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Intesa SanPaolo Flash: Area euro. La produzione industriale è attesa in calo dell’1,2% m/m a novembre

Intesa SanPaolo – Area euro. La produzione industriale è attesa in calo dell’1,2% m/m a novembre, dopo il +0,2% m/m precedente, sulla scia della forte e generalizzata contrazione registrata in Germania, Francia, Italia e Spagna. …..

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La variazione annua passerebbe a -2,0% da 1,2%. Se confermato, il dato lascerebbe la produzione in rotta per un calo dello -0,6% t/t a fine anno da +0,1% t/t del terzo trimestre. I market mover della settimana

Nell’Eurozona il calendario della terza settimana di gennaio è abbastanza povero di dati.

Il focus sarà sull’esito del voto inglese del 15 gennaio alla Camera dei Comuni sul Trattato di Recesso. In calendario anche la produzione industriale Eurozona di novembre, attesa in forte calo  sulla scia dei dati negativi di Germania, Francia, Italia e Spagna.

Le seconde stime dovrebbero confermare l’inflazione di dicembre in rallentamento ovunque: all’1,6% per l’area euro, all’1,7% in Germania, all’1,9% in Francia e all’1,2% in Italia.

La settimana ha molti dati in uscita negli Stati Uniti. Le prime indagini del manifatturiero a gennaio dovrebbero stabilizzarsi su livelli moderatamente espansivi, frenando i timori di un forte rallentamento; invece la fiducia dei consumatori dovrebbe flettere sulla scia della chiusura degli uffici federali.

I dati di dicembre dovrebbero essere ancora solidi, con una dinamica sostenuta delle vendite al dettaglio e della produzione industriale e una modesta ripresa dei cantieri residenziali.

Sul fronte dei prezzi di dicembre, si dovrebbe vedere ancora l’influenza del calo del prezzo del petrolio, con una correzione di PPI e prezzi all’import; il PPI core però dovrebbe essere in linea con il trend moderatamente positivo del 2018.

Il Beige Book dovrebbe ancora mostrare uno scenario positivo e potrebbe riportare eventuali effetti sull’attività causati dalla chiusura degli uffici federali. I dati e gli eventi di venerdì

Italia. DBRS ha confermato i rating “BBB (high) /R-1 (low)” del debito italiano, con trend stabile su tutti i rating.

La conferma del rating e del trend stabile riflette due elementi positivi: 

la revisione dei target fiscali, che ha consentito di evitare la procedura di infrazione europea e ha abbassato sia pur moderatamente il costo del debito;

i progressi del settore bancario nel processo di riduzione dello stock di crediti deteriorati.

A giudizio di DBRS, l’incertezza sul fronte delle politiche economiche resta elevata: 

l’agenzia sottolinea, come principale elemento di criticità, l’insufficiente attenzione del governo ai problemi strutturali, in un contesto di rallentamento del ciclo;

un giudizio più accurato sull’azione dell’esecutivo è rimandato ai prossimi mesi, quando si vedrà se il governo confermerà la maggiore attenzione alla disciplina fiscale, prevedendo una revisione della spesa, e disporrà misure adeguate per creazione di lavoro e il rilancio degli investimenti;

DBRS considera elevata la probabilità di cambiamenti nella compagine di governo o elezioni anticipate, ma tali eventi a giudizio dell’agenzia potrebbero avere ripercussioni positive se inducessero uno spostamento dell’agenda governativa verso una maggiore moderazione.

Il rating DBRS potrebbe essere migliorato in caso di:

riforme che supportino le prospettive di crescita economica a medio termine;

consolidamento fiscale che migliori significativamente la traiettoria del rapporto debito/PIL.

Viceversa, il rating potrebbe essere abbassato al verificarsi di uno dei seguenti fattori:

una significativa revisione al ribasso delle prospettive di crescita, che causi un aumento del rapporto debito/PIL;

ulteriori misure di allentamento fiscale, eventualmente combinate con un aumento significativo della spesa per interessi, che portino a un aumento del rapporto debito/PIL;

nessuna evidenza nel tempo di significative riforme a supporto della crescita.

Ricordiamo che il rating DBRS è il più favorevole per l’Italia tra quelli delle quattro principali agenzie (a una distanza di tre notch dal comparto non investment grade ).

I prossimi pronunciamenti sono quelli di Fitch il 22 febbraio (rating BBB, outlook negativo), Moody’s il 15 marzo (rating Baa3, outlook stabile) e S&P il 26 aprile (rating BBB, outlook negativo).

Italia. La produzione industriale si è contratta più del previsto a novembre (-1,6% m/m). Il calo è accompagnato da una revisione verso il basso del dato di ottobre, a -0,1% m/m da una prima stima di +0,1% m/m.

Il dato di novembre è risultato decisamente peggiore dell’aspettativa di consenso, che si attendeva una flessione di -0,3% m/m, e della nostra più pessimistica stima (0,6% m/m).

La tendenza annua della produzione, dopo un breve passaggio in positivo a settembre e ottobre, è tornata in territorio negativo a novembre, a -2,6%: si tratta di un minimo degli ultimi quattro anni.

L’unico tra i raggruppamenti principali di industrie a salvarsi dal calo congiunturale è l’energia, che fa segnare un rimbalzo peraltro solo parziale dopo la flessione del mese precedente (+1% da -3% m/m). Il calo è diffuso ai beni di consumo (-0,9% m/m, -1,5% per i durevoli), ai beni strumentali (-1,7% m/m) e a quelli intermedi (-2,4% m/m).

Su base annua, solo i beni di consumo sono in crescita (+0,7%, grazie ai non durevoli: +1,4%). L’andamento per settore non è incoraggiante.

Delle 13 industrie manifatturiere, solo 3 risultano in progresso su base annua: per trovare un minor numero di settori in espansione, bisogna tornare indietro al 2012. Si tratta del comparto alimentare, di quello farmaceutico e delle altre industrie manifatturiere (+2,7%, +1,3% e +1,1% rispettivamente).

Viceversa, il settore maggiormente in crisi si conferma quello del legno, carta e stampa (-10,4%). Al di fuori del manifatturiero, in rosso anche attività estrattive e fornitura di energia (-9,7% e -1,7% rispettivamente)

Sul dato hanno pesato due fattori una tantum e cioè:

1) il “ponte” festivo di inizio mese;

2) le condizioni meteo sfavorevoli in buona parte del territorio nazionale. Pertanto, stimiamo un recupero a dicembre, sia pure verosimilmente solo parziale.

In ogni caso, a meno di un rimbalzo spettacolare nell’ultimo mese dell’anno, la produzione industriale, che già era calata in ciascuno dei primi tre trimestri del 2018, dovrebbe essersi contratta in misura ancora maggiore nei mesi autunnali. Anche in caso di crescita di mezzo punto percentuale su base congiunturale a dicembre, l’output risulterebbe in flessione di -0,5% t/t nel 4° trimestre (dopo il -0,3% t/t precedente).

In altri termini, l’industria dovrebbe aver frenato il PIL anche nella parte finale dell’anno, con un contributo di -0,1% t/t.

Ciò significa che occorrerebbe una discreta crescita nei servizi (possibile, ma che al momento non appare coerente con le indagini di fiducia nel settore) per evitare una variazione negativa del PIL (la seconda dopo il -0,1% t/t dei mesi estivi).

Dopo il dato, rivediamo al ribasso la nostra stima sulla crescita congiunturale del PIL nel 4° trimestre, da un intervallo di zero/+0,1% a un range -0,1%/zero.

In altri termini, il rischio che l’economia italiana sia entrata nella parte finale del 2018 in una fase di “recessione tecnica” appare elevato.

È vero che il trend di rallentamento è comune agli altri Paesi dell’eurozona (nello stesso mese, la produzione industriale è calata di -1,9% m/m in Germania e di -1,3% m/m in Francia). Tuttavia, nel caso dell’Italia un ruolo nella seconda metà del 2018 sembra essere stato giocato dall’incertezza sulle prospettive fiscali e finanziarie del Paese connessa alla tormentata vicenda della Legge di Bilancio.

In tal senso, l’allentamento delle tensioni sui mercati finanziari conseguente al cambiamento di rotta del governo e all’accordo con la UE potrebbe se non altro indurre un effetto meno negativo sull’attività economica all’inizio del nuovo anno.

Tuttavia, per il momento non ci sono segnali convincenti di inversione di tendenza per il ciclo (l’unico è quello giunto dal lieve recupero fatto segnare dal PMI composito a dicembre, tornato al valore-soglia di 50 dopo due mesi in territorio recessivo a 49,3). E in ogni caso, l’uscita debole dall’anno scorso peserà inevitabilmente sulla crescita media 2019.

Regno Unito. Secondo il quotidiano The Guardian , nell’eventualità di bocciatura dell’accordo al voto parlamentare di domani, l’UE sarebbe disponibile a concedere un’estensione tecnica del periodo negoziale fino al mese di luglio, o meglio fino all’insediamento del nuovo parlamento europeo, e potrebbe considerare un’estensione più ampia in caso di elezioni anticipate o di nuovo referendum.

Stati Uniti. Il CPI a dicembre cala di -0,1% m/m (1,9% a/a), con una correzione di -3,5% m/m dell’energia (benzina: -7,4% m/m) e un aumento di 0,4% m/m nel comparto alimentare.  L’indice core aumenta di 0,2% m/m (2,2% a/a). I beni core registrano una variazione di +0,1% m/m, con un andamento generalmente debole: auto nuove e abbigliamento, variazione nulla; auto usate, 0,2% m/m; beni sanitari, -0,2% m/m. I servizi al netto dell’energia aumentano di 0,3% m/m, spinti dall’abitazione (+0,3% m/m) e dalla sanità (+0,4% m/m), mentre i trasporti correggono di -0,2% m/m (principalmente per il calo delle tariffe aeree, -2,4% m/m). L’andamento dei prezzi dei servizi core mostra qualche segnale di ripresa nel comparto della sanità, che ha un peso maggiore nel deflatore che nel CPI. Tuttavia, per ora l’aspettativa di ulteriori correzioni del CPI sulla scia della flessione del prezzo della benzina e il sentiero moderato dell’inflazione core verranno citati dal FOMC come supporto per una pausa nel sentiero dei tassi.

Stati Uniti. La chiusura parziale degli uffici federali entra oggi nel 24° giorno ed è ormai la più lunga della storia. Il presidente continua a non fare alcuna apertura per una possibile soluzione, anche temporanea, dello shutdown. Gli effetti della chiusura sono stimati dal Council of Economic Advisors in -0.1% di PIL ogni due settimane.

Oltre alle conseguenze dirette sulla spesa dei dipendenti federali senza stipendio (circa 800 mila), ci sono quelli sui dipendenti delle società con contratti con il governo federale, e altre ricadute indirette (per esempio sull’approvazione di prestiti, sull’approvazione di nuovi farmaci, sull’attività del commercio nelle aree ad alta concentrazione di dipendenti federali)

Se la chiusura finirà questa settimana, si potrebbe concludere con un freno di -0,1 pp su Q4 e di -0,2/-0,3 in Q1. In questo caso la crescita 2019 resterebbe 2,5%. Con un ulteriore prolungamento ed effetti a cascata più ampi, la crescita di Q1 potrebbe essere ridotta di 0,4-0,5 pp e quella annua di 0,1 pp.

Gli effetti sulla crescita trimestrale dovrebbero essere in gran parte (anche se non totalmente) compensati nel trimestre successivo, dato che il Congresso ha già predisposto un disegno di legge che prevede il pagamento degli stipendi a tutti i dipendenti, sia quelli in congedo sia quelli precettati. Ovviamente, l’estensione di questa chiusura record aumenta l’incertezza e la polarizzazione politica, con rischi crescenti per la prossima battaglia relativa al limite del debito in arrivo nella primavera.

Cina. La dinamica del commercio estero è rallentata più delle attese in dicembre, in particolare quella relativa ai beni da assemblare poi destinati alla riesportazione, più marcata rispetto a quella dei beni ordinari.

La crescita delle esportazioni è scesa del 4,4% a/a rispetto a una crescita del 3,9% a/a in novembre, rivista al ribasso da 5,4%, guidata dal rallentamento della domanda globale, visibile soprattutto da parte dei paesi industrializzati: le esportazioni sono scese in particolare negli USA (-3,5% a/a da +9,8% a/a in novembre) frenate dai dazi e, in Europa, in particolare in Francia (-5,3% a/a) e Spagna (-7,9% a/a).

Anche le importazioni sono scese in termini tendenziali, registrando una diminuzione del 7,6% a/a rispetto a una crescita del 2,9% a/a in novembre, trainate dal netto calo delle importazioni dagli USA (-35,8% a/a), per il secondo mese consecutivo a due cifre, ma anche dal Giappone, dall’area ASEAN e, in misura minore, dall’Area Euro.

Il calo delle importazioni è in linea con il rallentamento degli ordini interni emerso dagli indici PMI di dicembre, che ora si somma a quello degli ordini internazionali. Le prospettive del commercio estero restano di rallentamento nei prossimi mesi.

Fonte: BONDWorld.it

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