Foundation stima che gli effetti (incluso un eventuale intervento sul settore auto) siano pari a  -0,7pp, con –0,1pp dovuto alle ritorsioni degli altri paesi.

Con una crescita sottostante, sempre superiore al potenziale, se pure in rallentamento, una politica fiscale espansiva e un aumento di stimolo monetario potrebbero contrastare gli effetti stimati dei dazi.

– Ma, come detto sopra, gli shock in corso sono anomali e le autorità di politica economica hanno armi spuntate di fronte agli sviluppi correnti.

In generale, l’estensione geografica e la dimensione degli interventi americani segnalano che gli effetti degli aumenti dei dazi sono probabilmente sottostimati perché il contesto operativo è cambiato.

La guerra dei dazi di Trump appare concentrata sulla Cina, ma in realtà riguarda l’economia globale e segna il passaggio a un nuovo regime, che ribalta le coordinate del commercio internazionale e le fondamenta delle decisioni delle imprese globali.

Per questo, il rischio di recessione USA e globale è aumentato significativamente, a meno di un’improbabile tregua commerciale.

Il Punto – 3. Quali politiche potrebbero essere efficaci per contrastare gli shock “anomali”?

I timori di rallentamento della crescita americana, per ora basati su rischi e non sulla realizzazione di un significativo indebolimento ciclico, hanno indotto la Fed a iniziare un intervento di tipo preventivo, un “aggiustamento di metà ciclo”, con un taglio dei tassi attuato a luglio e almeno un altro in arrivo probabilmente a settembre.

Ma, come ha notato un partecipante al FOMC, di fronte agli aumenti dei dazi, l’ulteriore allentamento delle condizioni finanziarie potrebbe avere l’unico effetto di gonfiare i prezzi degli asset senza indurre una spinta agli investimenti, in linea con l’esperienza in Giappone e nell’area euro.

Il consenso nel FOMC è per intervenire comunque a sostegno dell’espansione.

La politica fiscale potrebbe essere più efficace, ma negli USA c’è poco margine, con il deficit/PIL fra il 4,5% e il 5% nel prossimo decennio.

In conclusione, la ripresa più lunga della storia americana questa volta potrebbe non essere interrotta dalla Fed, ma dagli interventi strutturali della svolta nazionalista di Trump.

Fonte: BondWorld.it

Articoli Simili

Il Punto : COVID-19 nell’area dell’euro

Redazione

Il Punto : Un’iniezione di fiducia

Redazione

Il Punto : FOMC: vedere per credere

Redazione