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Intesa Sanpaolo: L’inflazione ai tempi di COVID-19

Intesa Sanpaolo – La COVID-19 ha causato problemi anche alla raccolta dei dati da parte degli istituti di statistica. L’inflazione è una delle variabili che nei due mesi precedenti ha maggiormente sofferto per la chiusura delle attività e le scarse informazioni su prodotti e servizi …

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Per queste ragioni l’indice dei prezzi al consumo potrebbe oggi non riflettere il reale andamento dei prezzi e, di conseguenza, dare segnali errati agli analisti e alle autorità monetarie.

Il rischio, infatti, è che l’inflazione possa risultare essere distorta verso l’alto.

L’epidemia di COVID-19 ha interessato tutti gli stati dell’Eurozona, sebbene a stadi di avanzamento differenziati. Il contagio è esploso prima in Italia, per poi diffondersi negli altri maggiori paesi dell’area euro, ed ha costretto gli stati ad introdurre pesanti provvedimenti per limitare il contagio.

Le misure di contenimento, isolamento, restrizione degli spostamenti e chiusura delle attività, hanno, direttamente e indirettamente, impattato il consumo delle famiglie e la produzione. Lo shock negativo derivante dall’epidemia ha causato anche problemi agli uffici di statistica, compromettendo la reperibilità e l’attendibilità dei dati primari necessari per la compilazione delle statistiche economiche.

Gli istituti di statistica hanno dovuto programmare strategie metodologiche per la costruzione di variabili ed indici, come appunto l’inflazione. In molti paesi, la rilevazione dei prezzi è diventata tecnicamente impossibile per la chiusura sia degli stessi istituti, sia delle attività economiche.

Ci si è focalizzati, così, sulla racconta dei prezzi online o da altre fonti (qualora possibile), e per i prodotti non più disponibili, invece, si sono sviluppate tecniche volte a stimarne in maniera verosimile i prezzi.

Eurostat ha adottato differenti strategie statistiche per garantire ugualmente raccolta e imputazione dei prezzi, seguendo tre principi cardine per la stima dell’indice di inflazione armonizzato in un contesto di COVID-19:

– stabilità dei pesi delle componenti dell’indice; 

– compilazione degli indici coprendo l’intera struttura ECOICOP; 

– minimizzazione del numero dei prezzi e dei sotto-indici imputati.

Partiamo dall’analisi del primo punto. I pesi da attribuire alle singole componenti vengono calcolati all’inizio di ogni anno e mantenuti costanti fino alla fine dello stesso. I servizi rappresentano la componente maggiore (circa il 44,9%), seguiti dalla componente beni industriali non energetici (circa il 26,2%), mentre ricoprono percentuali minori gli alimentari, alcolici e tabacchi (19,1%) e l’energia (9,8%).

Per quanto riguarda le strategie per la raccolta dati e per l’imputazione dei prezzi, se i prodotti risultano disponibili sul mercato e non ci sono problemi nel reperire le informazioni necessarie, i prezzi vengono raccolti attraverso la procedura standard.

Nel caso in cui non è possibile procedere nel modo tradizionale, scatta la ricerca di altre fonti. In primis, è possibile visitare i siti online dei negozi (se i prodotti risultano disponibili) o raccogliere dati tramite telefonate e posta elettronica. Assume, quindi, un ruolo centrale il commercio online. La prima parte delle linee guida sopperisce alla mancanza di informazione sui prezzi allargando la platea delle fonti.

Quando non è possibile raccogliere informazioni da altre fonti, diventa fondamentale la strategia di imputazione dei prezzi indisponibili.

L’imputazione, descritta nei punti che seguono, dipenderebbe dalle caratteristiche dei prodotti e del mercato.

Analizziamo i singoli casi.

– I prodotti sono ancora disponibili sul mercato ma il prezzo non può essere aggiornato. La prima raccomandazione è quella di usare, nell’imputazione dei prezzi, il tasso di crescita di prodotti sostituti o aggregati similari (“nearest aggregate estimation”), per i quali, invece, i prezzi risultano disponibili; è possibile usare il prezzo degli stessi prodotti se risultano disponibili in altre aree del paese.

Questa metodologia è la stessa usata per stimare il prezzo di prodotti con stagionalità quando gli stessi non sono disponibili, ed è basata sul concetto di beni sostituti, quasi-sostituti o superiori.

– I prodotti non più disponibili sul mercato. Durante l’attuale crisi sanitaria, le restrizioni e le misure di contenimento hanno reso non più possibile il consumo di determinati prodotti, come ad esempio i servizi legati ai viaggi e al turismo (voli, hotel, escursioni, ecc.), i servizi alla persona (parrucchiere, centri estetici, ecc.), o servizi legati alla cultura o allo sport, ecc.

Per questi prodotti Eurostat ha proposto le seguenti procedure: a) l’utilizzo di una variazione calcolata su tutti gli indici del paniere che hanno avuto un sufficiente ammontare di prezzi osservati; b) la ripetizione del prezzo del mese precedente, soprattutto laddove i prodotti presentano una scarsa variabilità mensile dei prezzi (“carry farward”).

– Infine, una considerazione a parte meritano i beni che seguono un andamento stagionale, i cui prezzi non risultano disponibili causa COVID-19.

In questo caso la strategia di imputazione consiste a) nell’utilizzo di una variazione annuale calcolata su tutti gli indici del paniere che hanno avuto un sufficiente ammontare di prezzi osservati; b) nella ripetizione del prezzo del mese precedente moltiplicato per un fattore stagionale.

Implicazioni

La non disponibilità di alcuni prodotti e la difficoltà di reperire informazioni sui prezzi per altri, potrebbero aver causato degli effetti distorsivi sul dato dell’inflazione. Gli analisti nei mesi precedenti avevano sottostimato l’andamento effettivo dell’indice dei prezzi, facendo sorgere il dubbio se fossero all’opera effetti distorsivi.

Per uno studio completo della questione, bisogna tenere in considerazione quanto sottolineato da alcuni economisti della BCE (Ehrmann, Jarociński, Nickel, Osbat, Sokol, February 2020)1 riguardo ai fenomeni, già sperimentati, di “missing disinflation” e “missing inflation”.

Durante la Grande recessione del 2008-09, infatti, l’inflazione nei paesi avanzati è scesa meno di quanto previsto, mentre in tempi più recenti le variabili macroeconomiche sembrano essere disconnesse dall’inflazione stessa.

La pandemia ha portato il problema a livelli mai visti e, di conseguenza, diventa legittimo il sospetto di essere di fronte a problemi di misurazione, più che di comprensione del legame delle dinamiche inflattive con quelle dell’economia reale.

Anche l’e-commerce potrebbe aver impattato il livello dell’inflazione. Negli ultimi anni, la diffusione del mercato digitale ha avuto un’influenza negativa sui prezzi, attraverso due canali: la riduzione dei costi (sia legati alla produzione che alla vendita al dettaglio) ed il miglioramento della trasparenza sui prezzi. A dispetto di un crescente aumento degli acquisti online, però, l’effetto al ribasso sull’inflazione sembra essere marginale.

La crisi attuale pone le basi per un’analisi ulteriore. Da un lato, la chiusura dei negozi tradizionali ha di fatto aumentato il peso dei negozi digitali; dall’altro, le misure di contenimento hanno portato un aumento della domanda dei prodotti e dei servizi online, probabilmente non controbilanciato da un corrispettivo aumento dell’offerta: la presenza di barriere all’entrata, infatti, potrebbe rendere difficile e lenta la ricollocazione delle imprese sul mercato digitale, soprattutto se si tratta di piccole e medie aziende.

L’effetto totale potrebbe essere ambiguo ma non è da escludere una pressione al rialzo dei prezzi. Infatti, la dinamica appena descritta potrebbe condurre ad una salita del livello dei prezzi nel brevissimo periodo che potrebbe essere spiazzata da un cambiamento delle preferenze e delle abitudini dei consumatori e da un miglioramento dell’offerta nel medio periodo.

La crescita del contributo dell’e-commerce, quindi, potrebbe aver portato ad un rialzo dell’inflazione di questi mesi.

Se guardiamo la componente servizi (componente maggiormente colpita dalla crisi sanitaria e con il peso maggiore nella formulazione dell’indice generale), l’indice di riferimento ha registrato un +1,3% a/a (+0,1% m/m) in marzo, e +1,2% a/a (+0,8% m/m) in aprile, dando un contributo all’inflazione annuale di +0,6pp e +0,52pp rispettivamente, mentre le analisi congiunturali per lo stesso periodo indicavano un crollo senza precedenti del settore.

Il sotto-indice dei servizi risulterebbe, quindi, ampiamente esposto al rischio distorsione, in particolare per la voce legata ai servizi ricreativi e della cura della persona (che pesano per 154,2 su 1000) ed i trasporti (che pesano per 74,1 su 1000). La questione della corretta imputazione, infatti, diventa più delicata per tutti i prodotti e i servizi legati in qualche modo alla filiera turistica e dei trasporti.

Il rischio che parte della sottostima dell’inflazione da parte degli analisti sia dovuta agli effetti distorsivi dovuti alle metodologie di imputazione, è maggiore soprattutto se si usano i tassi di crescita degli anni precedenti. Un esempio calzante è quello dei pacchetti vacanze: ad aprile, in piena pandemia, i prezzi sarebbero cresciuti del +9,5% m/m e del -1,2% a/a.

Il dato, segnalato mediante l’utilizzo del flag “u”3 (bassa affidabilità), ha avuto un contributo sulla variazione annuale dell’indice generale pressoché nullo (-0,02pp), mentre le aspettative erano per un effetto negativo.

Nello stesso mese, i prezzi di ristoranti e hotel (anch’essi caratterizzati da bassa affidabilità) avrebbero fornito un contributo all’inflazione di +0,16pp, nonostante le forti misure di isolamento, restrizione degli spostamenti e chiusura delle attività ristorative e ricettive.

Gli esempi precedenti mostrano, quindi, la presenza di un trade-off: da un lato l’esigenza di reperire il maggior numero di informazioni per la formulazione dell’indice e per garantirne la completezza, e dall’altro costruire una variabile capace di riflettere pienamente gli effetti negativi della crisi attuale.

La situazione si chiarirà con l’uscita dei prossimi dati, dopo la riapertura di attività produttive e commerciali. Nel frattempo, riteniamo sia meglio non pretendere di trarre troppe implicazioni da statistiche formulate al disotto degli standard normali.  

Fonte: BondWorld.it

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