BondWorld.it
Intesa Sanpaolo

Intesa Sanpaolo: Un PNRR ambizioso

Intesa Sanpaolo – Un PNRR ambizioso. L’impatto economico dipenderà dalla capacità di implementazione

Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da BONDWorld iscriviti alla Nostra Newsletter gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente.


Intesa SanPaolo


Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) avrà effetti positivi sul PIL, in particolare nel biennio 2022-23 (nelle nostre simulazioni e con le informazioni attualmente disponibili, in linea con gli scenari più “prudenti” ipotizzati dal Governo). L’impatto sarà permanente e potenzialmente maggiore di quanto suggeriscano le nostre simulazioni se accompagnato da un’efficace e tempestiva implementazione delle riforme incluse nel PNRR (sia di quelle “abilitanti” che di quelle “orizzontali”).

Il Governo ha inviato lo scorso 30 aprile alla Commissione Europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ulteriori dettagli sono in corso di discussione in queste settimane prima che la Commissione esprima il suo parere al Consiglio europeo. Ai fondi del Programma “Next Gen EU” (68,9 miliardi di sovvenzioni, 122,6 miliardi di prestiti totali e oltre 13 mld nell’ambito del Programma “React-EU”) si affiancheranno risorse nazionali (Fondo Complementare al PNRR, incremento della dotazione del Fondo Sviluppo e Coesione e ulteriori opere finanziate con risorse nazionali e fondi strutturali con orizzonte al 2032). Nel complesso l’ammontare delle risorse vale ben oltre 200 miliardi (con cifre differenti a seconda degli importi considerati: 205 mld è la somma delle risorse UE, che sale a 236 miliardi laddove si consideri il “fondo complementare” interamente a carico di risorse nazionali che costituisce parte integrante del PNRR; la cifra di 248 miliardi è riferita invece ai fondi del Dispositivo di Resilienza in senso stretto con l’aggiunta del “fondo complementare” e delle ulteriori opere specifiche con orizzonte al 2032), quello delle sole risorse “aggiuntive”1 (UE e nazionali) con orizzonte al 2026 ammonta a oltre 182 miliardi.

Nei piani del Governo, il 61,8% delle risorse è destinato a investimenti pubblici, il 12,2% è costituito da spesa corrente, il 18,7% sono incentivi alle imprese, il 5% trasferimenti alle famiglie e il 2,4% sono riduzioni di contributi sociali a carico dei datori di lavoro. Occorre aggiungere che, considerando altre poste inserite in diverse “missioni”, agli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico viene assegnato il 40% delle risorse (contro il 30% della missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” in senso stretto), all’asse strategico della transizione digitale il 27% circa (contro il 21% della missione “digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”). Il Governo ha anche specificato che il 10% circa del Piano è dedicato alla coesione sociale, e che il 40% delle risorse sarà diretto al Mezzogiorno.

Una valutazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un esercizio soggetto a un grado di incertezza molto elevato, in quanto, allo stato attuale:

– non è disponibile un dettaglio completo “bottom-up” sui progetti sottostanti, pertanto occorre fare delle ipotesi sulla qualità ed efficienza degli interventi;

– non è nota l’articolazione temporale della spesa nei diversi anni (il Tesoro ha fornito delle ipotesi sui flussi di sovvenzioni e prestiti in arrivo dalla UE, che però quasi certamente non corrisponderanno alla tempistica né dell’attribuzione per competenza delle maggiori spese o minori entrate, né della produzione degli effetti sull’economia);

– al momento mancano dettagli completi sulle riforme che accompagneranno il Piano e che, soprattutto con riferimento alle cosiddette riforme “abilitanti”, avranno un impatto decisivo sull’efficacia degli interventi (in tal senso, un decreto-legge sulle semplificazioni è atteso entro il 20 maggio); lo stesso Governo argomenta che l’effetto del Piano dipende non solo dal tipo di investimenti selezionati, ma anche (“se non maggiormente”) dal “contesto” in cui verranno effettuati;

– infine, permane un certo grado di indeterminatezza circa la governance del Piano: è prevista una responsabilità diretta dei ministeri e delle amministrazioni locali per la realizzazione degli investimenti e delle riforme entro i tempi concordati, e per la gestione regolare, corretta ed efficace delle risorse, mentre al Ministero dell’Economia spetta il monitoraggio e controllo del progresso nell’attuazione di riforme e investimenti; tuttavia, maggiori dettagli dovrebbero arrivare con un apposito provvedimento normativo atteso entro fine maggio.

Nel seguito diamo conto di una nostra simulazione volta a individuare un ordine di grandezza dell’impatto del PNRR sull’economia italiana, da ritenersi del tutto preliminare in quanto, come si è detto, basata su ipotesi preliminari e informazioni parziali.

Nell’esercizio di simulazione, abbiamo considerato gli effetti della spesa aggiuntiva che si realizzerà grazie sia ai fondi europei, che al finanziamento nazionale. Tali risorse, in linea con quanto indicato dal Governo nel PNRR, valgono oltre 182 miliardi nel complesso dei sei anni 2021- 26 (l’insieme delle sovvenzioni UE, sommate alla quota “aggiuntiva” di prestiti del Dispositivo di Ripresa e Resilienza, vale quasi 136 miliardi, cui si devono aggiungere gli oltre 30 miliardi del Fondo complementare e i quasi 16 miliardi di anticipo della dotazione del Fondo Sviluppo e Coesione). Abbiamo imputato la spesa aggiuntiva utilizzando lo spaccato per tipologia di spese o entrate indicato dal Governo (quasi il 62% in maggiori investimenti pubblici e il resto ripartito tra incentivi fiscali soprattutto per le imprese e maggiore spesa corrente per le amministrazioni pubbliche). Abbiamo anche ipotizzato maggiori assunzioni nel settore pubblico per circa 500 mila unità da qui al 2026 (stima prudenziale rispetto a recenti dichiarazioni di membri del Governo).

Nell’anno finale dell’orizzonte di previsione (2026), nella nostra simulazione il PIL risulta più alto del 2,2% rispetto allo scenario di base (superiore all’1,8% indicato dal Governo nello scenario “basso” ma al di sotto del 2,7% dello scenario “medio” e al 3,6% di quello “alto”). Il moltiplicatore cumulato delle misure3 risulta nella nostra simulazione pari a poco più dello 0,8, a fronte di un moltiplicatore indicato nel PNRR del Governo pari a 1,2 nello scenario “alto”, 0,9 nello scenario “medio” e 0,7 nello scenario “basso”. È importante sottolineare però che i minori effetti sul PIL nella nostra simulazione rispetto agli scenari più ottimistici delineati dal Governo non sono dovuti a una minore intensità dell’impatto sulla domanda interna (nella nostra simulazione, l’effetto sugli investimenti è pari a fine periodo al 14,3% contro il 10,4% indicato dal Governo nello scenario “alto”, sui consumi all’1,7% rispetto all’1,9% allo scenario “alto” del PNRR). In altri termini, l’impatto, in particolare sugli investimenti, nella nostra simulazione è superiore a quello calcolato dal Governo nello scenario più ottimistico. I minori effetti sul PIL dipendono da una maggiore attivazione di importazioni rispetto a quanto stimato dal Governo, nonché da una minore vivacità delle esportazioni (effetto sull’import: +5,6% nella nostra simulazione, +4% nello scenario “alto” del Governo; la simulazione non ha effetti sull’export nel nostro scenario, a fronte di un impatto di +2,7% nello scenario più ottimistico del PNRR): tale dinamica è a nostro avviso in linea con l’esperienza recente. Viceversa, con ogni probabilità il Governo, nello scenario “alto”, ipotizza effetti sulla competitività che migliorino le ragioni di scambio (ipotesi da noi prudenzialmente non assunta).

Quanto agli effetti sul tasso di crescita annuo del PIL, nella nostra simulazione (come negli scenari “basso” e “medio” del Governo) l’impatto “aggiuntivo” è massimo nel primo triennio (20214-23), particolarmente nel 2022-23, mentre è più modesto nei tre anni successivi. Stimiamo un impatto medio sul tasso di crescita annuo del PIL di 0,5% nel periodo 2021-23 e di 0,3% nel 2024-26. L’impatto sul ritmo di espansione nel 2022 è pari, nelle nostre stime, a ben 0,7% (quello sul 2023 a 0,5%).

Tra le componenti di domanda, l’impatto maggiore è non sorprendentemente sugli investimenti, che fanno segnare un incremento cumulato a doppia cifra, nel periodo considerato, rispetto allo scenario di base senza gli interventi del Piano (+14,3%); l’effetto non è solo dovuto agli investimenti pubblici: vi è anche un balzo superiore a quello del PIL per gli investimenti privati (+9,3% cumulato sugli investimenti privati non residenziali, nonostante un effetto di “spiazzamento” nel primo anno dell’orizzonte).

Vi sono anche effetti importanti sulla finanza pubblica, che migliorano il profilo di sostenibilità del debito. Nei primi tre anni dell’orizzonte (2021-23), il Piano non comporta un impatto diretto sulla finanza pubblica, ma gli effetti positivi sul PIL determinano un moderato miglioramento del saldo di bilancio e una consistente riduzione del rapporto debito/PIL. Tale riduzione permane anche nel triennio successivo, quando il previsto ricorso a prestiti aggiuntivi determina un peggioramento del saldo (in pratica, a fine periodo il rapporto debito/PIL sarebbe più basso di oltre cinque punti percentuali e mezzo rispetto allo scenario di base).

La nostra simulazione rischia di sottostimare l’impatto positivo sul PIL nel caso in cui l’efficacia degli investimenti pubblici finanziati dal PNRR si riveli più elevata di quella media storica. Inoltre, occorre ricordare che il PNRR italiano avrà luogo in concomitanza con analoghi programmi negli altri Stati membri dell’UE, e nella simulazione non si è tenuto conto delle ricadute positive di tali programmi sull’economia italiana. D’altronde, rispetto ai risultati della nostra simulazione, vi sono anche rischi al ribasso, legati alla capacità di effettivo impiego della totalità delle risorse UE potenzialmente disponibili: a titolo di esempio, si ricorda che nel caso del Multiannual Financial Framework 2014-20, il tasso di assorbimento dei fondi europei da parte dell’Italia si è fermato al 38%. Ora, se appare assai pessimistico ipotizzare un grado di utilizzo delle risorse NGEU in linea con il tasso di assorbimento dei fondi del MFF, tuttavia non sarebbe sorprendente se il tasso di assorbimento non fosse totale, con un impatto del Programma proporzionalmente inferiore rispetto a quello stimato ex ante.

Il passo successivo è cercare di capire se l’effetto positivo sulla crescita del PIL (e di conseguenza sulle altre variabili considerate) sia transitorio o destinato a permanere al di là dell’orizzonte del Piano. Nel documento, il Governo stima che il PNRR possa avere l’effetto di aumentare il tasso di crescita potenziale dell’economia italiana di mezzo punto percentuale in forza della maggiore spesa effettuata e di circa tre decimi grazie alla piena attuazione delle riforme programmate (di conseguenza, nella stima del Governo, il tasso di crescita potenziale dell’Italia, stimato prima della crisi allo 0,6%, potrebbe, in forza dell’attuazione del PNRR e delle riforme che l’accompagnano, attestarsi all’1,4%).

Nella nostra simulazione, l’effetto della maggiore spesa per investimenti pubblici programmata nel PNRR farebbe aumentare il tasso di crescita potenziale dell’economia italiana di quattro decimi nell’ultimo anno dell’orizzonte di previsione. Si tratta del mero effetto della maggiore accumulazione di capitale dovuta all’incremento degli investimenti. Le componenti del PNRR che riteniamo possano avere i maggiori effetti sulla produttività e dunque sul PIL potenziale, sono i programmi relativi alla transizione digitale in senso ampio e i progetti infrastrutturali, nonché l’incremento della spesa in istruzione e ricerca.

Abbiamo anche provato a simulare uno scenario (del tutto ipotetico, allo stato attuale delle cose) in cui le riforme programmate nel PNRR (soprattutto pubblica amministrazione e giustizia) abbiano un impatto sulla “qualità delle istituzioni” capace di aumentare la produttività totale dei fattori e dunque di influire sul PIL potenziale dell’economia. L’ipotesi è che la qualità delle istituzioni, pur restando inferiore a quella che si registra nei Paesi comparabili, possa gradualmente migliorare a partire dal 2022, ritornando alla fine dell’orizzonte di previsione (2026) in linea con i valori registrati circa 15 anni fa. In quest’ipotesi, il tasso di crescita potenziale potrebbe migliorare, per effetto delle riforme, di tre decimi (in linea con quanto stima il Governo).

Il PNRR contiene anche alcune misure (soprattutto quelle ricomprese nel capitolo “inclusione sociale”) finalizzate alla riduzione dei divari di genere e alla conciliazione degli ambiti di vita e di lavoro che potrebbero attenuare il gap rispetto ai Paesi comparabili nella partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto nella componente femminile; inoltre, la missione “istruzione e ricerca” è finalizzata ad avere effetti sull’occupazione giovanile. Allo stato attuale, è incerto l’impatto di tali interventi sull’occupazione femminile e giovanile, la cui partecipazione al mercato del lavoro è decisamente più bassa in Italia rispetto ai Paesi comparabili. Abbiamo in ogni caso provato a simulare uno scenario “ottimistico” nel quale tali misure, eventualmente accompagnate da opportune riforme del mercato del lavoro, siano efficaci nel determinare una risalita del tasso di attività. Nel caso in cui il tasso di partecipazione italiano, pur restando inferiore a quello degli altri Paesi comparabili, mostri un aumento da fine 2021 a fine 2026 in linea con quello atteso nella media dell’Eurozona (di poco superiore al punto percentuale e mezzo), l’effetto potrebbe essere quello di una maggiore crescita potenziale “aggiuntiva” di ulteriori tre decimi alla fine dell’orizzonte previsivo del PNRR (2026).

In sintesi, il Piano avrà certamente un impatto positivo sulla crescita, in particolare nella componente investimenti, che potrebbe, sia pur solo in parte, lasciare effetti non transitori; il miglioramento del profilo di crescita avrà a sua volta un impatto positivo anche sulla sostenibilità del debito pubblico; peraltro, la versione finale del PNRR sembra poter avere effetti maggiori sulla crescita rispetto a quelli stimati in precedenza (nelle stime del Governo, 3,6% contro un 3% precedente), per via sia delle maggiori dimensioni del Piano (soprattutto grazie all’aggiunta di risorse nazionali), sia della sua diversa composizione. Tra le maggiori criticità segnaliamo le seguenti:

– sussistono a nostro avviso dei rischi nell’implementazione (nonché nel monitoraggio e nella manutenzione) derivanti dal fatto che vi è un’ampia “dispersione” in un numero ampio di interventi (930 in tutto, il picco è nel 2023 con 179 interventi); tra i pochi grandi interventi, il Piano Transizione 4.0 (proroga con modifiche di Industria 4.0), che vale 18 miliardi, e gli incentivi Eco-bonus e Sisma-bonus (anch’essi valgono 18 miliardi); dei 162 investimenti, 107 sono sotto il miliardo di euro;

– gli aumenti di spese previsti dal PNRR dovrebbero avere carattere temporaneo, tuttavia, molti degli interventi comporteranno un aumento delle spese correnti, soprattutto per il personale, che potrebbe lasciare un’eredità persistente sui conti pubblici;

– occorrono interventi assai tempestivi sul fronte delle riforme “abilitanti”: in particolare, non sarà possibile mobilitare un flusso tanto cospicuo di investimenti pubblici senza interventi drastici e urgenti in materia di semplificazione per la concessione di permessi e autorizzazioni, e sul codice degli appalti (come detto, il Governo ha promesso un intervento normativo in tal senso entro il 20 maggio);

– anche sul tema delle riforme di contesto, mancano dettagli e la tempistica è incerta e non particolarmente ravvicinata (la maggior parte delle riforme dovrebbe essere attuata con una legge delega e successivi interventi normativi da realizzare entro il 2022 o 2023);

– si attendono, infine, maggiori dettagli sulla governance, in assenza dei quali le ipotesi sulla efficacia nell’implementazione dei progetti previsti dal PNRR appaiono giocoforza arbitrarie (anche in questo caso, un decreto-legge dedicato è atteso entro fine maggio).

Fonte: BondWorld.it

Articoli Simili

Amundi: FED, i discorsi sul tapering sono iniziati, ed ora?

Redazione

Schroders: nel 2021 la crescita economica sarà la più veloce del secolo

Redazione

Federated Hermes – la partita emergenti vs sviluppati sul mercato del credito

Redazione