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Indice ISM manifatturiero a maggio è atteso in aumento

Stati Uniti. L’ indice ISM manifatturiero a maggio è atteso in aumento a 53,2 da 52,8 di aprile, mostrando un’interruzione del trend in calo iniziato in autunno, senza però segnalare una rilevante accelerazione dell’attività……

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indice ISM: Il PMI manifatturiero a maggio ha segnato un’ampia correzione, ma le indagini regionali sono state incoraggianti, con l’Empire, il Chicago PMI e la Philadelphia Fed in ripresa, e indici tornati sui livelli dell’autunno dopo diversi mesi deboli.

Il netto peggioramento dello scenario della politica commerciale e delle tensioni con la Cina sarà un fattore di freno per le indagini e per le decisioni di spesa delle imprese nei prossimi mesi, senza però, almeno per ora, interrompere l’espansione dell’economia.

Area euro. La stima finale del PMI manifatturiero dovrebbe confermare l’indice Eurozona in calo marginale a 47,7 da 47,9 di aprile, con l’indice tedesco circa stabile a 44,3 da 44,4 e quello francese in risalita a 50,6 da 50,0. Il livello dell’indice manifatturiero è in contrazione nel 2° trimestre a 47,8 da 49,1 del 1° trimestre e da 55,5 del 2° trimestre 2018.

L’attività nel comparto rimane in frenata, anche se ci sono segnali da singoli paesi (per esempio in Francia) che il punto di minimo potrebbe essere stato raggiunto. Si prevede un calo del PMI manifatturiero in Italia, che non pubblica la stima flash.

Stati Uniti. La spesa in costruzioni ad aprile è prevista in rialzo di 0,3% m/m, dopo -0,9% m/m di marzo. Il calo di marzo è stato concentrato nel segmento residenziale, che ha corretto per tre mesi consecutivi e dovrebbe recuperare ad aprile. Il calo dei tassi sui mutui e il mercato del lavoro solido restano le principali spinte per una moderata ripresa dell’attività nel settore costruzioni residenziali. L’indice di fiducia dei costruttori di case è in rialzo da febbraio e segnala un aumento atteso di vendite correnti e future.

I market mover della settimana

Nell’area euro, il focus sarà sulla riunione BCE che vedrà confermato lo scenario di lenta riaccelerazione del ciclo nella seconda metà dell’anno anche se con rischi verso il basso più significativi.

Il Consiglio vorrà comunicare almeno a grandi linee i dettagli operativi delle TLTRO III, non escludiamo che indicazioni più puntuali possano arrivare a fine luglio quando si avranno maggiori informazioni sulla crescita nel 2° trimestre e prospettive per i mesi estivi. Il 5 giugno, le raccomandazioni della Commissione UE avranno come “sorvegliato speciale” l’Italia.

Sul fronte dei dati, la prima stima dovrebbe mostrare un calo dell’inflazione Eurozona a 1,4% a maggio dopo l’anomalo 1,7% del mese precedente. La produzione industriale è vista circa stagnate in Germania così come gli ordini all’industria. In Francia, la produzione industriale è vista in calo  (-0,3% m/m) anche ad aprile. In Spagna, altresì, ci aspettiamo un rimbalzo di 0,7% m/m.

La prossima settimana negli Stati Uniti saranno pubblicati i principali dati macroeconomici di maggio. L’employment report dovrebbe mostrare una dinamica occupazionale sempre solida, su ritmi un po’ inferiori a quelli di aprile, con un rialzo del tasso di disoccupazione di un decimo a 3,7% e un aumento dei salari di 0,3% m/m. Gli indici ISM dovrebbero restare in territorio espansivo con un aumento per il manifatturiero e una flessione per il non manifatturiero. La spesa in costruzioni di aprile dovrebbe recuperare dopo il calo di marzo. Il Beige Book dovrebbe dare ancora un quadro generalmente positivo, ma riportare anche crescente preoccupazione per l’escalation delle tensioni con la Cina. I dati e gli eventi di ieri

Italia. La crescita del PIL nel 2019T1 è stata rivista da 0,2% t/t a 0,1% t/t, che era la nostra previsione originaria. La variazione tendenziale scende a -0,1% t/t.

Dopo la revisione, la crescita acquisita per il 2010 diventa nulla. Dal punto di vista dei contributi forniti dalle componenti della domanda aggregata, l’incremento risulta da un forte contributo positivo delle esportazioni nette (0,5 p.p.) e da uno più modesto della domanda finale netta (che arrotonda a 0,2 p.p.), compensati dal drenaggio delle scorte (-0.7). Non è infrequente che un forte calo delle scorte si accompagni a un contributo positivo dell’export netto, dovuto principalmente alla flessione delle importazioni.

I dati hanno confermato il contributo positivo delle costruzioni, favorite dall’inverno mite e asciutto. Riguardo al secondo trimestre, le indicazioni sono attualmente contrastanti: fattori meteorologici e di calendario fanno pensare a un nuovo indebolimento, dopo un primo trimestre che è stato meglio di quanto suggerito dalle indagini congiunturali.

D’altra parte, il forte calo delle scorte nel primo quarto potrebbe fornire un minimo di supporto nel secondo, anche se sarà probabilmente compensato in gran parte dalla ripresa dell’import. Nel complesso, ci attendiamo una variazione al massimo nulla.

Italia. Il MEF ha inviato alla Commissione Europea la comunicazione con l’analisi dei fattori rilevanti che spiegano l’aumento del rapporto debito/PIL nel 2018.

Nella lettera di accompagnamento, il MEF ammette che sarebbe necessario un avanzo primario più elevato per far calare il rapporto debito/PIL, ma sostiene che l’introduzione di misure fiscali restrittive sarebbe stata controproducente, visto il rallentamento dell’economia; inoltre, si sbilancia nel prevedere un risultato 2019 migliore della previsione della Commissione Europea, grazie all’andamento delle entrate. Riguardo al 2018, sostiene che la variazione strutturale sarebbe migliore se si usasse una metodologia diversa per il calcolo dell’output gap, e che l’aumento del debito sarebbe in parte spiegato dall’aumento del conto disponibilità del tesoro.

Riguardo alle prospettive, le indicazioni sono estremamente vaghe: si ammette che il parlamento ha chiesto al governo di non aumentare l’IVA e di riformare l’imposta sui redditi, ma non si fornisce alcuna indicazione specifica riguardo alle misure che il governo intende adottare per garantire il raggiungimento degli obiettivi fiscali indicati nel programma di stabilità.

L’unico elemento è un vago cenno a “un ampio piano di spending review e di efficientamento delle entrate”.

La posizione negoziale del MEF è fortemente compromessa dalle numerose dichiarazioni uscite dalla coalizione di governo, in particolare dalla Lega, che hanno parlato di aumento del deficit nel 2020, promettendo tagli delle tasse e aumenti di spesa senza copertura, oltre che di irrilevanza dello spread e delle regole fiscali europee.

Italia. A complicare la situazione, ha suscitato molto clamore l’approvazione da parte del Parlamento di una mozione apparentemente innocua sul rimborso dei debiti commerciali della pubblica amministrazione, ma che includeva fra le possibili misure anche l’emissione di titoli di stato di piccola denominazione da conferire in pagamento.

La misura sarebbe stata liquidata come meramente inutile in altri contesti, in quando non risolve il problema (che, peraltro, si genera soprattutto a livello di enti locali e non di governo centrale) e non è necessaria (perché il Tesoro non ha problemi di cassa, al momento).

Tuttavia, è noto che il provvedimento è fortemente desiderato da esponenti euroscettici della Lega come passo intermedio necessario in vista di una possibile uscita dall’unione monetaria, e da altri del Movimento Cinquestelle come escamotage per fare deficit spending aggressivo.

Perciò, l’approvazione della mozione (avvenuta peraltro con il voto favorevole anche delle opposizioni!), ha contribuito ad alimentare le tensioni sul debito pubblico italiano, che da tempo si sta muovendo in controtendenza rispetto al resto dell’Eurozona, Grecia inclusa.

Italia. Il governatore della Banca d’Italia, Visco, ha avvertito che cominciano ad emergere segnali di tensione riguardo alla trasmissione del maggior costo dei titoli pubblici a quello dei prestiti, ricordando che 100pb di premio per il rischio in più implicano una riduzione del PIL di 0,7% dopo tre anni, e senza ipotizzare impatti attraverso il clima di fiducia.

Il governatore ritiene che la bassa crescita non sia soltanto un problema di bassa domanda aggregata, ma anche un effetto di “un ambiente economico poco favorevole all’attività delle imprese, alla loro crescita, agli investimenti, al lavoro”: perciò, “limitarsi alla ricerca di un sollievo congiunturale mediante l’aumento del disavanzo pubblico può rivelarsi poco efficace, addirittura controproducente qualora determini un peggioramento delle condizioni finanziarie e della fiducia delle famiglie e delle imprese”.

Visco ha anche esortato a “definire una strategia rigorosa e credibile per la sua riduzione nel medio termine”, in quanto l’Italia presenta un mix indesiderabile di costo del debito più elevato e crescita economica più bassa rispetto al resto dell’Eurozona. Come fare? La tesi, che condividiamo in pieno, è che serve (i) “un’attenta disciplina di bilancio” per far risalire la fiducia nel mercato dei titoli pubblici, ormai la maggiore determinante del costo del debito, e (ii) “interventi profondi sulla composizione della spesa e delle entrate” per favorire un ritorno a più alti tassi di crescita.

Germania. La prima stima per maggio conferma che il rialzo dell’inflazione di aprile era effimero. La dinamica dei prezzi al consumo è tornata indietro a 1,4% a/a da 2,0% sulla misura nazionale e a 1,3% da 2,1% sull’indice armonizzato. Il rialzo di aprile era legato ai servizi ricreativi e prezzo dei pacchetti vacanza, che è rientrato a maggio.

Stati Uniti. La settimana scorsa Trump ha minacciato di introdurre dazi del 5% su tutte le importazioni dal Messico (pari a 346 mld di dollari) se non verranno adottate misure che blocchino l’immigrazione clandestina dal confine meridionale degli USA, con l’intenzione di aumentare il livello dei dazi al 10% il 1° luglio, al 15% il 1° agosto, al 20% il 1° settembre e al 25% il 1° ottobre.

Circa il 25% dell’import dal Messico (93 mld) riguarda il settore auto, circa il 30% riguarda macchinari e circa l’8% riguarda prodotti agricoli. Dazi al 5% sulle importazioni dal Messico avrebbero effetti modesti sullo scenario USA, con un impatto di circa 0,05 pp sull’inflazione e di poco inferiore allo 0,1 pp sulla crescita. Con dazi al 25%, l’impatto su inflazione e crescita sarebbe di poco superiore a 0,1pp.

Il Messico ha annunciato l’invio questa settimana di una delegazione a Washington per cercare un accordo sul tema dell’immigrazione. Benchè gli effetti di nuovi dazi sul Messico siano limitati, le conseguenze della nuova svolta della politica commerciale americana potrebbero essere più ampie, per via delle ricadute sul livello di incertezza e sulle prospettive più strutturali per il commercio internazionale.

Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha inviato al Congresso una comunicazione ufficiale che segnala la richiesta imminente della procedura di approvazione della nuova versione del NAFTA. Sul fronte dei negoziati in stallo con la Cina, sono arrivati commenti distesivi dal vice-segretario del commercio Wang Shouwen, secondo cui la Cina intende adottare “un approccio cooperativo per trovare una soluzione”.

La riunione dei G-20 il prossimo week-end sarà una possibile occasione per cercare di fare ripartire le trattative.

Il netto peggioramento dello scenario del commercio estero in una fase di graduale e fisiologico rallentamento della crescita USA potrebbe essere il “tipping point” per una svolta della Fed in direzione espansiva.

Il vice-presidente della Fed, Clarida, ha spostato la retorica in modo esplicito verso la possibilità di tagli dei tassi segnalando un possibile spostamento in direzione accomodante del nucleo “centrista” del Comitato. Clarida ha detto che per ora lo scenario resta positivo e, anzi, l’economia si è mossa a un ritmo superiore alle aspettative. Clarida però ha aggiunto che il FOMC “è sintonizzato su potenziali rischi (…) e se vedessimo un rischio verso il basso per lo scenario, allora questo sarebbe un fattore che potrebbe richiedere una politica più accomodante”.

Il vice-presidente della Fed ha citato anche i rischi di inflazione troppo bassa come un possibile motivo per una revisione dello scenario centrale.

È probabile che alla riunione del FOMC di metà giugno il Comitato non possa esimersi dal citare esplicitamente i rischi verso il basso sulla crescita derivanti dalle nuove tensioni commerciali, aprendo qualche spiraglio per convalidare il bias espansivo scontato dai mercati.

Stati Uniti. La spesa personale ad aprile aumenta di 0,3% m/m, dopo +0,9% m/m di marzo. In termini reali la spesa ad aprile è invariata, ma i dati forti di marzo danno un’entrata solida nel 2° trimestre e danno supporto alla previsione di crescita dei consumi a un ritmo intorno al 3% t/t ann.

Il reddito personale è in rialzo di 0,5% m/m ad aprile, anche se la dinamica tendenziale è un po’ indebolita da revisioni verso il basso dei dati precedenti, soprattutto relativi a fine 2018. Fra le componenti del reddito, le retribuzioni sono in aumento di 0,3% m/m, mentre dividendi e interessi sono riaccelerati dopo la debolezza del 4° trimestre 2018.

La crescita reale dei consumi è ora più forte di quella del reddito disponibile, fattore che potrebbe indicare un possibile rallentamento della spesa delle famiglie nella seconda metà dell’anno. Il deflatore dei consumi aumenta di 0,3% m/m. L’indice core segna un rialzo di 0,2% m/m, ma vicino alla soglia di 0,25% m/m (0,247% m/m) indicando una ripresa delle variazioni mensili dopo la debolezza di inizio anno, in linea con l’interpretazione del FOMC secondo cui nei mesi scorsi c’erano stati fenomeni transitori in gioco.

Fra l’altro, come già segnalato dai dati rivisti del deflatore trimestrale, l’indice core è stato più debole rispetto alla lettura preliminare, con variazioni nulle a gennaio e febbraio (da 0,1% m/m delle prime stime), mentre il dato di marzo è stato rivisto verso l’alto a 0,1% mm da 0, grazie ad arrotondamenti.

La dinamica del deflatore core, all’1,6% a/a ad aprile, rimane quindi sempre al di sotto dell’obiettivo del 2%. Si rileva però ancora l’importanza di poche voci particolarmente deboli con indicazioni dall’andamento della media troncata del deflatore pubblicata dalla Dallas Fed che ad aprile registra una variazione annualizzata di 2,9% (da 2% di marzo).

Stati Uniti. La fiducia dei consumatori rilevata dall’Univ. of Michigan nella rilevazione finale di maggio corregge a 100 da 102,4 della lettura preliminare, ma risulta sempre in aumento rispetto al dato di aprile (97,2).

L’indice aspettative resta sui massimi da inizio 2004. Le aspettative di inflazione a 12 mesi sono in ulteriore risalita rispetto alla lettura preliminare e raggiungono 2,9%, mentre sull’orizzonte a 5 anni sono confermate a 2,6%, in aumento da 2,3% di aprile, e danno un’indicazione preliminare in linea con l’aspettativa di moderata ripresa dell’inflazione dopo la debolezza di inizio anno.

Cina. Il PMI del settore manifatturiero rilevato da Caixin-Markit, a differenza di quello rilevato dal NBS, è rimasto a 50,2 in maggio, invariato rispetto ad aprile, grazie a un aumento degli ordini (da 50,4 a 50,7), più sensibile per gli ordini esteri, risaliti sopra 50 (da 49,1 a 50,4), e della componente delle scorte.

La componente degli ordini esteri dei principali partner commerciali asiatici (Corea, Taiwan e Giappone; Hong Kong pubblicherà i dati il 5 giugno) è lievemente migliorata ma rimane ampiamente al di sotto di 50, e tra i paesi ASEAN 5 in Vietnam, Malesia e Indonesia ha registrato un calo pur rimanendo su livelli più elevati, continuando a segnalare una debolezza della domanda estera.

Fonte: BondWorld.it

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