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Janus Henderson : Fed: è arrivata l’ora del tapering?

Janus Henderson Ultimamente, investire in obbligazioni assomiglia un po’ al mestiere dell’avvocato in cui le sfumature del linguaggio assumono un’importanza sempre maggiore.

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A cura di Jim Cielinski, Global Head of Fixed Income di Janus Henderson


Basta pensare al modo in cui il mercato soppesa minuziosamente ogni modifica dell’aggettivo o della singola frase pronunciata dai banchieri centrali.

La questione è particolarmente evidente quando si decifrano le dichiarazioni e i discorsi dei funzionari della Federal Reserve statunitense (Fed), un’istituzione le cui responsabilità sono ancora maggiori, vista l’influenza della politica monetaria statunitense e dei rendimenti dei titoli di stato americani come riferimento per i tassi a livello globale.

A preoccupare i mercati obbligazionari negli ultimi mesi è stato il cambiamento di linguaggio da parte della Fed riguardo l’argomento tapering, cioè la riduzione del ritmo degli acquisti di titoli che la banca intraprende attraverso il suo programma di quantitative easing (QE). L’attuale round di QE è sempre stato giustificato come uno strumento politico per affrontare le perturbazioni causate dal COVID-19. Il successo delle campagne vaccinali comporta un’attenuazione dell’emergenza e una riapertura delle economie. Di conseguenza, i mercati stanno cercando di indovinare quando il QE finirà.

Ci sono due aspetti sui quali vale la pena soffermarsi. In primo luogo, dopo il taper tantrum del 2013 da parte del mercato che aveva interpretato erroneamente il tapering come un immediato presagio di un aumento dei tassi di interesse, la Fed ha ben compreso l’esigenza di comunicare in maniera chiara e tempestiva le sue intenzioni. L’attuale presidente della Fed Jerome Powell continua a sostenere che intercorrerà un periodo di tempo tra la fine del tapering e qualsiasi aumento dei tassi di interesse.  A metà ottobre 2021, i mercati dei futures suggerivano che i tassi sarebbero saliti a dicembre 2022, lasciando intendere un ritardo di sei mesi dalla fine del tapering (supponendo che questo inizi a fine 2021 e termini a metà 2022). Nel 2014-15, l’intervallo era stato di 14 mesi. Il minore periodo di tempo può essere spiegato dagli attuali livelli di inflazione relativamente alti.

In secondo luogo, si dovrebbe fare una distinzione tra il tapering e una riduzione vera e propria del bilancio. Il tapering è comunque una forma di sostegno da parte della politica monetaria. Si tratta ancora di iniettare più denaro nel sistema, anche se in dosi minori. Quindi il graduale tapering permette ai mercati di adattarsi al fatto che la Fed non sia un regolare acquirente netto di obbligazioni. Se prendiamo ad esempio il passato – e potrebbe essere il caso di non farlo, anche se la Fed non ha rilasciato nessuna indicazione in senso contrario – è probabile che la banca centrale americana mantenga il proprio bilancio intorno ai livelli attuali per qualche tempo, come ha fatto tra la fine del 2014 e l’inizio del 2018.

In definitiva, il tapering e la prospettiva di un rialzo dei tassi di interesse potrebbero avere un effetto calmante sui rendimenti obbligazionari, in quanto incidono sulle aspettative di inflazione. Il tasso d’inflazione di pareggio si è mantenuto considerevolmente costante, con un range intorno al 2,5% per gran parte del 2021 sia per i breakeven a 5 anni che per quelli a 10 anni, anche se recentemente c’è stata una certa pressione al rialzo.

Nel 2014 il rendimento dei titoli di stato decennali statunitensi, ampiamente osservati, è effettivamente sceso con il verificarsi del tapering e avrebbe continuato a scendere ben oltre il primo rialzo. Potrebbe essere una forzatura aspettarsi che lo stesso accada questa volta, quando i rendimenti delle obbligazioni sono ad un punto di partenza più basso e le pressioni inflazionistiche abbondano. Le interruzioni della catena di approvvigionamento stanno durando più a lungo di quanto inizialmente previsto, con potenziali impatti sui costi in tutta l’economia. I prezzi elevati possono agire come un freno alla crescita economica, agendo essenzialmente come una forza auto-correttiva, ma c’è il pericolo che i prezzi più alti comincino a disancorare le attuali aspettative di inflazione. Questo potrebbe portare a un ambiente inflazionistico più persistente e, in definitiva, a rendimenti obbligazionari più alti.

Fonte : BondWorld.it

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