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Money Farm : Never fight the ECB

Tra i dati più importanti che un investitore sui mercati finanziari non può trascurare, c’è sicuramente l’andamento dell’inflazione nel paese in cui vive: il primo obiettivo di qualunque scelta di portafoglio, qualunque sia la strategia che si segue, non può che essere quello di mantenere nel tempo il valore reale della propria ricchezza…..


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A cura di Claudio Barberis – Head of Asset Allocation MoneyFarm.com


Se si rinuncia ad acquistare un bene oggi per fare un investimento, il risultato della scelta di risparmio dovrà essere tale da poter almeno acquistare lo stesso bene alla fine dell’investimento.

Questo aspetto è diventato via via più importante nel periodo post bellico ed è esploso negli anni ’70-’80, quando il progressivo abbandono di ancoraggi delle valute all’oro o ad altri valori “reali” ha lasciato le monete nelle mani esclusive delle Banche Centrali, incaricate dai governi di difendere il valore cartaceo delle monete, senza ancoraggio alcuno se non la loro credibilità.

L’abbandono definitivo di qualunque legame con l’oro fu forse una delle cause dell’alta inflazione degli anni ’70 negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Quel periodo però permise a grandi banchieri centrali di iniziare una battaglia la cui vittoria divenne la base di un lungo periodo di stabilità economica e che ha reso gli anni ’90 il coronamento di un grande successo nella gestione delle monete a livello globale. Questo successo è stato anche aiutato da fattori esogeni, come l’esplosione dei commerci e delle delocalizzazioni nei paesi emergenti, o l’evoluzione tecnologica, fonti di una spinta al ribasso per i prezzi nei paesi occidentali che è durata anche negli anni 2000.

L’ultimo decennio ha confermato questo trend di calo dell’inflazione a livello globale, in particolare nei paesi sviluppati, fino a livelli intorno allo 0%. Ma pochi analisti parlano di successo a questo punto: le cause di questa disinflazione sono oggi più legate alla lunga fase di recessioni che sta colpendo da un decennio le economie principali e a una profonda incertezza in merito alle politiche da adottare per combatterle.

Tornando al punto di vista dell’investitore, fa comodo utilizzare la distinzione, anche se poco accademica, di inflazione “sana” e inflazione “non sana”.

L’inflazione degli anni ’70 e ’80 andava ad erodere il valore dei risparmi e in alcuni casi era così alta da essere causa di instabilità economica, per cui anche per gli investitori il calo della stessa fu fonte di grandi soddisfazioni. Lo sanno bene i compratori italiani che comprarono titoli di stato italiani trentennali al 10% negli anni ’90, trovandosi a realizzare importanti profitti in conto capitale man mano che l’inflazione scendeva e l’Italia entrava nell’Euro.

I tassi bassi d’inflazione negli anni 2000 sono ancora stati accompagnati da buoni risultati per gli investitori: con inflazione allo 0% qualunque guadagno si traduce in un guadagno reale, a parte le tasse. L’inflazione zero diventa il paradiso dell’investitore, ma solo fino a quando riforme strutturali, innovazione tecnologica e demografia restano la base per una crescita economica in grado di garantire cedole e dividendi a chi compra titoli di stato, obbligazioni societarie o azioni.

Gli eventi degli ultimi anni nel mondo occidentale dimostrano che la crescita economica basata su una magica combinazione di riforme, tecnologia e demografia è più facile a dirsi che a realizzarsi.

In assenza di questi ingredienti, anche il risparmiatore comincia a innervosirsi, perché in un mondo in cui anche gli Stati più virtuosi hanno cittadini e istituzioni indebitate, in assenza di inflazione si diventa schiavi della crescita economica: se la crescita non c’è diventa difficile anche pagare cedole basse e dividendi per Stati e aziende, perché non si generano surplus fiscali o profitti in grado di onorare il debito e remunerare gli azionisti.

Raramente l’inflazione viene invocata dagli economisti come strumento di crescita economica, ma recentemente analisti, politici e anche alcuni investitori cominciano ad invocarla come strumento per gestire debiti che con la crescita non si riesce a ripagare e che stanno causando una lunga agonia per molte economie.

Se negli anni ’90 si fissavano target di inflazione al 2% come punto di arrivo di un percorso di abbassamento dell’inflazione, negli anni della crisi dal 2008 in poi il target del 2% è diventato per molte Banche Centrali un minimo da raggiungere, a tutti i costi.

Federal Reserve, Bank of England e Bank of Japan si sono mosse aggressivamente in questi anni con politiche di quantitative easing volte anche a creare inflazione. La Banca Centrale Europea ha avuto un approccio più conservativo.

Venendo ai mercati di questi giorni, vediamo nella tabella i livelli d’inflazione nell’anno passato per le principali quattro aree monetarie e il livello d’inflazione che i mercati “prezzano” per i prossimi dieci anni. Il livello che i mercati prezzano è dato dalla differenza tra quanto rende un titolo di stato nominale e quanto rende un titolo di stato inflation linked, che paga una cedola fissa reale a cui via via si andrà ad aggiungere l’inflazione realizzata. Se il titolo nominale rende il 4% e quello inflation linked rende il 3% + inflazione, significa che l’inflazione prezzata è dell’1%. Se nei prossimi dieci anni l’inflazione sarà superiore all’1%, avrà un vantaggio l’investitore che ha comprato il titolo legato all’inflazione.

Come si vede dalla tabella, le aspettative degli investitori per l’inflazione futura sono basse, soprattutto in Eurozona. Questo significa che la copertura per il rischio di sorprese inflazionistiche è acquistabile sui mercati a prezzi bassi.

25-08-14

La crisi degli ultimi anni ha colpito la credibilità e il potere di molte istituzioni, finanziarie e politiche. La fiducia nel settore bancario da parte dei risparmiatori in molti paesi è scesa e dalla politica sono arrivati regolamenti e leggi che stanno maggiormente vincolando l’operatività delle istituzioni finanziarie. Da questo processo sono però uscite indenni le Banche Centrali, che si trovano anzi con più potere e con una reputazione, a torto o a ragione, invariata.

Se politica e istituzioni monetarie invocano in tutto il mondo una “sana” ripresa dell’inflazione, comprese istituzioni terze come il Fondo Monetario Internazionale, faranno bene gli investitori che, nel dubbio, comprano a basso costo un’assicurazione contro un rischio che in questi giorni sembra lontano. Infine, il paragone con la lunga deflazione giapponese degli anni ’90 può essere fuorviante, proprio perché in quel caso il mondo andava in disinflazione e l’economia più debole cadeva in deflazione.

Nel caso attuale il mondo va verso maggior inflazione e sarà difficile anche per l’economia più debole cadere in una lunga deflazione.

Fonte: BONDWorld.it


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