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Intesa SanPaolo Flash: La produzione industriale a novembre in Francia è attesa in calo

Intesa SanPaolo Francia. La produzione industriale a novembre è attesa in calo di 0,4% dopo il +1,2% m/m del mese precedente……

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Sulla dinamica del mese potrebbero aver pesato le proteste dei giubbotti gialli, altresì la produzione di energia dovrebbe essere cresciuta di 0,7% m/m. La produzione è in rotta per un lieve calo a dicembre dopo l’aumento di 0,7% t/t di settembre.

BCE. In pubblicazione i verbali della riunione del 13 dicembre, che offriranno maggiori indicazioni sulle posizioni interne al Consiglio sullo scenario macro e sui rischi verso il basso per la crescita nonché su eventuali aperture per altre operazioni di rifinanziamento a più lungo termine. I dati e gli eventi di ieri

Regno Unito. Nuova sconfitta del governo inglese nel dibattito parlamentare su Brexit. Un emendamento a una mozione d’ordine, accolto a sorpresa dal presidente del Parlamento e poi approvato dall’assemblea con 308 voti a 297, ha imposto al governo di presentarsi al Parlamento entro 3 giorni dal voto negativo sull’accordo con l’UE per illustrare il suo piano alternativo. Il Withdrawal Bill prevede un termine di 21 giorni. La sconfitta ha visto diversi deputati conservatori votare contro il governo. La decisione, sebbene a rigore non legalmente vincolante per il governo, rende più difficile uno scivolamento passivo verso una no-deal Brexit: difficilmente il governo può ignorare la mozione. Resta il problema che non c’è una maggioranza a favore di una specifica alternativa, e che, anche se ci fosse, l’attuazione del piano alternativo richiederebbe come minimo la concessione di una significativa estensione del periodo negoziale da parte dell’UE. Intanto, il voto del parlamento sull’accordo è stato confermato per il 15 gennaio.

Area euro. La disoccupazione è tornata sui minimi da ottobre 2008, il mercato del lavoro non è lontano dal pieno impiego.  La forte crescita degli ultimi due anni continua a generare un aumento solido degli occupati nella media euro zona. Il tasso di disoccupazione, a novembre, è tornato a 7,9% da un precedente 8,0% rivisto al ribasso da 8,1%. Si tratta del livello più basso da ottobre 2008. Secondo le stime OCSE il NAIRU nella zona euro è intorno all’8,0%. Il tasso di disoccupazione giovanile rimane, tuttavia, su livelli ben più elevati nella media area euro 16,1% ma pur sempre in calo dal 17,8% di un anno fa.  Il mercato del lavoro sarebbe, quindi, tornato circa al pieno impiego. Nelle nostre previsioni, il tasso di disoccupazione continuerà a calare nei prossimi mesi fino al 7,6% per l’autunno di quest’anno. Quindi ci aspettiamo una stabilizzazione

Italia. La disoccupazione è tornata a calare a novembre, dopo due mesi di aumento. Il tasso dei senza-lavoro è sceso a 10,5% da 10,6% di ottobre. Il dato è risultato in linea con le attese di consenso e lievemente superiore alla nostra stima. Nel mese l’occupazione è risultata poco variata (-4 mila unità dopo le +14 mila di ottobre), ma in un contesto di assottigliamento delle forze di lavoro (-29 mila unità, dopo l’aumento registrato nei due mesi precedenti). Il calo della disoccupazione è dovuto dunque principalmente all’aumento degli inattivi, in salita di +26 mila unità dopo i cali di settembre e ottobre. Lo spaccato per sesso mostra che l’aumento dell’occupazione interessa gli uomini, quello dell’inattività le donne. Il dettaglio per età evidenzia che la creazione di posti di lavoro è confinata ai 24-35enni, mentre l’aumento dell’inattività riguarda le classi estreme (+16 mila unità sotto i 24 anni e +32 mila unità tra i 50 e i 64 anni).

Per il secondo mese, si registra un aumento degli occupati dipendenti permanenti (+15 mila unità dopo le +53 mila del mese precedente) a fronte di un calo dei dipendenti temporanei  (-22 mila unità, circa in linea con il mese precedente). Poco variati gli autonomi (+4 mila unità, dopo il calo di -16 mila registrato a ottobre). Su base annua, l’occupazione ha perso velocità, a +99 mila unità (+0,4% a/a), mostrando ormai da diversi mesi una minor vivacità rispetto al PIL (e l’aumento tendenziale degli occupati resta confinato ai contratti temporanei e ai lavoratori ultracinquantenni).

Il tasso di disoccupazione giovanile è calato più dell’indice generale, a 31,6% da 32,2%. Dal 2011, solo lo scorso luglio era stato toccato un valore (lievemente) più basso (31,5%).  I dati non cambiano di molto il quadro. L’aspetto meno incoraggiante è che la disoccupazione sia scesa per via dell’aumento dell’inattività (ma nei mesi precedenti era accaduto esattamente il contrario). D’altro canto, la notizia positiva è il “travaso” di occupazione dai contratti temporanei a quelli permanenti (in tal senso, un ruolo potrebbe essere stato giocato dal Decreto “Dignità”, che proprio a novembre è entrato in vigore in tutti i suoi aspetti). Il nostro scenario di base prevede che la disoccupazione mantenga un trend al ribasso nei prossimi mesi. Tuttavia, il calo continuerà ad essere lento (e irregolare): pensiamo che il tasso dei senza-lavoro possa restare sopra il 10% per tutto l’anno (ci aspettiamo una media 2019 a 10,2%, dal 10,6% dell’anno scorso). Peraltro, l’attuale debolezza del ciclo economico (entrato in una fase di sostanziale stagnazione), se non avrà termine nel giro di pochi mesi, potrebbe indurre un cambiamento in peggio delle condizioni sul mercato del lavoro. D’altra parte, le recenti indagini di fiducia hanno segnalato che le aspettative sui livelli occupazionali da parte delle imprese e soprattutto delle famiglie sono diventate meno ottimistiche negli ultimi mesi. In altri termini, c’è maggiore incertezza sul persistere di condizioni espansive sul mercato del lavoro su un orizzonte di medio termine.

Francia. L’indice INSEE di fiducia delle famiglie delude nuovamente e segna un nuovo calo a dicembre a 87 da 91, un minimo da ottobre 2014. Le proteste dei gilet gialli hanno minato il morale dei consumatori accentuandone la flessione tra novembre e dicembre, ma un riassestamento del livello era già corso dalla fine dell’estate. Lo spaccato mostra ancora una volta un peggioramento dei sotto-indici abbastanza omogeneo, con una brusca frenata della propensione ai consumi nel mese, cosa che non lascia ben sperare per l’andamento della spesa delle famiglie in chiusura d’anno (i consumi sono in rotta per un calo di -0,3% t/t nell’ultimo trimestre). Il livello medio dell’indice nel 2018 è sceso a 97 da 102 del 2017, al di sotto della media storica.

Stati Uniti. Tutti i recenti interventi dei partecipanti al FOMC per ora hanno sottolineato che è opportuno essere pazienti e attendere prima di muovere ancora, con diversi esponenti che comunque mantengono una previsione di qualche ulteriore rialzo (uno o due).  Bullard (St Louis Fed), da tempo dell’opinione che i tassi non dovrebbero più salire, ha ribadito che ulteriori rialzi potrebbero portare l’economia in recessione. Secondo Bullard l’economia è solida e il livello dei tassi è appropriato, senza nessuna necessità di rialzi.

Anzi, Bullard ha detto che sarebbe pronto a tagliare i tassi in caso di rallentamento inatteso di crescita e/o inflazione. Rosengren (Boston Fed) ha detto che al momento ci sono due possibili scenari, piuttosto diversi fra loro: “rallentamento economico implicito nei mercati finanziari o crescita un po’ al di sopra della crescita del PIL potenziale, coerente con le previsioni economiche”.

Secondo Rosengren si può “aspettare per maggiore chiarezza prima di aggiustare la politica” attuale che “sembra appropriata per ora”. Pertanto si “possono osservare pazientemente gli sviluppi economici futuri”. Rosengren era uno dei partecipanti al FOMC più preoccupati dei rischi di tassi troppo bassi troppo a lungo. Ora il presidente della Boston Fed mantiene la sua visione positiva di crescita moderatamente sopra il potenziale, e ritiene (come forse anche Powell) che i mercati stiano eccedendo in pessimismo.

Tuttavia Rosengren ritiene opportuno vedere se la valutazione dei mercati è “troppo pessimista, troppo ottimista, o appena giusta”, sottolineando che i mercati possono invertirsi. Evans (Chicago Fed), recentemente in favore di rialzi dei tassi, ha detto che, con l’inflazione senza pressioni verso l’alto, a suo avviso la Fed “ha una buona capacità di aspettare a valutare attentamente i dati in arrivo e gli altri sviluppi” prima di modificare la politica monetaria.

Se ci saranno informazioni in contrasto con il suo scenario o la sua valutazione dei rischi allora sarebbe pronto a modificare il proprio sentiero atteso dei tassi. Evans ha sottolineato che si sono accumulati fattori di rischio verso il basso, fra cui crescita mondiale, politica commerciale e possibile restrizione fiscale.

Ciò non toglie che ci siano anche rischi verso l’alto: se la crescita prosegue e i rischi verso il basso si dissipano, allora Evans favorirebbe altri rialzi con un punto di arrivo marginalmente al di sopra della neutralità.

Stati Uniti. I verbali della riunione del FOMC di dicembre danno un messaggio più dovish di quello che aveva dato Powell durante la conferenza stampa post-riunione, e delineano un quadro più simile a quello dei recenti discorsi, incluso quello di Powell del 5 gennaio.

Nei verbali si legge che già a metà dicembre i timori sulla crescita mondiale e sui dazi, insieme alla volatilità dei mercati avevano reso “l’entità e i tempi di ulteriori rialzi meno chiari che in precedenza”.

I verbali riportano che proprio queste preoccupazioni avevano indotto il Comitato a modificare il testo del comunicato cercando di evidenziare l’aumento di incertezza sul sentiero di rialzi e la possibilità che non ci fosse nel 2019 una cadenza di interventi trimestrali come nel 2018.

Infatti, “molti” partecipanti ritenevano che, con l’inflazione sempre bassa, “il comitato potesse permettersi di essere paziente riguardo a ulteriore restrizione”. Inoltre “un numero” di partecipanti (come emerge dai discorsi) pensavano anche che prima di muovere ancora “fosse importante valutare fattori” di debolezza recenti.

Powell aveva fatto riferimento alla pazienza nella conferenza stampa, ma il messaggio era decisamente meno centrale rispetto al resto della comunicazione del presidente. Può essere anche che la stesura dei verbali (che non sono una trascrizione dettagliata della riunione) abbia dato più peso alla parte dovish della discussione, lasciando in ombra posizioni più hawkish .

Infine, sul bilancio i verbali riportano il proseguimento della discussione sul bilancio e sottolineano che la riduzione del portafoglio non dove essere uno strumento di policy.

Per ora il consenso è per la prosecuzione del calo dei reinvestimenti di Treasury, anche se si è discussa la possibilità di considerare la vendita di MBS una volta che il livello dei titoli governativi sia arrivato alla soglia desiderata. In conclusione, i verbali (in linea con i discorsi recenti) mostrano un consenso nel FOMC per una pausa di qualche riunione nel sentiero dei rialzi, che però potrebbe riprendere nella parte centrale dell’anno, se i rischi verso il basso rientreranno.

Stati Uniti. Un’analisi della NY Fed stima un effetto dell’aumento dei dazi sull’inflazione al consumo di circa 0,3 pp. Secondo il lavoro di Amiti et al., i dazi sono più che raddoppiati, passando da una media di 1,6% nel 2017 a una media di 3,3% ora.

Per adesso è impossibile valutare la persistenza degli effetti stimati, vista la brevità del periodo in cui sono stati in vigore i nuovi livelli di dazi.

Anche un nuovo lavoro della San Francisco Fed tocca il tema del commercio internazionale e conclude che rialzi dei dazi abbiano effetti negativi sulla crescita e positivi sull’inflazione.

Cina. L’inflazione dei prezzi al consumo è scesa ulteriormente in dicembre a 1,9% a/a da 2,2% in novembre, trainata al ribasso dal calo dei prezzi nel comparto dei trasporti e comunicazioni (1,9% m/m e -0,7% a/a) sui ha inciso il calo del prezzo del petrolio.

La dinamica dei prezzi degli alimentari è rimasta stabile a 2,5% a/a così come quella dell’inflazione al netto di alimentari e carburanti (1,8% a/a).

L’inflazione dei prezzi alla produzione è scesa sui minimi degli ultimi due anni a 0,9% a/a da 2,7% a/a in novembre, guidata da un netto rallentamento dei prezzi delle materie prime industriali e dei beni del settore manifatturiero ma anche da un effetto base molto favorevole. La dinamica inflativa rimane quindi contenuta e non pone freni ad un ulteriore allentamento delle condizioni monetarie nel corso dell’anno.

Fonte: BONDWorld.it

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