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Intesa SanPaolo Flash: Eurozona. La riunione BCE preparerà un anno di svolta

Intesa SanPaolo – Eurozona. La riunione BCE preparerà un anno di svolta per la politica monetaria in Europa. Dopo la fine del QE, la BCE dovrà dare avvio ad un ciclo di rialzi moderati per archiviare la politica di tassi negativi…….

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La forward guidance sui tassi verrà confermata la prossima settimana e le nuove stime dello staff, che saranno estese al 2021, dovrebbero mostrare un quadro macro ancora solido con crescita al potenziale e inflazione vicino al target anche nel 2021.

La BCE potrebbe voler modificare la guidance sui riacquisti specificando cosa intende per un periodo esteso di tempo, come peraltro indicato da Praet la scorsa settimana.

Inoltre, la BCE vorrà chiarire se il passaggio, da giugno 2019, a nuove quote capitale per i paesi membri avrà implicazioni per le quote relative di titoli da riacquistare e per la ripartizione del rischio tra BCE e banche centrali nazionali.

Ad oggi continuiamo a ritenere improbabile che la BCE annunci un’ operazione twist come fece la Fed nel 2011.

Un’operazione di questo tipo potrebbe rassicurare i mercati nel caso in cui, finito il QE, dovesse verificarsi un restringimento indesiderato delle condizioni finanziarie.

Al momento l’avvicinarsi della fine del QE non ha innescato particolari reazioni. Ci sono altre questioni “tecniche” che la BCE vorrà chiarire.

In passato, il Consiglio ha comunicato con largo anticipo le decisioni sulla gestione delle aste di rifinanziamento, che dal 2008 sono condotte ad assegnazione piena.

Pensiamo che la BCE vorrà estendere tale regime fino all’ultimo periodo di mantenimento di riserva 2021, ovvero di due anni.

È possibile che la BCE voglia annunciare un’ultima asta ponte della durata di due anni a condizioni meno agevolate rispetto alle ultime a lungo termine, per consentire alle banche, ancora in difficoltà, di tornare alla normalità, considerate anche le modifiche regolamentari in corso.

Il 2019 vedrà la scadenza del mandato di Praet prima e quindi il 31 ottobre anche il mandato di Draghi verrà a scadenza.

Il prossimo Presidente della BCE avrà il gravoso compito di procedere con normalizzazione della politica monetaria, il processo potrebbe rivelarsi delicato dal momento che il ciclo potrebbe essere vicino alla svolta.

– Germania. La stima definitiva conferma i prezzi al consumo in aumento di 0,1% m/m a novembre, sia sulla misura nazionale che su quella armonizzata e l’inflazione in calo di due decimi al 2,3% sull’indice nazionale e al 2,2% sull’indice armonizzato.

Nel mese, i prezzi sono stati frenati dalla componente energia che ha in parte contrastato la stagionalità positiva.

Nei prossimi mesi, l’inflazione tedesca dovrebbe mantenersi sui livelli recenti, nell’ipotesi che il prezzo del petrolio risalga dai minimi recenti.

– Francia. La stima finale dovrebbe confermare che a dicembre i prezzi al consumo sono calati di 0,2% m/m su entrambe le misure dopo essere cresciuti di 0,1% m/m sia sull’indice nazionale sia su quello armonizzato.

L’inflazione di conseguenza dovrebbe altresì essere confermata in rallentamento di tre decimi sull’indice nazionale all’1,9% e al 2,2% sull’indice armonizzato.

In media annua l’inflazione francese è attesa rallentare di tre decimi all’1,8% nel 2018 dal 2,1% del 2017 in termini armonizzati.

– Stati Uniti. I prezzi all’import sono attesi in calo di -0,9% m/m, dopo +0,5% m/m di ottobre, sulla scia degli effetti del calo del prezzo del petrolio e dell’apprezzamento del dollaro che contrastano qualsiasi influenza dei dazi.

Al netto del petrolio, i prezzi dovrebbero essere stabili su base mensile.

I dati e gli eventi di ieri

Area euro Entrata debole per la produzione industriale anche nel quarto trimestre. A ottobre, la produzione industriale è cresciuta di 0,2% m/m dopo -0,6% di settembre.

La produzione di energia ha frenato di 1,7% m/m, il manifatturiero, difatti, è cresciuto di 0,5% m/m grazie alla spinta dal comparto di beni capitali (+1,0% m/m dopo -0,3% m/m) e beni di consumo durevoli (0,4% m/m).

Il dato di ottobre la scia la produzione in rotta per un +0,2% t/t a dicembre stesso passo dei mesi estivi.

Nel 2018, l’industria ha visto un marcato rallentamento la crescita acquisita per il comparto è di poco superiore all’1,0% in parte si tratta di una normalizzazione dai ritmi euforici del 2017 (+2,9%).

Ma sul comparto pesa il rallentamento del commercio internazionale la minore visibilità sulle condizioni di domanda.

Il PIL nei mesi finali dell’anno dovrebbe tornare a crescere di 0,4% t/t dopo il 0,2% t/t dei mesi estivi.

L’andamento di indagini di fiducia, produzione industriale e vendite al dettaglio suggerisce moderati rischi verso il basso.

Italia. Il tasso di disoccupazione nel 3° trimestre 2018 è sceso a 10,2% da 10,7% precedente. Si tratta di un minimo da sei anni e mezzo.

Rispetto a tre mesi prima, gli occupati sono però calati (di -0,2% t/t, il dato più negativo dal 2013), sia pure ad un ritmo inferiore a quello delle forze di lavoro (-0,6% t/t, per via di un aumento degli inattivi).

L’aumento tendenziale degli inattivi è il primo dopo dieci trimestri di calo ininterrotto, ed è dovuto soprattutto ai giovani.

La creazione di posti di lavoro è limitata ai dipendenti a termine, che però non compensa il calo sia dei dipendenti a tempo indeterminato che dei lavoratori indipendenti.

La dinamica tendenziale resta in aumento (+147 mila occupati ovvero +0,6% a/a) ma unicamente grazie all’occupazione temporanea (e in parte agli autonomi).

In aumento (per il 16° trimestre consecutivo) gli occupati a tempo pieno mentre continua a calare il part-time (in crescita però la componente involontaria).

Sulla base dei dati di flusso, aumentano su base tendenziale le transizioni dalla disoccupazione nell’occupazione, ma soprattutto verso l’inattività (ciò riguarda principalmente i giovani, le donne, e i diplomati).

Infine, il trimestre vede un ampliamento sia dei divari territoriali che delle differenze di genere, mentre non si riducono i divari per livello di istruzione.

Dal lato delle imprese, prosegue l’incremento congiunturale della domanda di lavoro, nonché delle ore lavorate per dipendente (+0,2% t/t).

In ulteriore calo il ricorso alla cassa integrazione. Il costo del lavoro è in crescita (+0,5% t/t, +2,2% a/a), per via più dell’aumento degli oneri sociali che delle retribuzioni.

Italia. Ieri sono circolate voci che il governo italiano si apprestasse a comunicare alla Commissione Europea una revisione dell’obiettivo di deficit 2019 al 2,0%, in base alle quali il rendimento del BTP decennale è calato anche di 15pb.

In serata, è arrivata la conferma che l’Italia si appresta a rivedere l’obiettivo di deficit 2019 dal 2,4% contenuto nella proposta di legge di bilancio già votata dalla Camera, al 2,04%.

Al momento, però, non è ancora noto quali interventi garantiscano la riduzione di circa 7 miliardi del saldo: a parte il rinvio nell’applicazione di alcune misure, si parla di dismissioni immobiliari.

Se così fosse, nessuno di questi interventi sarebbe di natura strutturale, e quindi lascerebbe immutato il problema della dinamica di medio termine incoerente con le regole fiscali, che porterà a problemi ancora più grandi quando si tratterà di definire la manovra 2020.

Il Corriere della Sera, però, menziona anche paletti più stringenti per la contro-riforma delle pensioni, tali da scoraggiare le richieste.

D’altro canto, nessuna delle misure di bandiera del governo è stata ancora definita nei dettagli. Inoltre, Repubblica sostiene che la dinamica prospettica del deficit sarebbe migliorata mediante un ricorso più massiccio alle clausole di salvaguardia, che però ormai non sono più considerate credibili dopo l’esperienza degli ultimi anni.

La mossa di ieri, quindi, è ancora interlocutoria. Tuttavia, l’atteggiamento del governo italiano nei confronti della Commissione Europea è cambiato radicalmente.

Ciò aiuterà a ottenere un allentamento della tensione sui mercati, in attesa che sia rivelato come le due misure principali (reddito di cittadinanza e flessibilità del pensionamento) saranno attuate.

Regno Unito. La premier Theresa May ha ottenuto la fiducia di una ampia maggioranza del partito conservatore, ma ha dovuto promettere che non guiderà il partito alle prossime elezioni.

Inoltre, il voto di ieri ha confermato l’ampia dimensione del dissenso interno, dato che ben 117 membri hanno votato la sfiducia.

May si è impegnata anche a richiedere dall’UE garanzie legali che la soluzione di ripiego per il confine irlandese non sarà permanente.

Stati Uniti. Il CPI a novembre è invariato su base mensile (2,2% a/a), sulla scia del calo di -2,2% m/m dell’energia (benzina -4,2% m/m), che più che controbilancia l’aumento di 0,2% m/m degli alimentari e dell’indice core. Il CPI core è in rialzo di 0,2% m/m (2,2% m/m).

L’aumento di 0,2% m/m dei beni core è il risultato di incrementi significativi in alcuni comparti (auto usate +2,4% m/m, prodotti sanitari +0,4% m/m, farmaci +0,5% m/m) e di debolezza in altri (auto nuove stabili, abbigliamento -0,9% m/m, dopo due mesi positivi).

I servizi ex-energia registrano un aumento moderato (0,2% m/m), con contributi misti dai diversi segmenti: rialzi per abitazione (0,3% m/m, con gli affitti in accelerazione a +0,4% m/m), sanità (+0,4% m/m), servizi ricreativi (0,5% m/m), correzioni per tariffe aeree (-2,4% m/m), assicurazione auto (-0,5% m/m), trasporti pubblici (0,3% m/m), istruzione e comunicazione (-0,4% m/m, per via di un calo di -2,2% m/m delle tariffe della telefonia mobile).

Il rallentamento dell’inflazione headline è da attribuire al calo del prezzo del petrolio. Per l’inflazione core, si mantiene il trend di variazioni mensili vicine a 0,2% m/m, senza segnali di pressioni verso l’alto.

Nei prossimi mesi ci dovrebbe essere ulteriore debolezza dell’indice headline e qualche ulteriore effetto calmierante sull’indice core dalle tariffe aeree e da altre voci del trasporto.

La tendenza però resta in linea con fluttuazioni dell’inflazione core intorno al 2%.

Stati Uniti. Secondo fonti di stampa, nell’ambito delle trattative con gli USA, la Cina starebbe preparando modifiche al piano “Made in China 2025” che dovrebbero eliminare o ridurre gli obiettivi contenuti nel piano originario, mirati ad avere una dominanza cinese in diversi settori del manifatturiero (fra gli altri, semiconduttori, auto elettriche), e una percentuale di materiali e componenti della produzione manifatturiera “made in China” del 40% entro il 2020 e del 70% entro il 2025.

Le modifiche dovrebbero essere basate sul principio di “competitive neutrality”, già incorporato nella Trans Pacific Partnership e nella nuova versione del NAFTA, che prevede concorrenza fra imprese private, pubbliche ed estere.

Sarà poi da vedere come verranno attuati gli eventuali cambiamenti e se saranno sufficienti a risolvere alcuni dei punti problematici per le imprese americane, cioè la protezione della proprietà intellettuale e il trasferimento forzato di tecnologia.

Il vice-primo ministro Liu, che ora guida i negoziati con gli USA, aveva criticato il piano “Made in China 2025” per via delle distorsioni generate nell’allocazione delle risorse e aveva espresso opinioni favorevoli a un approccio più flessibile.

Fonte: BONDWorld.it

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