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Il Punto su Brexit, Area Euro e Fomc

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Brexit: il 15 gennaio il Parlamento sarà finalmente chiamato a votare sul Trattato di Recesso dall’UE. Si prospetta una sconfitta del governo….

a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Il piano alternativo potrebbe essere presentato entro tre giorni, in base a una mozione approvata questa settimana, invece che entro 21 giorni. L’unico piano alternativo di sicura implementazione è quello di managed no – deal Brexit .

Le altre opzioni, come quella di indire un nuovo referendum, richiedono

(1) il formarsi di maggioranza bipartisan,

(2) collaborazione del governo,

(3) un’estensione ampia del periodo negoziale oltre il 29 marzo (anni, non mesi). Una crisi di governo e nuove elezioni, possibili in caso di ampia sconfitta, renderebbero la situazione ancora più aggrovigliata.

Il meaningful vot e della Camera dei Comuni sul Trattato di Recesso firmato dal governo britannico e dall’UE è ora in agenda il 15 gennaio.

Al momento, nessuno dubita che il Parlamento boccerà il Trattato. Le concessioni annunciate dal governo nella seduta di mercoledì sono già state bollate come “cosmetiche e insignificanti” dal DUP, il partito unionista nord-irlandese che fornisce appoggio esterno al governo conservatore di minoranza.

Non si può escludere che il governo provi a rinviare ancora il voto, esattamente come a dicembre. Però non si capisce quali fatti nuovi potrebbero maturare dopo il 15 gennaio che possano convincere i contrari, dato che la questione è ormai chiusa per l’UE: si tratterebbe alla fine soltanto di un nuovo passo verso una no – deal Brexit .

Negli ultimi giorni il governo ha subito due sconfitte su emendamenti che hanno visto circa due decine di deputati conservatori votare con le opposizioni. Uno di questi emendamenti chiede al governo, in caso di bocciatura del Trattato, di presentare un piano alternativo entro 3 giorni, invece dei 21 previsti dal Withdrawal Bill.

Ma quale può essere il piano alternativo, a questo punto?

L’unico piano alternativo finora prospettato dal governo è costituito da una uscita senza accordo alla scadenza del 29 marzo, ma mitigata da intese tecniche e misure di contenimento del danno.

Tale piano è sicuramente implementabile, anche se le conseguenze economiche di brevissimo termine sono molto incerte e, potenzialmente, piuttosto negative. Non richiede di riaprire negoziati ad alto livello, né di ottenere estensioni del periodo negoziale.

Una no deal Brexit , inoltre, è lo scenario preferito dell’ala oltranzista del partito conservatore, che ha sempre visto l’accordo come un tradimento dello spirito del referendum.

Se in Parlamento esiste una maggioranza trasversale a sostegno di altre soluzioni, come un secondo referendum, dovrà scoprire le sue carte in occasione della presentazione del piano B del governo.

La mozione del governo potrà infatti essere emendata dal Parlamento, che non potrà semplicemente limitarsi a respingerla.

In particolare, i laburisti dovranno decidere se continuare a premere per nuove elezioni (con il rischio di non avere i voti per rovesciare il governo conservatore, se il DUP voterà la fiducia), o se schierarsi finalmente a favore di un secondo referendum. Entrambe le opzioni implicano che il governo richieda un’estensione del periodo negoziale agli altri Stati membri dell’UE, che devono essere tutti d’accordo perché sia concessa. Al momento, Corbyn continua a puntare sulla prima opzione.

Tuttavia, in caso di dimissioni Theresa May potrebbe essere rimpiazzata da un altro conservatore, attraverso un processo interno al partito. E non è probabile che DUP e conservatori moderati voterebbero contro la fiducia al governo.

Inoltre, in caso di elezioni, soprattutto se la posizione dei laburisti su Brexit rimanesse ambigua come ora, un’estensione del periodo negoziale non sarebbe necessariamente nell’interesse di tutti gli Stati membri dell’UE: sebbene probabile, quindi, non è necessariamente certa.

Infine, anche se sarà concessa non potrà essere che per un periodo di tempo o brevissimo o molto lungo, intersecandosi con l’elezione del Parlamento europeo (23-26 maggio) e con il rinnovo delle cariche dell’Unione.

D’altra parte, anche indire un secondo referendum potrebbe richiedere almeno sei mesi. Qualsiasi scenario diverso da una no-deal Brexit richiede ormai un’estensione del periodo negoziale.

Come potrebbe essere formulato un secondo referendum?

Una possibilità è che si tenga un singolo voto su 3 opzioni (Brexit con accordo, Brexit senza accordo e remain , cioè rinuncia al recesso).

Il meccanismo del singolo voto dovrebbe prevedere la possibilità di indicare una seconda opzione.

Il secondo meccanismo ipotizzabile è quello del doppio referendum, prima fra Brexit e Remain, poi fra no-deal e deal se nel primo vince di nuovo l’opzione di uscire.

Area euro: le sorprese negative dai dati riflettono ancora fattori transitori, l’Eurozona crescerà al potenziale nel 2019, meno delle stime BCE, ma non è recessione.

La debolezza dei dati è spiegata, almeno in parte, ancora da fattori transitori: impatto dei cambiamenti normativi sulle auto diesel e manifestazioni delle giubbe gialle in Francia.

Stimiamo che l’adattamento della produzione di auto in Germania abbia sottratto circa mezzo punto alla crescita del PIL tedesco, con ripercussioni severe anche per l’industria dell’auto in Italia.

È possibile che la crescita dei principali paesi Eurozona, fatta eccezione per la Spagna, si aggiri intorno allo zero anche nei mesi finali di quest’anno. I fondamentali solidi per consumi e investimenti dovrebbero sostenere un rimbalzo della domanda interna all’inizio di quest’anno.

La svolta della politica fiscale dovrebbe limitare gli effetti delle recenti sorprese negative.

Tuttavia, l’uscita più debole delle attese dallo scorso anno lascia la media 2018 all’1,8% da un precedente 1,9% e la crescita 2019 all’1,4% da un precedente 1,5%, al di sotto delle stime BCE di dicembre scorso (1,7%) ma ancora circa in linea con il potenziale.

Se le sorprese negative dai dati si riveleranno, come pensiamo, in larga misura transitorie, la BCE cercherà di avviare un ciclo di rialzi nella seconda metà di quest’anno.

I dati macroeconomici europei hanno continuato a sorprendere negativamente.

Aleggia il rischio di una recessione tecnica in Germania, dopo i dati deludenti di produzione e immatricolazioni auto di novembre.

Con la produzione industriale in profondo rosso (-1,7% t/t) e indicazioni di rallentamento anche dei servizi, il PIL tedesco difficilmente crescerà più di 0,1% t/t. È stata ancora l’auto a frenare l’attività, probabilmente per le difficoltà di adeguare le linee produttive alla nuova normativa UE e come contraccolpo del boom di vendite che ha preceduto il cambio di normativa.

Stimiamo che il crollo della produzione di auto (-11% t/t da giugno a novembre in termini cumulati) abbia pesato sulla crescita tedesca per circa 0,5%, dal momento che l’auto ha un peso rilevante (4,7%) nella formazione del valore aggiunto.

Dai primi mesi del 2019 dovrebbe vedersi un graduale recupero di produzione industriale e PIL: gli ordini di auto sono cresciuti dell’8,6% negli ultimi due mesi e i dati di commercio estero per destinazione geografica (disponibili sino ad ottobre) indicano una tenuta dei flussi commerciali verso l’Asia ed altre economie emergenti.

I fondamentali per consumi e investimenti in Germania restano più che solidi, inoltre il paese può permettersi un uso ben più attivo della politica fiscale rispetto a quanto previsto dalla legge di bilancio 2019. Riteniamo, quindi, che se pur dovesse verificarsi un calo del PIL anche nei mesi autunnali, si tratterebbe di una mini recessione “tecnica” dovuta a fenomeni transitori.

In Francia, il quadro non è promettente: il PMI servizi indica una contrazione nei mesi autunnali, ma anche in questo caso dovrebbe trattarsi di un fenomeno temporaneo legato alle proteste dei gilet gialli. Tuttavia, la Francia dovrebbe essere in grado di crescere ancora al trend nel 2019 (1,3%): non dimentichiamo che in risposta alle proteste di strada il Presidente Macron ha annunciato una massiccia espansione fiscale (+11 miliardi tra minori entrate e maggiori spese finanziati in deficit) che eleverà il deficit al di sopra del 3%.

Anche il quadro economico italiano è debole: la produzione industriale è crollata a novembre, in parte sulla scia della debolezza tedesca, e il rischio che la crescita del PIL resti in territorio negativo non è trascurabile. Tra i big dell’area, solo la Spagna dovrebbe essere cresciuta a ritmi ancora sostenuti (0,5% t/t) nei mesi finali del 2018, grazie ad una migliore tenuta dei consumi.

Riconosciamo, quindi, il rischio che la crescita Eurozona a fine 2018 possa rivelarsi anche più debole dello 0,2% t/t dei mesi estivi. Riteniamo che il 2018 chiuderà all’1,8% da una precedente stima dell’1,9%. L’uscita più debole delle attese dallo scorso anno lima la crescita media 2019 all’1,4% da un precedente 1,5%. A nostro avviso, il rischio di recessione rimane contenuto, dati i fondamentali solidi per consumi e investimenti. Inoltre, la svolta della politica fiscale dovrebbe limitare gli effetti delle recenti sorprese negative. Tuttavia, riconosciamo che il rallentamento potrebbe rivelarsi più intenso di quanto atteso dalla stessa BCE a metà dicembre (1,7% nel 2019-20).

Con una crescita vicina al trend dopo i tassi di espansione euforici del 2016-17, pensiamo sia ancora ragionevole aspettarsi un aumento dell’inflazione core nei prossimi mesi, dato il calo della disoccupazione sui livelli pre-crisi evidenziato dai dati di novembre.

I mercati hanno rivisto sensibilmente al ribasso le attese di rialzo dei tassi e scontano, a mala pena, un rialzo a fine 2019. Riteniamo altresì che la BCE cercherà di portare il tasso sui depositi a zero per marzo 2020. Con un tasso di crescita nominale del 2,8%, tassi a zero sarebbero ancora ampiamente accomodanti.

Ma la cautela, in questo contesto di elevata incertezza, è d’obbligo

Federal Reserve: tutti i recenti interventi dei partecipanti al FOMC hanno sottolineato che è opportuno essere pazienti e attendere prima di muovere ancora, pur mantenendo un sentiero dei tassi in limitato rialzo.

Per ora, quindi prevediamo una pausa di qualche riunione nel sentiero dei tassi. Anche i verbali della riunione di dicembre mostrano un FOMC “paziente e flessibile”.

Powell ha ripetuto il messaggio inviato in modo corale dal FOMC a partire da inizio anno: la Fed “può essere paziente e flessibile e vedere quello che evolverà”.

Sul futuro della politica monetaria, Powell ha reiterato che “non c’è un sentiero predeterminato per i tassi” e che la Banca centrale terrà conto della restrizione delle condizioni finanziarie registrata di recente. Il Presidente della Fed ha anche segnalato disponibilità ad agire preventivamente, abbassando il sentiero dei tassi e “cercando di far compensare dalla politica monetaria la debolezza prima ancora che avvenga”. Powell ha sottolineato che l’economia americana è “solida” e che la principale preoccupazione riguarda la crescita globale, e in particolare quella cinese.

L’influenza del ciclo mondiale su quello USA è incerta, ma è probabilmente maggiore che in passato.

Anche Clarida (vice-presidente Fed) ha dato indicazioni di flessibilità e pazienza e ha esplicitamente citato crescita globale debole e condizioni finanziarie più restrittive come freni al sentiero dei tassi della Fed.

 Fra i presidenti delle Fed regionali finora più hawkish , Rosengren e Evans hanno spostato le loro posizioni verso la “pazienza”. Rosengren (Boston Fed) ha detto che al momento ci sono due possibili scenari, piuttosto diversi fra loro: “rallentamento economico implicito nei mercati finanziari o crescita un po’ al di sopra della crescita del PIL potenziale, coerente con le previsioni economiche”.

Secondo Rosengren si può “aspettare per maggiore chiarezza prima di aggiustare la politica” attuale che “sembra appropriata per ora”. Pertanto si “possono osservare pazientemente gli sviluppi economici futuri”. Rosengren era uno dei partecipanti al FOMC più preoccupati dei rischi di tassi troppo bassi troppo a lungo.

Ora il Presidente della Boston Fed mantiene la sua visione positiva di crescita moderatamente sopra il potenziale, e ritiene (come forse anche Powell) che i mercati stiano eccedendo in pessimismo. Secondo Evans (Chicago Fed, con l’inflazione senza pressioni verso l’alto, la Fed “ha una buona capacità di aspettare e valutare attentamente i dati in arrivo e gli altri sviluppi” prima di modificare la politica monetaria. Se ci saranno informazioni in contrasto con il suo scenario o la sua valutazione dei rischi allora sarebbe pronto a modificare il proprio sentiero atteso dei tassi.

Evans ha sottolineato che si sono accumulati fattori di rischio verso il basso, fra cui crescita mondiale, politica commerciale e possibile restrizione fiscale. Ciò non toglie che ci siano anche rischi verso l’alto: se la crescita dovesse proseguire e i rischi verso il basso si dovessero dissipare, allora Evans favorirebbe altri rialzi con un punto di arrivo marginalmente al di sopra della neutralità. Fra i partecipanti al FOMC dal lato delle colombe, si è confermata la visione favorevole a una pausa sui tassi da parte di Kashkari (Minneapolis Fed). Bullard (St Louis Fed), da tempo dell’opinione che i tassi non dovrebbero più salire, ha ribadito che ulteriori rialzi potrebbero portare l’economia in recessione. Anzi, Bullard ha detto che sarebbe pronto a tagliare i tassi in caso di rallentamento inatteso di crescita e/o inflazione.

I verbali della riunione del FOMC di dicembre danno un messaggio più dovish di quello che aveva dato Powell durante la conferenza stampa post-riunione, e delineano un quadro più simile a quello dei recenti discorsi, incluso quello di Powell del 5 gennaio.

Nei verbali si legge che già a metà dicembre i timori sulla crescita mondiale e sui dazi, insieme alla volatilità dei mercati avevano reso “l’entità e i tempi di ulteriori rialzi meno chiari che in precedenza”.

I verbali riportano che proprio queste preoccupazioni avevano indotto il Comitato a modificare il testo del comunicato cercando di evidenziare l’aumento di incertezza sul sentiero di rialzi e la possibilità che non ci fosse nel 2019 una cadenza di interventi trimestrali come nel 2018.

Infatti, “molti” partecipanti ritenevano che, con l’inflazione sempre bassa, “il comitato potesse permettersi di essere paziente riguardo a ulteriore restrizione”. Inoltre “un numero” di partecipanti (come emerge dai discorsi) pensavano anche che prima di muovere ancora “fosse importante valutare fattori” di debolezza recenti.

Powell aveva fatto riferimento alla pazienza nella conferenza stampa, ma il messaggio era decisamente meno centrale rispetto al resto della comunicazione del Presidente. Può essere anche che la stesura dei verbali (che non sono una trascrizione dettagliata della riunione) abbia dato più peso alla parte dovish della discussione, lasciando in ombra posizioni più hawkish .

Infine, sul bilancio i verbali riportano il proseguimento della discussione sul bilancio e sottolineano che la riduzione del portafoglio non dove essere uno strumento di policy.

Per ora il consenso è per la prosecuzione del calo dei reinvestimenti di Treasury, anche se si è discussa la possibilità di considerare la vendita di MBS una volta che il livello dei titoli governativi sia arrivato alla soglia desiderata.

In conclusione, i verbali (in linea con i discorsi recenti) mostrano un consenso nel FOMC per una pausa di qualche riunione nel sentiero dei rialzi, che però potrebbe riprendere nella parte centrale dell’anno, se i rischi verso il basso rientreranno.

Fonte: BondWorld.it

 

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