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Intesa SanPaolo Flash: Germania. Gli ordini all’industria sono calati

Intesa SanPaolo – Germania. Gli ordini all’industria sono calati di -1,0% m/m a novembre dopo il marginale aumento di ottobre. Il calo di novembre è dovuto agli ordini esteri (-3,2% m/m), ……

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 mentre gli ordini domestici sono cresciuti di 2,4%. Per destinazione finale, si rileva un calo sia per gli intermedi (-4,4% m/m), sia per i beni di consumo (-3,2%), mentre sono aumentati gli ordinativi di beni di investimento. Il livello degli ordinativi è tornato sui numeri di inizio 2017.

– Germania. Le vendite al dettaglio sono salite di 1,4% m/m dopo il marginale aumento di ottobre (+0,1%, rivisto).

– Area euro. Le vendite al dettaglio sono attese ancora in aumento a novembre (0,4% m/m). Le vendite sono in rotta per un aumento di 0,2% t/t a dicembre dopo la stagnazione dei mesi estivi.

Nonostante la debolezza degli ultimi mesi, le indicazioni per i consumi delle famiglie sono ancora di crescita solida grazie alla tenuta del mercato del lavoro e all’accelerazione dei salari.

– Stati Uniti. L’ISM non manifatturiero a dicembre dovrebbe calare a 58 da 60,7.

Le indicazioni della Business Leaders Survey della NY Fed registrano indebolimento dell’attività nei servizi e la continua correzione del prezzo del petrolio fa prevedere un ritracciamento nel comparto estrattivo, che si dovrebbe rinforzare ulteriormente nei prossimi mesi.

L’indagine dovrebbe comunque segnalare ancora crescita sostenuta, che troverà supporto nella liberazione di potere d’acquisto delle famiglie, grazie al calo del prezzo della benzina.

I market mover della settimana 

Nell’area euro, la settimana vede la pubblicazione dell’indice di fiducia della Commissione Europea, che dovrebbe confermare una stabilizzazione dell’attività economica su livelli circa in linea con il potenziale.

L’indice ZEW sulle attese potrebbe essere tornato a calare a dicembre sulla scia del nervosismo sui mercati e dell’incertezza sull’andamento del commercio mondiale.

I dati di produzione industriale di novembre dovrebbero mostrare un aumento in Germania di 0,3% m/m ma un calo in Italia (-0,6% m/m), Spagna (-0,5% m/m) e Francia (-0,4% m/m).

Le vendite al dettaglio dovrebbero essere cresciute a novembre di 0,4% m/m nella media area euro e di 0,5% m/m in Germania.

Il 10 sono in pubblicazione i verbali della riunione BCE del 13 dicembre, che insieme ai numerosi discorsi dei membri del Consiglio potrebbero fornire indizi sulle prossime mosse di politica monetaria.

Negli Stati Uniti, i dati in uscita sono pochi, ma di rilievo.

Il CPI a dicembre dovrebbe essere in calo di –0,2% m/m per via della correzione del prezzo della benzina, ma l’indice core dovrebbe aumentare in linea con il trend recente (+0,2% m/m).

L’ISM non manifatturiero a dicembre dovrebbe segnare una flessione moderata, dai livelli elevati di novembre e riflettere anche gli effetti negativi del calo del prezzo del petrolio sull’attività nell’estrattivo.

I verbali della riunione del FOMC di dicembre saranno “datati” e meno rilevanti del solito, dato che si riferiscono a un periodo che include solo una parte della volatilità sui mercati, precedente allo shutdown in corso. Le parole di Powell del 4 gennaio superano qualsiasi indicazione dei verbali.

I dati e gli eventi di venerdì

Area euro. La seconda stima rivede il PMI composito al ribasso a 51,1 da un precedente 51,3.  Si tratta del minimo da novembre 2014.

La revisione del PMI a dicembre è spiegata da una lettura più debole sia per l’indice composito tedesco a 51,6 da 52,2 che per quello francese a 48,7 da 49.3.

Il calo del PMI composito riflette in larga misura la flessione dell’indice per i servizi.

Il PMI dei servizi nell’Eurozona è sceso a 51,2 da 53,4. In Francia l’indice PMI servizi è crollato a 49 da 55,1 molto probabilmente per effetto delle proteste dei giubbotti gialli.

Preoccupa maggiormente la frenata del PMI tedesco nei servizi a 51,8 da 53,3, dal momento che non vi dovrebbero essere stati fattori inusuali nel mese che possano spiegare il netto rallentamento di attività.

Anche le attese per i prossimi mesi sono calate in Germania, e così anche l’indice occupazionale che è sceso a 54,1 da 54,7.

L’unica ipotesi è che i servizi tedeschi possano aver risentito indirettamente del rallentamento del comparto in Francia. In Italia, il PMI dei servizi è migliorato di due decimi a 50,5 da 50,3. In Spagna, il PMI servizi è rimasto stabile a 54.

– In media nel 4° trimestre, il PMI composito è calato a 52,3 da 54,3 e indica un ulteriore rallentamento della crescita, che già nel trimestre estivo era frenata a 0,2% t/t dallo 0,4% t/t dei sei mesi precedenti.

Per il momento, manteniamo una stima per i mesi finali di quest’anno di 0,3% t/t, in quanto speriamo che il rallentamento di fine 2018 sia dovuto per lo più ai servizi francesi ma vi è il rischio che il momento dell’economia sia oramai più debole delle nostre stime di crescita media per trimestre di 0,3-0,4% t/t.

Area euro. L’inflazione è calata più del previsto a dicembre all’1,6% da un precedente 1,9%. Il calo dell’inflazione è in gran parte dovuto all’andamento del prezzo del petrolio che ha depresso l’indice energia del 3,2% m/m.

Il calo dei prezzi dell’energia continuerà anche a inizio 2019, dal momento che il prezzo del greggio stenta a risalire dai minimi recenti.

L’inflazione core è rimasta invariata all’1,1% rispetto sulla misura preferita dalla BCE e all’1,0% sull’indice al netto di alimentari, energia e tabacchi.

Anche l’inflazione nei servizi e nei beni non energetici è rimasta invariata a dicembre. Quindi, finora, il calo dell’inflazione complessiva non ha influito sui prezzi sottostanti.

– Il percorso dell’inflazione e principalmente dell’inflazione core nei prossimi 3/6 mesi è chiave per le decisioni di politica monetaria della BCE.

Le previsioni dipendono in larga misura dal percorso ipotizzato per i prezzi del petrolio, che prevediamo possa risalire verso 70 dollari per la prossima primavera.

Ciò che conta per le decisioni della BCE è la tendenza dell’inflazione core che continuiamo a prevedere in aumento all’1,4%, dall’1,2% nel 2018.

Già a gennaio dovremmo vedere l’inflazione core salire almeno all’1,2%. Tuttavia, se i prezzi del petrolio restassero sui livelli recenti, si potrebbe vedere un aumento dell’inflazione core inferiore a quello previsto da noi e dalla BCE in dicembre.

Continuiamo a pensare che la BCE proverà a disfarsi della politica di tassi negativi entro il 2020. Tuttavia, la dinamica ancora incerta dell’inflazione e i crescenti rischi verso il basso per la crescita aumentano i dubbi sull’avvio di un ciclo di rialzi nel 2019.

Italia. L’inflazione è calata sensibilmente a dicembre, a 1,1% a/a (1,2% secondo l’indice armonizzato), da 1,6% di novembre.

Nel mese i prezzi sono scesi di un decimo su entrambi gli indici. I dati sono stati sensibilmente inferiori alle attese di consenso e circa in linea con le nostre stime.

Le maggiori pressioni al ribasso sono venute dai trasporti (-0,9% m/m), in quanto il deciso calo dei carburanti ha più che compensato i rincari stagionali dei servizi di trasporto (si tratta del quarto mese di fila di diminuzione).

Anche le bevande alcooliche e tabacchi hanno fatto segnare decisi ribassi (-0,6% m/m), dovuti soprattutto ai vini.

Lievemente più marcata della stagionalità di dicembre la discesa dei prezzi dei servizi ricettivi e di ristorazione (-0,4% m/m). Viceversa, rincari significativi sono stati registrati (in misura superiore alla stagionalità del mese) dalle spese per ricreazione, spettacoli e cultura (+1,6% m/m, dopo il calo dei tre mesi precedenti).

L’inflazione di fondo è calata a 0,6% a/a da 0,7% precedente, ma i prezzi core nel mese sono saliti di due decimi, in controtendenza rispetto all’indice generale.

Dicembre ha anche registrato un ulteriore rallentamento dell’inflazione sui beni a più alta frequenza di acquisto (da 1,9% a 1,3% a/a), nonché sul cosiddetto “carrello della spesa” (beni alimentari, per la cura della casa e della persona: da 0,9% a 0,8% a/a).

Ciò è dovuto principalmente ai carburanti e ai vini. Ci aspettavamo che iniziasse un trend al ribasso, guidato principalmente dall’energia. Per via dell’effetto statistico nel confronto con l’anno scorso, tale trend potrebbe caratterizzare almeno la prima metà del 2019.

Pensiamo che il CPI possa toccare un minimo attorno a 0,6-0,7% a/a nel corso dell’estate.

È vero che tale trend è dovuto principalmente a componenti esogene (l’energia), ma non ci sono segnali di risalita nemmeno della componente core.

Stimiamo che entrambi gli indici possano registrare in media nel 2019 una variazione marginalmente inferiore a quella vista lo scorso anno.

Francia. Secondo la stima flash, l’inflazione a dicembre ha rallentato di tre decimi all’1,6% da 1,9% sull’indice nazionale (esattamente come il dato rilevato per tutta l’eurozona) e all’1,9% da 2,2% su quello nazionale: il rallentamento è spiegato dalla componente sottostante al netto di alimentari, energia e tabacco, che ha rallentato allo 0,3% da 0,5% segnando il minimo annuo; anche il contributo della componente energetica ha pesato sulla frenata di dicembre del CPI.

I prezzi al consumo sono rimasti stabili sul mese sulla misura nazionale e sono aumentati di un decimo su quella armonizzata. In media annua l’inflazione francese si è attestata all’1,9% nel 2018 da 1,0% del 2017. Per il 2019 la previsione è di un rallentamento all’1,2%.

Stati Uniti. L’ employment report a dicembre supera anche le attese più ottimistiche su tutti i fronti. Gli occupati non agricoli aumentano di 312 mila, e i dati dei due mesi precedenti sono rivisti verso l’alto di 50 mila unità (media 3 mesi: +254 mila).

Gli occupati privati sono in rialzo di 301 mila. La crescita dell’occupazione è diffusa e solida in tutti i settori: manifatturiero +32 mila, costruzioni +38 mila, servizi privati +227 mila (commercio al dettaglio +23800, servizi alle imprese +43 mila, istruzione e sanità +82 mila, ricreazione e ospitalità +55 mila. Nel settore pubblico, gli occupati crescono di 11 mila unità.

Gli occupati rilevati con l’indagine presso le famiglie aumentano di 142 mila e la forza lavoro è in rialzo di 419 mila. Pertanto, il tasso di partecipazione sale a 63,1% da 62,9% e il tasso di disoccupazione passa da 3,7% di novembre a 3,9%.

Questo incremento è da vedere in modo positivo, dato che è il risultato di un aumento della forza lavoro.

E’ probabile che a febbraio ci sia un nuovo calo del tasso di disoccupazione, ma è positivo che la forza lavoro in media sia stabile o aumenti, riducendo ulteriormente le risorse inutilizzate e aumentando la diffusione dell’occupazione a fasce di individui finora scoraggiati o solo marginalmente attaccati alla forza lavoro. I salari orari accelerano, con una variazione di 0,4% m/m (3,2% a/a).

Le ore lavorate sono in aumento e segnalano una dinamica positiva della produzione industriale a fine 2018. I dati sono omogeneamente forti e indicano ancora forte espansione dell’attività, nonostante i segnali deboli dell’ISM di dicembre.

Le informazioni dell’ employment report sono ancora coerenti con uno o due rialzi dei tassi nel 2019, al contrario di quello che si aspetta ora il mercato.

La crescita del PIL dovrebbe rallentare quest’anno dopo un 2018 (troppo) forte, ma la dinamica occupazionale appare in linea con un ritmo di espansione superiore al potenziale.

La stima nowcasting dell’Atlanta Fed vede una variazione del PIL nel 4° trimestre pari a 2,6% t/t ann.

Stati Uniti. Il presidente della Fed, Powell, ha utilizzato un intervento ai meeting dell’American Economic Association per chiarire la posizione del FOMC in una fase di grande volatilità e debolezza dei mercati e mandare un messaggio rassicurante sul sentiero dei tassi.

Powell ha affermato che la Fed non ha un sentiero “prefissato” verso l’alto per i tassi e che, grazie all’inflazione contenuta vista recentemente, “sarà paziente mentre guarda per vedere come si evolve l’economia”.

Powell ha rilevato che i mercati non prevedono altri rialzi dei tassi perché danno grande peso a rischi non ancora realizzati (rallentamento della Cina, dazi e incertezza generale sulla politica). Secondo la Fed, per ora lo scenario resta di proseguimento dell’espansione a ritmi positivi.

Tuttavia Powell ha puntualizzato che la Fed è pronta a reagire “in modo rapido e flessibile e a usare i propri strumenti per sostenere l’economia” se fosse appropriato.

Powell ha ricordato che nel 2016 la banca centrale aveva risposto ai timori di conseguenze recessive del rallentamento cinese mettendo in pausa il processo di rialzi dei tassi fino a quando non era apparso chiaro che la ripresa non correva rischi di interrompersi.

Powell ha anche minimizzato gli effetti della riduzione del bilancio della Fed sui mercati e sulla liquidità, sottolineando che l’aumento delle emissioni del Tesoro è di dimensioni molto maggiori rispetto al mancato reinvestimento dei titoli in scadenza attuato dalla Fed.

Powell ha anche detto che non si dimetterebbe se Trump gli chiedesse di farlo, dando rassicurazioni sull’indipendenza della banca centrale della politica.

Altre voci dal FOMC hanno sostenuto in questi giorni una posizione di flessibilità e pazienza in una fase turbolenta e incerta. Mester (Cleveland Fed) tipicamente dal lato dei falchi nel Comitato, ha detto di ritenere che non ci sia urgenza di alzare i tassi.

Mester ha anche detto che la preoccupazione se la Fed alzerà i tassi una o due volte quest’anno è “malriposta”, dato che c’è tempo per valutare i dati in arrivo.

Kaplan (Dallas Fed) ha preso una posizione anche più dovish , affermando che è opportuno prendere tempo per valutare la natura e la durata delle incertezze sull’economia e sui mercati finanziari prima di muovere di nuovo i tassi.

A suo avviso, potrebbero volerci “diversi mesi” per avere un quadro più chiaro.

Nel frattempo, la Fed deve usare “pazienza” come uno strumento cruciale in questa fase. Barkin (Richmond Fed) ha detto che l’economia rallenterà nel 2019, senza commentare il sentiero dei tassi.

La chiusura degli uffici federali e le possibili ripercussioni sui dati del 1° trimestre, in caso di prolungamento dello shutdown a oltranza, come minacciato da Trump, potrebbero spostare in avanti il prossimo rialzo dei tassi verso metà 2019.

I prossimi mesi saranno molto volatili in occasione della pubblicazione dei dati macroeconomici di rilievo per valutare il ritmo di crescita previsto nel 2019.

Stati Uniti. La chiusura parziale degli uffici federali iniziata il 22 dicembre prosegue.

Gli incontri fra il presidente e i leader democratici e repubblicani finora non hanno sortito alcun risultato. Il presidente ha ripetuto che se non ci saranno i finanziamenti per il “muro” potrebbe dichiarare un’emergenza nazionale nei prossimi giorni (il cui esito sarebbe però incerto dal punto di vista legale).

Tuttavia, secondo Trump si potrebbe costruire una barriera di acciaio anziché di cemento, aggirando così l’opposizione democratica a un muro vero e proprio.

I democratici richiedono un aumento di misure di sicurezza al confine, prevalentemente di tipo tecnologico. Trump ha detto che si aspetta ci siano delle discussioni “molto serie” fra lunedì e mercoledì, mentre i democratici attendono dalla Casa Bianca un piano dettagliato dei fondi richiesti e della loro allocazione.

Pertanto sembra trasparire qualche spiraglio che permetta di trovare un compromesso dignitoso per entrambe le parti.

Nel frattempo i democratici alla Camera presenteranno e approveranno dei disegni di legge per finanziare il Tesoro e l’IRS (agenzia delle entrate) per sottolineare la loro volontà di tornare a far funzionare il governo federale a pieni ritmi.

Fonte: BONDWorld.it

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