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JCI: Outlook della settimana. La guerra del petrolio

In pochi si aspettavano che la riunione dell’OPEC di giovedì 27 novembre portasse ad un taglio significativo nella quota target di produzione giornaliera (30 milioni di barili) da parte dei 12 paesi facenti parte del consorzio. Nonostante ….


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il prezzo fosse sceso in meno di due mesi quasi del 20%, dopo aver rotto al ribasso quel range di 90-110 dollari al barile che ci aveva viziato con una notevole stabilità per più di un anno, nelle sporadiche dichiarazioni pre-meeting non si erano percepiti allarmismi che preannunciassero un taglio. Però almeno un tentativo di salvare diplomaticamente la faccia nel dichiarare un maggior rigore nel rispetto della quota – negli ultimi mesi si era sempre prodotto di più, 30,6 milioni di barili al giorno il dato di Ottobre – era scontato. Nulla di tutto ciò. In aggiunta è arrivata anche qualche dichiarazione quasi ‘provocatoria’ nel vedere i prezzi in discesa come naturale evoluzione delle leggi di domanda ed offerta e come non rappresentante un problema particolare per alcun produttore (OPEC). Il dubbio che fosse scoppiata una guerra dei prezzi ha allora assunto il carattere di un’incontrovertibile certezza agli occhi dei più. Una guerra su due fronti.


[Opec Fiscal break even prices]

Il primo dal punto di vista dell’analisi macro, ci interessa meno. I sauditi e i loro alleati sunniti del Golfo, che hanno in mano l’OPEC, hanno tutto l’interesse a mettere in difficoltà i produttori sciiti e i loro alleati (Siria, Iran, Russia) che per motivi relativi ai costi di estrazione e/o al ‘break-even’ del loro stato sociale vanno in crisi molto prima al calare dei prezzi (vedi oltre i grafici Nomura). Difficile che le implicazioni economiche vadano oltre l’inasprirsi del già alto rischio geopolitico medio orientale. Va notato che una simile strategia presenta il rischio di fornire terreno fertile al jihadismo in stati le cui condizioni economiche peggioreranno come conseguenza di prezzi troppo bassi (Libia, Algeria, Nigeria), effetto collaterale sicuramente non desiderato dai paesi del Golfo.

Più interessante è la guerra dichiarata all’aumento di offerta che proviene dagli Stati Uniti con l’utilizzo delle tecnologie di ‘fracking’ sempre più utilizzate in questi anni.

L’OPEC sa che non può impedire questo shock di offerta da nuove tecnologie ma probabilmente vuole rallentarlo quanto più possibile. Studi dell’IEA (International Energy Agency) hanno indicato in circa 1 milione di barili al giorno l’incremento della produzione americana per il 2015.

I produttori tradizionali lo vedono certamente come un incremento troppo forte.

Forse però si sono svegliati tardi. Il mondo dello ‘shale-oil’ americano è una macchina imponente, dotata di una notevole inerzia.

Se pensiamo che gli Stati Uniti, con una bilancia commerciale nel 2011 (sui prodotti energetici) in deficit per 354 miliardi di dollari e destinati (studio Citibank) al pareggio nel 2018, e che, dal 2006 ad oggi, le importazioni US di greggio sono scese di 8,7 milioni di barili al giorno (pari alla somma degli export di Arabia Saudita e Nigeria), ci rendiamo conto  di come sia stato messa in pista una delle più grandi rivoluzioni economiche a memoria d’uomo.

Questo settore accuserà certo il colpo ma è improbabile che la produzione abbia dei cali significativi in pochi mesi.

I costi di estrazione dello shale-oil sono più alti delle perforazioni tradizionali ma non così alti come spesso è dato di pensare.

Inoltre sono in lenta ma continua discesa grazie all’evoluzione tecnologica.

Sempre utilizzando dati IEA risulta che solo il 4% della produzione americana di questo tipo è non-economico sotto gli 80 dollari e per l’area Bakken (uno dei principali luoghi di estrazione, nel Nord Dakota) la maggior parte della produzione è in profitto sopra i 42 dollari.

E’ quindi possibile che i nuovi livelli raggiunti non siano un ‘over-shooting’ al ribasso destinato a generare un pronto rimbalzo, ma nuovi prezzi di equilibrio per una nuova fase che ci vedrà oscillare in area 60-80 dollari per parecchi mesi. In questo caso è necessario domandarsi come questa significativa modifica agli scenari possa impattare i nostri mercati.

Qualche considerazione:

·  Generalmente forti e imprevisti cambiamenti in importanti variabili economiche provocano la necessità di riesaminare il quadro complessivo. Il cambiamento improvviso è spesso psicologicamente destabilizzante e spinge alla prudenza e alla riduzione dei rischi in attesa di comprendere meglio le conseguenze dell’evoluzione inattesa. Da questo punto di vista la borsa americana sembra la più esposta a prese di profitto. Forse anche il dollaro.

·   La domanda chiave alla fine rimane la stessa (e vale genericamente anche per altre commodities che hanno visto crollare i loro valori): la discesa del prezzo è dovuta soprattutto a fattori specifici di aumento dell’offerta o riflette un ampio calo globale nella domanda e quindi più in generale nell’attività economica? Propendere per una risposta o per l’altra ha ovviamente implicazioni molto diverse a livello di positività sul futuro andamento degli asset finanziari.

·   E’ stato calcolato che il comparto energetico abbia generato negli ultimi anni circa un terzo (analisi GaveKal) degli investimenti in Capex dell’S&P 500. I prossimi mesi non saranno positivi da questo punto di vista. Si tratterà di vedere quanto il consumatore finale riuscirà tempestivamente a supplire grazie all’aumentato reddito disponibile che il petrolio più a buon mercato genera quasi meccanicamente, almeno in US.

·   Le banche centrali avranno più spazio per perseguire politiche accomodanti (o iper-accomodanti) grazie ai minori rischi inflattivi che prezzi depressi delle commodities garantiscono. Una Fed più tranquilla è sicuramente un aiuto aggiuntivo per il mercato.

·    D’altro canto aspettiamoci parecchio ‘noise’ negativo proveniente dal mondo credito HY americano che è composto da aziende del settore energetico per quasi il 20%. Se i prezzi si manterranno bassi a lungo i fallimenti delle società più deboli sono destinati ad aumentare.

Come si vede il nuovo quadro è variegato ma stimolante da analizzare. Per il cabotaggio di breve periodo ci dimenticheremo facilmente del petrolio tra giovedì (Draghi) e venerdì (non-farm payrolls).

Dati Macro. US: indice ISM non manifatturiero (mercoledì), rapporto sull’occupazione (venerdì). Eurozona: occupazione spagnola (martedì), indici PMI servizi, vendite al dettaglio europee (mercoledì), occupazione francese (giovedì), ordinativi di fabbrica tedeschi (venerdì). Cina: indici PMI servizi (HSBC e ufficiale, mercoledì). Altri: crescita GDP australiana e svizzera, PMI servizi UK (mercoledì), vendite al dettaglio e bilancia commerciale australiana, indice di attività Ivey canadese (giovedì), occupazione canadese (venerdì).

Banche centrali. Piatto forte l’ECB giovedì con la conferenza stampa di Draghi (tasso refi destinato a rimanere allo 0.05%). In Brasile probabile aumento da 11.25% a 11.50% (mercoledì). Tassi rimarranno con ogni probabilità invariati in Australia (2.50%, martedì), India (8.00%, martedì), Canada (1.00%, mercoledì), UK (0.50%, giovedì) e Messico (3.00%, venerdì).

Fonte:  JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management BONDWorld.it

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