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Stati Uniti: disoccupazione ciclica o strutturale?

Il mercato del lavoro statunitense migliora a un ritmo da era geologica. La crescita dei posti di lavoro non è sufficiente a riassorbire i quasi 15 milioni di disoccupati. Di questi, circa 6 milioni sono senza lavoro da più di 6 mesi. Un aumento della domanda, eventualmente stimolato anche dalla politica monetaria, può ovviamente contribuire a mitigare la disoccupazione. Tuttavia, una parte dell’aumento della disoccupazione è probabilmente strutturale e limiterà, a regime, la velocità di crociera dell’economia americana sul prossimo quinquennio. Nonostante dati migliori del previsto a…


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ottobre e revisioni verso l’alto per agosto e settembre, il quadro generale del mercato del lavoro negli Stati Uniti resta debole. Si rileva una ripresa della creazione di occupati nei servizi, con segnali di una riaccelerazione nel settore privato. Tuttavia, i dati di ottobre mostrano che, pur in presenza di crescita di 151 mila occupati e calo di due decimi del tasso di partecipazione, il tasso di disoccupazione rimane stabile. Questo risultato deriva dal fatto che, nell’indagine presso le famiglie, gli occupati sono scesi di 330 mila unità a ottobre. Anche un trend più vivace di nuovi occupati, in linea con i dati degli ultimi tre mesi, porterebbe a un calo molto lento della disoccupazione, lasciando invariati i rischi collegati a una percentuale straordinariamente elevata di disoccupati a lungo termine. Il mercato del lavoro rimane un elemento di fragilità nello scenario statunitense, in un ciclo in cui la crescita, durante la fase di ripresa, sarà molto contenuta per via dell’eredità della crisi finanziaria e il nuovo Congresso potrebbe interrompere l’estensione dei sussidi lasciando senza rete di protezione più di 5 milioni di individui.

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La debolezza del mercato del lavoro è una delle motivazioni che hanno determinato l’introduzione di nuove misure di stimolo monetario a inizio novembre. La natura, ciclica o strutturale, del rialzo record del tasso di disoccupazione è oggetto di discussione ed è rilevante per valutare gli eventuali effetti delle nuove misure. Il consenso nel FOMC ritiene che l’origine dell’eccesso di offerta sul mercato sia da attribuire a carenza di domanda, che può quindi essere mitigata con un’espansione della politica monetaria. I dati sono misti: certamente si evidenzia una creazione di posti insufficiente a ridurre il tasso di disoccupazione, ma ci sono indicazioni di un aumento strutturale della disoccupazione di equilibrio, che si evidenzia anche con il livello straordinariamente elevato della quota di disoccupati a lungo termine. I dati segnalano che un’accelerazione della domanda senz’altro mitigherebbe gli squilibri attuali, ma rimane dubbio che il tasso di disoccupazione possa tornare sui livelli pre-crisi su un orizzonte di diversi anni, anche in presenza di crescita vivace.

Un breve quadro della situazione del mercato del lavoro

Il tasso di disoccupazione è su livelli record e non accenna a scendere. Le previsioni per il 2011 restano estremamente cupe e sono state costantemente riviste verso l’alto. Il CBO prevede un tasso di disoccupazione al 9,1% nel 2011 (8,8% nel 4° trimestre 2011), all’8,1% nel 2012 (7,6% nel 4° trimestre 2012), al 6,6% nel 2013, al 5,3% nel 2014, finalmente vicino al Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU), stimato al 5%. L’IMF prevede il tasso di disoccupazione al 9,6% nel 2011 (e un NAIRU in aumento verso il 6,5%). Le previsioni della Fed riviste a novembre verranno pubblicate con i verbali della riunione FOMC e sposteranno verso il basso la crescita e verso l’alto il tasso di disoccupazione, previsto a giugno fra 8,1 e 8,5% a fine 2011. La Survey of Professional Forecasters (pubblicata ad agosto 2010) vede il tasso di disoccupazione all’8,9% nel 2011 e all’8% nel 2012. E’ probabile che le previsioni fatte ad agosto siano riviste verso l’alto.
I dati di ottobre sono stati migliori del previsto, ma non hanno modificato il quadro. Come appare dai grafici qui sotto, il trend di aumento degli occupati è ancora modesto e insufficiente a ridurre il tasso di disoccupazione, mentre il tasso di partecipazione continua a scendere.

 

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L’elevato livello del tasso di disoccupazione è particolarmente preoccupante alla luce del tasso di partecipazione ancora basso: a ottobre 2010, la partecipazione è scesa ulteriormente a 64,5%, appena sotto il precedente minimo ciclico di 64,6% toccato a luglio 2010 e a dicembre 2009, circa 2pp al di sotto dei livelli medi pre-crisi. Il livello attuale è pari a quello di ottobre 1984, quando il tasso di partecipazione complessivo era su un trend di aumento strutturale per l’ingresso delle donne sul mercato del lavoro. Fra l’altro, il calo del tasso di partecipazione si è accentuato da maggio 2009 pur in presenza di continue estensioni del periodo di percezione dei sussidi di disoccupazione. Il calo della partecipazione riguarda tutte le coorti di età.

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Il livello del tasso di disoccupazione si è avvicinato ai massimi storici della serie, visti alla fine degli anni Settanta. Tuttavia, la durata della disoccupazione ha raggiunto picchi record da molti mesi: i disoccupati da più di 27 settimane (6,2 milioni) sono il 41,8% dei disoccupati totali (14,8 milioni). La percentuale di disoccupati per più di 27 settimane è su un trend di rialzo dall’inizio degli anni Ottanta, ma i livelli raggiunti dopo l’ultima recessione sono senza precedenti. Ancora più preoccupante l’informazione che gli individui disoccupati da più di un anno nel 2° trimestre erano pari 4,5 milioni, il 31% dei disoccupati totali (dal 9,5% del 2° trimestre del 2007). Inoltre, la definizione di disoccupazione allargata (che include lavoratori “attaccati marginalmente alla forza lavoro” e individui sotto-occupati, che hanno accettato lavori part-time per motivi economici) dà un quadro ancora più cupo con un tasso di disoccupazione allargato a ottobre al 17,1%. Il tasso di disoccupazione che include disoccupati e individui scoraggiati e marginalmente attaccati alla forza lavoro (chi non ha occupazione, non ha cercato lavoro, ma vorrebbe lavorare; chi non ha lavoro per motivi legati al mercato) a ottobre 2010 era pari a 11,1%, poco sotto il massimo storico della serie di 11,5%, toccato a ottobre 2009. Gli occupati part-time per motivi economici e per scarsità di domanda erano in media 15,3 milioni nel 3° trimestre. La crescita occupazionale non è sufficiente a generare abbastanza posti da riassorbire i disoccupati di lungo termine: il risultato è un forte aumento dei sotto-occupati e dei disoccupati in un quadro istituzionale senza tutele per il welfare di medio-lungo termine.

Evidenza su disoccupazione strutturale vs disoccupazione ciclica

I dati della Job Openings and Labor Turnover Survey (JOLTS) dall’inizio della recessione hanno registrato nuove posizioni in calo (job openings, misura di domanda di lavoro) insieme a contrazioni di assunzioni e separazioni (misura di flussi di lavoratori dentro e fuori dallo stato di occupati) fino a metà 2009. Da metà 2009 circa, il job openings rate (=numero di posizioni aperte diviso occupati+posizioni aperte, JOR) ha cominciato a salire, mentre le due misure di flusso sono salite e scese nei primi tre trimestri del 2010 probabilmente spinte anche dagli effetti della creazione e cancellazione dei posti di lavoro collegati al censimento 2010. Guardando i dati aggregati, ci sono indicazioni coerenti con una carenza di domanda: i nuovi posti sono aumentati dalla fine della recessione, ma restano ampiamente al di sotto del livello pre-recessivo. A settembre 2010, le posizioni aperte erano 2,929 milioni, in aumento del 27% dal minimo di luglio 2009 a 2,3 milioni, ma ben al di sotto dei 4,4 milioni di dicembre 2007. Le assunzioni ad agosto 2010 4,1 milioni, l’11% più alte di un anno prima, ma ancora molto inferiori ai livelli pre-recessivi (circa 5 milioni).
I dati per settore potrebbero far luce su eventuali “mismatch” fra domanda e offerta che giustificherebbero l’interpretazione di disoccupazione causata invece da problemi di offerta più che da carenza di domanda. Escludendo i posti del Governo federale, che nella parte centrale del 2010 sono fortemente influenzati dalle assunzioni e dai licenziamenti legati al censimento, si osserva un aumento, se pure modesto, di posizioni e assunzioni in quasi tutti i settori; nelle aree in cui le assunzioni ristagnano, si registra anche stabilità delle posizioni aperte. In particolare, i settori che hanno visto i movimenti più ampi nell’ultimo anno non danno indicazioni di mismatch. In positivo, i servizi alle imprese vedono un aumento del JOR da 2,4% di agosto 2009 a 3,1% di settembre 2010, accompagnato da un aumento del tasso di assunzioni da 4,2 di agosto 2009 a 5,1% di settembre 2010. Le costruzioni vedono un JOR in modesto aumento da agosto 2009 a settembre 2010 (da 1,1% a 1,3%), con un tasso di assunzioni in miglioramento più consistente (da 4,7% a 6,1%). In negativo, il settore istruzione e sanità (colpito da tagli di stati ed enti locali), vede un calo analogo per il JOR e il tasso di assunzioni fra agosto 2009 e settembre 2010.

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Guardando ai dati sugli occupati effettivi, si osserva un calo fra agosto 2008 e giugno 2009 in tutti i settori, tranne un modesto aumento per istruzione e sanità privata; fra giugno 2009 e agosto 2010 il calo degli occupati, se pure più contenuto, è ancora diffuso a tutti i settori, con un aumento moderato per istruzione e sanità private e per servizi alle imprese. Anche le informazioni raccolte presso le imprese non sono coerenti con un problema principalmente di mismatch: l’indagine dell’NFIB mostra che la percentuale di piccole/medie imprese con uno o più posti difficili da coprire è sui minimi degli ultimi 25 anni, mentre rimane ancora vicina ai minimi la percentuale netta di imprese che intendono aumentare gli occupati. A livello regionale, ci sono indicazioni di apertura di posizioni negli stati meno colpiti dalla crisi (soprattutto sul mercato immobiliare), che hanno anche tassi di disoccupazione più moderati.
Come nota un lavoro della Fed di Boston, è difficile però pensare che una maggiore mobilità territoriale ridurrebbe in misura significativa il tasso di disoccupazione aggregato perché gli stati in cui ci sono posizioni aperte non soddisfatte sono piccoli e in termini percentuali sul totale non modificherebbero una situazione negativa determinata dalla carenza di posti negli stati più popolosi e colpiti dalla recessione e dallo scoppio della bolla immobiliare (in particolare, per esempio, la California).
La curva di Beveridge, un altro indicatore di possibili difficoltà di incontro fra domanda e offerta di lavoro, si è spostata verso destra, come appare dal grafico qui sotto. La presenza di frizioni “normali” nel mercato del lavoro determina sempre un temporaneo disallineamento fra domanda e offerta di lavoro: la curva di Beveridge può essere vista come un indicatore di livelli di equilibrio sul mercato del lavoro. Con il peggiorare delle condizioni cicliche, le combinazioni di equilibrio di tasso di disoccupazione e posizioni aperte si spostano verso destra lungo la curva, con un calo delle posizioni aperte e un tasso di disoccupazione più elevato; il contrario avviene in condizioni espansive (movimenti verso sinistra lungo la curva). Spostamenti della curva segnalano diversi equilibri sul mercato del lavoro con diversi gradi di efficienza nell’abbinamento domanda-offerta di lavoro. Lo spostamento a destra della curva evidente dai dati segnalerebbe un aumento della disoccupazione strutturale. Tuttavia, un’analisi della Fed di Cleveland1 mostra che una parte significativa dello spostamento verso l’alto della curva è legato ai posti aperti (e poi chiusi) per il censimento 2010 e fa sospettare che lo spostamento verso destra della curva sia di natura transitoria. Inoltre, anche in cicli passati la curva di Beveridge alla fine delle recessioni inizialmente si spostava verso destra, per rientrare successivamente sull’equilibrio prerecessivo, per via di un aggiustamento temporale degli individui a domanda di lavoro in settori/aree diverse.

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Questi risultati, che rappresentano anche l’opinione di gran parte dei membri del FOMC e delle Fed regionali, non sono condivisi da altre analisi. In uno studio pubblicato a luglio2, il Fondo Monetario Internazionale stima che in seguito a mismatch e alla debolezza persistente del mercato immobiliare, il tasso di disoccupazione di equilibrio sia aumentato di circa 1-1,75pp.

L’analisi del FMI è basata sulla costruzione di un indice di mismatch di competenze misurato sui dati di 50 stati più il District of Columbia. I risultati del FMI potrebbero essere spiegati non tanto da mismatch quanto da cambiamenti strutturali di peso di settori sul totale, con conseguente spostamento strutturale verso il basso di domanda di nuovi posti.

Questo tipo di aumento di disoccupazione strutturale potrebbe non manifestarsi in misure di mismatch, ma ugualmente avere effetti sulla disoccupazione di equilibrio. In questo caso, pur in assenza di inefficienze allocative nel mercato del lavoro, l’elevato tasso di disoccupazione sarebbe causato da carenza di posti, non ovviabile però attraverso un’espansione dello stimolo monetario. La riallocazione strutturale dei settori alzerebbe la disoccupazione di lungo  termine.
Un lavoro di Kierkegaard3 distingue cambiamenti ciclici e strutturali nell’economia statunitense in 10 cicli economici e analizza i trend di occupazione fra settori. L’analisi mostra che in diversi settori è in atto una riduzione strutturale dell’occupazione netta, che colpisce aree occupazionali tipicamente contro-cicliche e che hanno caratterizzato una parte consistente della crescita dei posti di lavoro nell’ultimo decennio. Il peso relativo dell’occupazione nei settori che stanno registrando un ridimensionamento strutturale è salito nell’ultimo ciclo al 61,4%, dal 52% medio dei tre cicli precedenti. Il settore manifatturiero è stato in questa situazione di ridimensionamento da diversi cicli, ma recentemente si sono aggiunti altri settori nel comparto dei servizi. Fra i settori che hanno comportamento tipicamente pro-ciclico, il settore manifatturiero vede ridimensionamento strutturale persistente dagli anni Ottanta, ma in questo ciclo le perdite strutturali hanno accelerato il ritmo; nel settore costruzioni, le perdite cicliche sono fra le più forti dei 10 cicli considerati. L’elemento più preoccupante per lo scenario occupazionale riguarda però la valutazione del settore servizi. Fra i servizi, i sotto-settori che vedono un aumento dell’occupazione strutturale sono pochi e concentrati in sanità, istruzione, alimentare e servizi professionali e tecnici. In altri sotto-settori, quali trasporti, commercio, utilities, informazione e gran parte dei servizi finanziari, si registra un calo di occupazione definibile come strutturale, in controtendenza rispetto a quanto riscontrato nel decennio precedente. Il risultato di questa disaggregazione ha implicazioni simili a quelle riscontrate nell’analisi del FMI, che portano a prevedere un aumento del tasso di disoccupazione di equilibrio.
Infine, l’elevata percentuale di disoccupati a lungo termine può portare a un aumento della disoccupazione strutturale, aumentando il numero di disoccupati scoraggiati e di individui le cui competenze si riducono con il passare del tempo, generando perdita strutturale di capitale umano. Il Congressional Research Service4 stima che sia necessaria una crescita del PIL di almeno il 3,5% per determinare un trend in calo del tasso di disoccupazione. Ma la ripresa della crescita dell’occupazione può concentrarsi sulle fasce di disoccupati di breve termine, lasciando una quota elevata di disoccupati a lungo termine, che hanno probabilità decrescenti nel tempo di trovare occupazione5.

Il tema della disoccupazione a lungo termine sarà cruciale nei prossimi mesi, con implicazioni rilevanti per lo scenario di crescita del 2011. I nuovi equilibri politici post-elezioni midterm rendono ancora più difficile che in passato l’estensione dei sussidi fino a 99 settimane che scade il 30 novembre. Gli schemi previdenziali negli Stati Uniti non prevedono fondi di sostegno alternativi ai sussidi (a parte integrazioni più marginali). Secondo stime della San Francisco Fed la fine dei sussidi potrebbe portare a un calo del tasso di disoccupazione di circa 4 decimi, per via della disponibilità degli individui ad accettare lavori sub-ottimali in assenza di altro reddito.
Tuttavia, in termini macroeconomici, gli effetti della fine dei sussidi sarebbero ampiamente negativi nel breve termine. Senza il rinnovo dei fondi in scadenza a partire da fine novembre, si ripeterà quanto avvenuto in primavera. Già dal 4 dicembre sarebbero senza sussidio 800 mila individui. Entro fine dicembre i sussidi sarebbero eliminati per 2 milioni di individui. Di questi, 387 mila sarebbero individui disoccupati da 6 mesi soltanto; 815 mila perderanno i sussidi finanziati attraverso l’Emergency Unemployment Compensation e non avranno accesso agli altri tipi di estensione. Infine, 811mila disoccupati da più lungo termine vedranno scadere nel mese di dicembre tutti i fondi disponibili. Gli altri 3 milioni di disoccupati che percepiscono sussidi estesi con i fondi di emergenza perderanno il sostegno finanziario nei due-tre mesi successivi. Il sussidio medio mensile è pari a 1257 dollari, corrispondente a circa il 50% della spesa media delle famiglie per “necessità”. Tale spesa è in media pari a 2577 dollari mensili, di cui 1408 dollari per la casa, 531 dollari per il cibo e 638 dollari per il trasporto. In termini aggregati, la perdita di reddito mensile a dicembre sarebbe pari a 2,5 trilioni di dollari, circa il 2,5% del reddito personale mensile. Le ricadute sui consumi sono ovvie, e prevedibili anche sulla base dell’evidenza dei dati di maggio-luglio 2010. In passato, il Congresso non ha mai sospeso l’estensione dei sussidi con un tasso di disoccupazione così elevato da quando esiste il programma, anche se è vero che le estensioni attuate in questo ciclo sono le più lunghe su base storica. Non sono state proposte alternative a ulteriore estensione dei sussidi per mitigare gli effetti della fine dei fondi. I Repubblicani in primavera avevano opposto una forte resistenza a qualsiasi estensione, con ostruzionismo al Senato. Non è chiaro, al momento, quale sia la posizione di consenso della nuova maggioranza, al di là delle dichiarazioni delle ali più estreme.
E’ possibile che si trovi un compromesso che permetta di estendere i fondi controbilanciandone gli effetti con tagli su altre voci.

4. Conclusioni

L’analisi dei dati del mercato del lavoro sembra avvalorare l’ipotesi secondo cui l’elevato livello del tasso di disoccupazione non è tanto il risultato di inefficienze allocative sul mercato, quanto di una carenza di domanda. Questa conclusione darebbe sostegno all’ipotesi che interventi di ulteriore stimolo monetario possano ridurre la disoccupazione attraverso uno stimolo della domanda aggregata. Tuttavia, se la carenza di domanda di lavoro è determinata, come appare da alcune analisi per sotto-settore, anche da una correzione strutturale dell’occupazione netta in alcune aree dell’economia, si conclude che questa particolare carenza di domanda non avrebbe grande beneficio da ulteriore stimolo monetario.
Pertanto, se l’intervento della Fed avrà effetti positivi sulla crescita, contribuirà a ridurre una parte della disoccupazione attraverso aumento della domanda aggregata. Tuttavia, il tasso di disoccupazione strutturale potrebbe essere più elevato rispetto all’ultimo decennio, ed essere più vicino al livello stimato dal FMI (6-6,75%) che a quello stimato dalla Fed (5%). In questo caso il “limite di velocità” sarebbe più stringente nel medio termine, generando rischi di bolle nel caso in cui la Banca centrale continuasse ad agire come se il NAIRU fosse al 5% e ripetesse gli errori commessi negli anni ’60. Inoltre, l’esercito dei disoccupati a lungo termine non potrà essere riportato sul mercato del lavoro solo attraverso un’accelerazione della domanda. Per una fetta grande di disoccupati e sotto-occupati, un miglioramento si può trovare solo attraverso interventi di politica fiscale: su questo fronte l’incertezza regna sovrana.

 


1 M. Tasci, J. Lindner, Has the Beveridge Curve shifted? , Economic Trends, Federal Reserve Bank of Cleveland, Agosto 2010.
2 United States: Selected Issues Paper, IMF Country Report 10/248, luglio 2010.
3 J. F. Kierkegaard, Structural and cyclical trends in net employment over US business cycles, 1949-2009, Working Paper 09-5, Peterson Institute for International Economics, agosto 2009.
4 G. Meyer, L. Levine, Long-term unemployment and recessions, Congressional Research Service, aprile 2010. 5 Long term unemployment, CBO, ottobre 2007.

Fonte: Intesa San Paolo Spa


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