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La posizione degli Stati Uniti nei confronti della Cina si va ammorbidendo

La posizione degli Stati Uniti nei confronti della Cina si va ammorbidendo: questa settimana si sono moltiplicate le voci di progressi significativi nei negoziati di “fase 1”, inclusa la possibilità che siano cancellati gli aumenti dei dazi attuati a settembre…..

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a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Incombe intanto la decisione sulle importazioni di auto: si spera che anche in questo caso i dazi siano soltanto minacciati, e che si arrivi a un accordo per la riduzione delle barriere.

La posizione del Presidente è indebolita dalla procedura di impeachment.

Gli sviluppi sul fronte dei negoziati con la Cina hanno già ridotto gli indici di incertezza della politica economica, dando più credibilità ai timidi segnali di svolta forniti dai dati.

Nel corso dell’ultima settimana si sono moltiplicati i segnali che i negoziati cosiddetti di “fase 1” fra Cina e Stati Uniti possano giungere a una conclusione positiva.

L’Amministrazione americana sta dimostrando una disponibilità superiore al previsto nel cercare l’intesa. Sembra che le parti siano d’accordo a cancellare gli incrementi dei dazi attuati a inizio settembre: secondo il Financial Times, gli USA potrebbero ridurre del 15% i dazi su 111 mld di importazioni cinesi imposti a inizio settembre; giovedì, fonti cinesi hanno menzionato riduzioni reciproche, coordinate e graduali dei dazi punitivi, scenario che però non è stato ancora confermato da parte americana.

La fase 1 dovrebbe prevedere anche un aumento di acquisti di prodotti agricoli americani da parte della Cina, regole per evitare la manipolazione valutaria e alcune misure per la protezione della proprietà intellettuale.

Questa prima fase di accordo potrebbe quindi essere più ampia di quanto segnalato inizialmente e dare una luce positiva alla strategia negoziale di Trump, anche se nella sostanza i risultati di un anno e mezzo di guerra dei dazi restano quasi inesistenti sulle questioni più strutturali.

Inoltre, è probabile che, dopo l’eventuale conclusione della fase 1 con la firma di un accordo fra i due Presidenti, i negoziati tornino in stallo per un periodo prolungato.

Il risultato sarebbe comunque una riduzione dell’incertezza sulla politica commerciale e un sostegno alle decisioni di investimento delle imprese.  Informazioni non ufficiali sulla tempistica di un eventuale accordo per la fase 1 dei negoziati USA-Cina indicano che è improbabile una conclusione entro novembre, con uno slittamento di un possibile incontro fra i due Presidenti non prima di dicembre.

Nel frattempo, entro il 14 novembre il presidente Trump dovrà annunciare se procedere con misure restrittive sulle importazioni di auto e componenti.

Il rapporto dell’US Trade Representative, commissionato nel 2018, prevede dazi e/o quote sulle importazioni del comparto auto in base ai rischi per la sicurezza nazionale.

È improbabile che vengano attuate a breve misure restrittive, ma il rapporto potrebbe essere usato come arma negoziale nelle trattative con l’UE e con altri partner commerciali. I rialzi dei dazi sul settore auto potrebbero però essere soltanto minacciati e poi congelati a lungo.

Esiste anche la possibilità che la pubblicazione del rapporto sia rinviata ancora una volta. Il presidente della Commissione Europea, Juncker, ha dichiarato questa settimana a Suddeutsche Zeitung di essere certo che l’Amministrazione americana non metterà dazi sulle auto.

La capacità negoziale di Trump nelle controversie commerciali è indebolita dall’inchiesta di impeachment e dai rischi di rallentamento della crescita in un anno elettorale.

L’avanzamento più rapido del previsto dell’indagine di impeachment e l’aumento del consenso popolare (anche se polarizzato) per la procedura rendono le sorti del Presidente sempre più dipendenti dal voto dei senatori repubblicani.

Lo scenario centrale per l’indagine di impeachment, infatti, è che nel giro di pochi mesi la Camera definisca gli “articles of impeachment” e li voti a maggioranza semplice, trasferendo nelle mani del Senato la sorte della presidenza Trump. I senatori repubblicani sono fortemente contrari all’aumento delle tensioni commerciali e in particolare a qualsiasi incremento dei dazi sul comparto auto, sicché l’abbassamento dei toni di queste settimane potrebbe riflettere anche considerazioni di politica domestica.

I segnali di schiarita sul fronte delle guerre commerciali americane hanno già prodotto un calo degli indici di incertezza della politica economica, dando un po’ più di credibilità ai segnali di futura ripresa dell’attività economica globale.

A parte la svolta dell’indice anticipatore OCSE per la Cina, che di solito precede i punti di svolta dell’economia globale, i dati di ottobre hanno mostrato anche il terzo mese consecutivo di ripresa del PMI manifatturiero globale, un miglioramento trainato dall’andamento dell’industria nei Paesi emergenti. L’indice è risalito a 49,8, cinque decimi sopra il minimo di luglio.


Le Previsioni Economiche d’Autunno della Commissione Europea confermano che il 2020 sarà il secondo anno di moderata espansione fiscale nell’Eurozona, che è più accentuata nei Paesi con “spazio fiscale” (Germania e Olanda), ma riguarda anche le economie ad alto debito (Italia, Francia e Belgio). Ciò prefigura nei prossimi anni una divergenza nella traiettoria del rapporto debito/PIL tra i due gruppi. Una “terza via” virtuosa pare quella intrapresa dai Paesi iberici.

Le Previsioni Economiche d’Autunno della Commissione UE hanno confermato lo scenario di espansione modesta nell’Eurozona, appena sopra l’1% per tutto il triennio 2019-21. Il PIL atteso per l’anno prossimo è stato rivisto al ribasso da 1,5% a 1,2%. La crescita 2020 è dovuta per due decimi al maggior numero di giorni lavorativi rispetto al 2019 e per tre decimi all’effetto di trascinamento dall’anno precedente, dunque la crescita “sottostante” è limitata a 0,7% (in linea con i due anni precedenti e in netto rallentamento rispetto all’1,7% del 2017). C’è da dire però che le stime della Commissione prevedono un’espansione di 0,1% t/t nel 3° trimestre 2019: se il dato preliminare già comunicato dall’Eurostat fosse confermato a 0,2% t/t, potrebbe derivarne un decimo in più di crescita per quest’anno e il prossimo (a 1,2% e 1,3%). Le stime sono lievemente superiori alle nostre attuali previsioni sul PIL Eurozona (0,9% corretto per i giorni lavorativi per il 2020), sulle quali peraltro si sono creati di recente rischi verso l’alto.

Le proiezioni di finanza pubblica confermano che il 2020 sarà il secondo anno di moderata espansione fiscale, nella misura di due decimi di PIL per la media Eurozona, dopo i quattro del 2019 (considerando la variazione del saldo primario corretto per il ciclo, che è forse l’indicatore più adeguato dell’orientamento di politica fiscale). In pratica, l’area euro è in una fase di moderata espansione fiscale a partire dal 2015.

Sulla base dei documenti programmatici di bilancio, l’allentamento verrà innanzitutto dai Paesi che hanno “spazio fiscale”, i quali, sia pur ben lungi dall’utilizzarlo in pieno, sembrano accelerare sulla strada dell’espansione, stimata pari a mezzo punto di PIL in Germania e ben 0,8% in Olanda.

Ma anche i Paesi ad alto debito, come Italia e Belgio, mostrano un deterioramento del saldo primario corretto per il ciclo, pari rispettivamente a 0,4% e 0,3%. La situazione francese è di più difficile lettura, in quanto sul 2019 hanno pesato misure una tantum pari a quasi un punto di PIL, derivanti dalla trasformazione del crédit d’impôt pour la compétitivité et l’emploi in un taglio permanente ai contributi sociali a carico dei datori di lavoro; la Francia vedrà un miglioramento del saldo strutturale di appena un decimo l’anno prossimo (e un deterioramento nella stessa misura del saldo primario strutturale).

Italia, Belgio e Francia registreranno tutti, a legislazione vigente, un aumento del debito nel triennio in corso (in controtendenza con in pratica tutti gli altri membri dell’Eurozona).

L’Italia resta l’osservato speciale. Le proiezioni della Commissione mostrano un deficit solo lievemente superiore alla stima del Governo l’anno prossimo (2,3%); tuttavia, il saldo strutturale è visto peggiorare di tre decimi (contro un decimo atteso dal Governo).

Inoltre, le proiezioni della Commissione per il 2021, che non includono l’aumento delle imposte indirette contenuto nelle clausole di salvaguardia, vedono un ulteriore peggioramento di quattro decimi del deficit sia nominale che strutturale (a 2,7% e 2,9% rispettivamente).

Ancora maggiore è lo scostamento rispetto alle stime del Governo per il debito, che è atteso salire a 136,2% quest’anno, a 136,8% l’anno prossimo e a 137,4% nel 2021 (il Governo vede una discesa già nel 2020, con un obiettivo di 133,4% nel 2021).

Tale evoluzione non pare soddisfare prima facie le regole su saldo strutturale e debito (né quella sulla spesa). Tuttavia, il Commissario uscente Moscovici ha dichiarato che l’esecutivo comunitario non ha intenzione per ora né di respingere il budget italiano, né di aprire una procedura per debito eccessivo.

Nei prossimi anni, il rapporto debito/PIL per la media dell’Eurozona dovrebbe mantenere una traiettoria al ribasso (è visto all’84% nel 2021, dopo il picco a 96% toccato nel 2014).

Tuttavia, tale media nasconde una divergenza tra Paesi a basso e ad alto debito: nei primi (Germania e Olanda in primis) l’espansione fiscale del biennio in corso non è di entità tale da pregiudicare la traiettoria di ulteriore contenimento del debito; nei secondi (Italia, Francia e Belgio), viceversa, il rapporto debito/PIL è destinato ad aumentare ulteriormente.

Una “terza via” virtuosa tra i due gruppi appare quella intrapresa dai Paesi iberici, che, grazie a tassi di crescita del PIL superiori alla media anche dovuti all’implementazione di un vasto programma di riforme strutturali negli anni recenti, appaiono ora in grado di mettere in atto un allentamento fiscale senza pregiudicare il percorso di graduale riduzione del debito pubblico.

Fonte: BondWorld.it

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