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JCI: Spagna. Le comunità autonome come alternativa di investimento (2)

I mercati continuano a mostrare una forza notevole in quella che ormai potremmo chiamare una fase ‘matura’ del rialzo (proprio in questi giorni festeggiamo, si fa per dire, il quinto anniversario dei minimi nel 2009). I consueti motivi di…


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nervosismo – l’economia americana che fatica a decollare sul serio, i timori di deflazione europea, l’instabilità e il  rallentamento cinese – hanno avuto impatto molto limitato, anche perché tutto sommato, le notizie che arrivano dalle economie statunitense ed europea sono discrete mentre eventuali problemi che la Cina è destinata prima o poi a trasmetterci, hanno una tempistica totalmente imprevedibile. Anche i fattori di preoccupazione più inattesi e quindi potenzialmente più difficili da somatizzare, come la recente crisi ucraina, non riescono ad alimentare un contagio degno di tale nome, nonostante la soluzione sia ben lontana dall’essere trovata: in poche sessioni vengono marginalizzati a fattori negativi locali con impatto sul mercato russo o su asset dell’Est Europa, al limite su qualche titolo del DAX particolarmente esposto a quell’area. A questo punto viene da domandarsi cosa possa fermare o attenuare questa forza. La risposta migliore forse viene da un grafico.
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Questo è l’S&P 500, l’indice più seguito del pianeta. Da quando il trend rialzista ha ripreso pieno vigore, circa 1 anno e mezzo fa, tutte le volte che ci siamo allontanati di 10% o più dalla media mobile a 200 giorni (linea bianca) una correzione importante non si è fatta attendere. Attualmente il +10% rispetto alla media è situato a circa 1910. Ci stiamo quindi avvicinando a livelli a cui prestare cautela, ma non ci siamo ancora. Man mano che si sale è probabile che l’effetto di notizie negative (economiche o geopolitiche) possa tornare ad avere un impatto significativo. Se le notizie buone che sono giunte dal mercato del lavoro US venerdì verranno confermate, diminuiranno i timori che nel rallentamento ci fosse qualcosa di più strutturale rispetto alla contingenza di un inverno orribile. In quel caso pensiamo che vendere i bond (americani) possa essere più interessante che comprare la borsa. Intanto Draghi non ha mostrato ambiguità: i dati di crescita sono in miglioramento e quelli riguardanti l’inflazione si sono stabilizzati. Non ci sono motivi di sorprendere o anche solo di accontentare le aspettative di un mercato che è stato perennemente deluso negli ultimi mesi. A questo punto solo una eventuale salita dell’euro sopra 1.40 sembra essere in grado di generare qualche reazione (verbale) ufficiale.
Dati macro. In US settimana leggera post payrolls: vendite al dettaglio (giovedì), PPI e indice di fiducia dei consumatori (venerdì). EuroZona: bilancia commerciale tedesca e crescita GDP Q4 italiana (martedì), produzione industriale complessiva europea (mercoledì), occupazione dell’EuroZona (venerdì). Cina: dopo il sorprendente deficit di bilancia commerciale e dati di crescita del credito sotto le stime, giovedì saranno molto attese le vendite al dettaglio, la produzione industriale e gli investimenti fissi. Altro: produzione industriale inglese e CPI svedese (martedì), bilancia commerciale inglese (mercoledì), occupazione australiana e svedese (giovedì).
Banche centrali. Molti i meeting in agenda. I tassi dovrebbero rimanere invariati in Giappone (0.10%, martedì), Corea del Sud (2.50%, giovedì), Indonesia (7.50%, giovedì), Perù (4.00%, giovedì), Russia (7.00%, venerdì). Ci si attendono ritocchi in Tailandia (-25bp a 2.00%, mercoledì), Nuova Zelanda (+25bp a 2.75%, giovedì) e Cile (-25bp a 4.00%, giovedì).
UN GRAFICO CHE CI PIACE…
Il dibattito più acceso sull’economia americana è probabilmente quello sulle cause della discesa del tasso di partecipazione alla forza lavoro (quante persone in età lavorativa sono impiegate e/o cercano attivamente lavoro se non lo sono). In questa incontestabile riduzione, prevalgono fattori strutturali o ciclici?
Uno studio di Deutsche Bank sembra propendere, almeno considerando quanto accaduto negli ultimi tre anni, per fattori strutturali, come l’uscita verso la pensione. Le implicazioni sarebbero duplici:
–         Il tasso di disoccupazione in grado di generare inflazione salariale è più alto del previsto (o della media storica) per cui, se la Fed fosse d’accordo con l’analisi di DB, ci si dovrebbe aspettare rialzi dei tassi anticipati e più aggressivi rispetto a quanto scontato attualmente dal mercato.
–         Il tasso di crescita strutturale dell’economia americana nel medio periodo è destinato ad essere più basso del passato.

Fonte: JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management

 

 

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