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MC: La linea Maginot

L’inespugnabile difesa anti-speculazione delle banche centrali è ora aggirabile? La vita spesso sorprende in modo imprevedibile….


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Andrea De Gaetano  –  Senior Portfolio Manager  –  MC Capital Ltd


La Francia, preoccupata dalle mire espansionistiche di fascismo e nazismo, tra il 1930 e il 1940, costruì una linea di fortificazioni lungo il confine con Germania e Italia. Il più grande investimento di sempre della Francia.

André Maginot, allora Ministro della Guerra, nel 1930 riuscì a far approvare dal Parlamento il preventivo di 3,3 miliardi di franchi (cifra da capogiro, che fece barcollare il bilancio francese) per la costruzione della linea difensiva che porta il suo nome.

Reduce dalla Prima Guerra Mondiale, guerra statica combattuta prevalentemente in trincea, Maginot concepì un sistema di bunker, torrette, casematte, reticolati e imponenti fortificazioni, distanziate a circa 5 chilometri l’una dall’altra, collegate fra loro con corridoi sotterranei (spesso con l’aria condizionata), con l’obbiettivo di bloccare l’eventuale attacco da parte dello storico nemico tedesco. Un’opera colossale che ebbe un forte eco nell’immaginario collettivo, ma che a lato pratico si rivelò assolutamente inutile.

La Germania di Hitler pianificò con astuzia e spregiudicatezza l’attacco alla Francia. Dopo aver appostato “forze civetta” davanti alla linea Maginot per distrarre i francesi, nel maggio 1940 fece passare l’agile Divisione Panzer e il grosso delle truppe attraverso la foresta delle Ardenne, ritenuta (dai francesi) inaccessibile, aggirando così da Nord la Linea Maginot, attraverso il Belgio.
Un mese dopo, la Germania costrinse la Francia all’armistizio.

Come nel caso della linea Maginot, spesso sui mercati finanziari il “cigno nero” (l’evento improbabile, ad alto impatto) arriva da un fronte inatteso.

Questa volta è stato il forte calo dei prezzi del petrolio a sorprendere i mercati. Il petrolio, ora a 55 dollari al barile, vale poco più della metà di quanto valeva a giugno di quest’anno.
L’energia a basso costo è positiva per l’economia, ma ciò che ha creato nervosismo è stata la velocità della discesa dei prezzi, destabilizzante.

In Russia, esportatrice di petrolio, il calo dei prezzi del petrolio si è sommato a sanzioni e guerra in Ucraina. La speculazione, altrove bloccata dagli scudi BCE, si è accanita sul rublo russo.

Oggi, la Banca Centrale Russa, per arrestare il crollo del rublo, sceso quest’anno di oltre il 45% nei confronti di euro e dollaro USA, ha alzato aggressivamente i tassi d’interesse di riferimento di 650 punti base, dal 10.50% al 17.

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Dopo aver recuperato circa il 10% a inizio giornata, il rublo, a dispetto dell’intervento della banca centrale russa, è nuovamente sceso di oltre il 20% nel giro di poche ore. Il rublo è ora sui minimi assoluti dal 1998.

In Venezuela, altro Paese esportatore di petrolio, i bond scadenza 2027 sono scivolati in area 35, con rendimenti del 28%.

Il calo dei prezzi del petrolio rende meno conveniente la ricerca di energie alternative e molto esposte le società che hanno investito in questo settore (high yield). Il miliardario Carl Icahn ha rilasciato un’intervista a Bloomberg, ammonendo sui rischi dei junk bonds e non solo. “C’è un errore che molti investitori fanno (in questo momento)?” gli ha chiesto il giornalista. “Si, investono”, ha risposto ironicamente Icahn.

http://www.bloomberg.com/news/2014-12-12/carl-icahn-on-a-junk-bond-bubble-opportunities-in-oil-and-why-shareholder-democracy-isa-myth.html

Gli sforzi della Banca Centrale Russa e le minacce fatte da Putin e dal Presidente venezuelano Nicolas Maduro di “severe punizioni agli speculatori” per ora sono stati vani.

I mercati sono in preda alla volatilità.

Il calo del prezzi del petrolio ha un effetto deflattivo (l’energia costa meno) che rischia di aggravare il quadro di discesa dei prezzi al quale le banche centrali, in Europa, USA e Giappone stanno cercando di opporsi. Ciò fa pensare che a gennaio la BCE farà il Quantitative Easing, ma il percorso da qui a gennaio è fitto di eventi il cui esito è tutt’altro che scontato.

Mercoledì 17 dicembre, sarà la Federal Reserve a decidere sui tassi d’interesse.

Il 17, 23 e 29 dicembre la Grecia dovrà eleggere il Presidente della Repubblica. La maggioranza di Antonis Samaras dispone in tutto di 155 voti, insufficienti nelle prime due elezioni che necessitano di 200 deputati su 300. Se le tre votazioni per il nuovo capo dello Stato non andassero in porto, la Grecia andrebbe alle elezioni anticipate, con il rischio di far ripiombare la situazione nel caos.

A partire dalla crisi del 2008, l’intervento delle banche centrali sui mercati finanziari è diventato sempre più imponente, tanto da creare uno scollamento tra l’andamento delle quotazioni delle attività finanziarie, salite sui massimi storici, e le condizioni dell’economia reale, che ancora stenta a riprendersi, soprattutto in Europa.

L’apparente solidità dei mercati azionari e obbligazionari poggia le fondamenta sulla scommessa che la BCE interverrà nel prossimo future con gli acquisti di asset finanziari (QE) per rilanciare consumi e inflazione.

Valgono due considerazioni.
1. La Bundesbank tedesca, azionista più pesante della BCE (con il 18%) fra i Paesi dell’Area, continua a sollevare dubbi sulla legalità del QE, con riferimento al mandato BCE. Proprio oggi il Presidente della Bundesbank Weidmann ha espresso ancora il suo scetticismo al riguardo.
2. Se anche il QE fosse varato (cosa a questo punto probabile), l’imprevisto potrebbe in ogni momento arrivare dal fronte politico/geopolitico, come nel caso di elezioni anticipate in Grecia o di disordini sul fronte italiano, tutte carte che son sul tavolo, senza contare l’eventualità di un “vero” imprevisto. A quel punto, il QE già in parte scontato nei prezzi attuali, finirebbe in secondo piano e le manovre della BCE verrebbero “aggirate” dal mercato, come nel caso degli interventi della Banca Centrale Russa sul rublo.

È probabile che l’oscillazione del 25% del rublo russo nella giornata di oggi farà sentire le conseguenze nei prossimi giorni. La liquidità sul rublo è improvvisamente scomparsa, con voci di mercato che paventavano l’interruzione della fornitura di liquidità su questo cambio da parte di diversi operatori del mercato interbancario.

Se in un sol giorno il rublo ha oscillato del 25%, non dovranno stupire variazioni del 25-35% sugli altri mercati nell’arco del prossimo anno.

Operativamente e per concludere:

Nel contesto di maggiore avversione al rischio di questi giorni, l’euro si è rivelato “moneta rifugio”. Le ricoperture delle posizioni ribassiste di euro, in parte chiusura di carry-trade, in parte presa di profitto, hanno visto apprezzarsi la valuta dell’Eurozona.

In quest’ottica, rimaniamo neutrali sul cambio euro/dollaro USA, considerando area 1.21-1.22 livello di acquisto e 1.2620-1.2750 livello di vendita.

Prudenza su Borse e obbligazioni, in attesa di prezzi/rendimenti più attraenti.

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Come l’inespugnabile linea Maginot fu aggirata grazie ai veloci carri armati e blindati tedeschi, non previsti dall’ingegneria francese, la linea di difesa delle Banche Centrali potrebbe rivelarsi non più in linea coi tempi.

Buona settimana a tutti!

Fonte: BONDWorld.it

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